L’artista siciliana rompe il suo silenzio discografico lanciando il singolo “Quel vuoto immenso”

antonella arancioTorna in punta di piedi Antonella Arancio, come solo i grandi artisti sanno fare. La volontà è quella di riproporsi con trasparenza, mostrando l’evoluzione che negli anni ha maturato grazie alla sua esperienza a livello internazionale, con uno stile sofisticato che rimanda a sonorità tradizionali, celtiche, riadattate all’attuale contesto musicale, per rendere l’ascolto il più fruibile possibile, in un’epoca in cui ritagliarsi pochi minuti per ascoltare una canzone sembrerebbe essere diventata un’impresa. “Quel vuoto immenso” arriva con facilità, pur conservando al suo interno una struttura affascinante e più che mai originale al giorno d’oggi. Chi osa e dimostra capacità anti-convenzionali merita un grande plauso, per questo motivo abbiamo incontrato nuovamente per voi l’artista siciliana, per scoprire le sue sensazioni su questo atteso ritorno e i suoi prossimi progetti in cantiere.

Ciao Antonella, partiamo dal tuo nuovo singolo “Quel vuoto immenso”, cosa rappresenta per te questo ritorno?

«Una bella sfida, perché viviamo un momento musicale non proprio facilissimo, negli anni ’90 bastava avere una bella voce e una buona canzone per avere successo, i tempi si sono evoluti, in alcuni casi in meglio e per altri in peggio. Oggi si è persa un po’ la qualità musicale, è difficile emergere e, soprattutto, restare a lungo termine. A distanza di vent’anni, ho deciso di ripropormi con uno stile tutto mio, cercando di rimanere fedele a me stessa e, per certi versi, anche attuale. Non riuscirei mai a cantare qualcosa che non mi rappresenti».

Quali sono, secondo te, le principali differenze rispetto ai tuoi esordi?

«Un tempo i successi duravano per mesi interi, oggi tutto va molto più velocemente, la gente non fa in tempo a memorizzare una canzone che già ne esce subito un’altra. Dietro ad ogni singolo artista c’era una grande preparazione, adesso si tende a lavorare al singolo progetto. Per quanto mi riguarda, non farò mai un pezzo ruffiano solo per andare in radio, tanto i network non ti passano se non appartieni al loro giro. Ho deciso di portare avanti la mia personalità, di fare quello che mi piace, solo così si può essere davvero credibili agli occhi del pubblico».

Ho molto apprezzato la veste sonora del nuovo brano, il contrasto tra elettronica e musica celtica, a tratti gotica, con richiami medioevali. Mi hanno ricordato molto Valentina Giovagnini, l’unica che aveva già percorso sentieri simili in lingua italiana…

«Infatti, io l’ho adorata. Quando ho ascoltato per la prima volta la sua esibizione a Sanremo con “Il passo silenzioso della neve”, ne sono rimasta totalmente affascinata, perché aveva proposto qualcosa di diverso, toccando quelli che sono i miei punti deboli musicali, ricreando un’atmosfera davvero meravigliosa. Oltre lei non ci sono stati altri artisti che hanno percorso questa strada, perché nel nostro Paese non abbiamo il culto per questo tipo di musica». 

Un pezzo scritto, composto e pre-arrangiato da te. Che valore aggiunto ha donato la produzione artistica di Cosmo Masiello?

«Inizialmente la veste era completamente diversa, lui è stato molto realista, ha capito che il brano poteva racchiudere al suo interno una sorta di compromesso, la giusta via di mezzo tra l’elettronica e i richiami melodici che fanno parte del mio bagaglio culturale. Abbiamo voluto lasciare un’impronta ben chiara, sfumando il tutto con atmosfere celtiche in modo da rendere riconoscibile l’identità di partenza del brano. Io avrei voluto inserire strumenti come l’arpa o la cornamusa, ma non abbiamo voluto esagerare perché siamo consapevoli che i tempi sono cambiati e, nel bene e nel male, bisogna fare i conti con ciò che ci circonda».

Sono queste le sonorità che vorresti inserire nel tuo prossimo disco in fase di lavorazione?

«Si, con “Quel vuoto immenso” ammetto di aver osato un po’, nei miei sogni c’è la volontà di incrementare sempre di più questo  discorso di inserire sonorità non convenzionali. Bisogna andarci piano, a piccoli passi, mi viene in mente l’esempio di Andrea Bocelli, a Sanremo ’94 io arrivai seconda e lui vinse con “Il mare calmo della sera”, un brano a metà tra il pop e il suo mondo, mentre successivamente dopo aver raggiungo il successo planetario si è potuto concedere il lusso di fare esclusivamente musica lirica. Quando hai tra le mani un progetto diverso da quello che il mercato propone, bisogna entrare in punta di piedi, bussare con umiltà alla porta del pubblico, proponendo la propria musica in maniera meno difficile possibile».

Nella nostra precedente chiacchierata mi avevi parlato di come il mercato musicale sia cambiato. Cito le tue testuali parole “Non si cerca più la qualità, ma solo il prodotto commerciale, seppur solo momentaneo”. In tal senso “Quel vuoto immenso” può essere considerato un tentativo di ripescare dal passato quella bellezza senza tempo che solo la melodia e la tradizione racchiudono al loro interno?

«Ti ringrazio per queste belle parole, ma la mia volontà non è stata quella di fare a tutti i costi qualcosa di diverso, ma di rappresentare il mondo dal quale provengo, gli ascolti che in tutti questi anni mi hanno accompagnato. Oggi tutti quanti possono fare un singolo, non è più come una volta. Se io mi sono fermata dal punto di vista discografico, è perché ho avuto la lucidità di ammettere a me stessa di non avere nulla di interessante da proporre, la voglia di rimettermi in gioco è nata quando ho capito che avevo ancora qualcosa di dire. Non ho mai abbandonato la musica, ho calcato un’infinità di palchi, sperimentato e ricercato la mia vera identità. Sai, a diciannove anni non puoi avere chiaro a mente quello che vuoi essere dal punto di vista artistico, ti lasci guidare dai “grandi” maestri che ne sanno più di te e io ho avuto la fortuna di essere scoperta e prodotta da Franco Migliacci».

Un padre fondatore della nostra musica leggera, che non ha bisogno certo di presentazioni…

«Direi proprio di no, ti racconto un aneddoto che porto nel cuore da tempo. Poco prima del mio esordio a Sanremo, abbiamo fatto una riunione per selezionare la canzone da presentare al Festival. Avevamo tre proposte, tra cui un pezzo scritto da Franco Migliacci, un altro da Vincenzo Spampinato e “Ricordi del cuore”, firmato da due giovanissimi autori di Catania che all’epoca erano sconosciuti. Lui, anziché portare acqua al suo mulino o impormi il suo pezzo, poiché era il produttore dell’intero progetto, mi lasciò scegliere con grandissima umiltà, perché era consapevole della forza interpretativa che un artista può trasmettere solo quando si riconosce totalmente in un pezzo. Una scelta che ha ripagato entrambi, perché è stato un successo incredibile, anche in Sudamerica. Tutto questo per far capire la grandezza di Franco, sia dal punto di vista professionale che umano». 

Con quale spirito ti affacci al mercato e come valuti il livello generale dell’attuale settore discografico?

«Non c’è più la qualità di una volta, le canzoni si richiamano tra di loro, l’originalità si è un tantino persa. Anche per questo si fatica a uscire dai confini nazionali, mancano i grandi parolieri di una volta, non leggo più testi veramente importanti, si richiedono solo parole frivole, senza contenuto e, purtroppo, a volte anche un tantino ridicole. Frasi buttate lì, non c’è un messaggio, non c’è una storia, ciò che conta è fare la rima ed essere canticchiato il giorno dopo. Con questo, ci tengo a sottolinearlo, non dico assolutamente che la mia musica sia di qualità, lascio il giudizio a chi vorrà ascoltare il mio brano, cerco in tutti i modi di riproporre nel miglior modo possibile un qualcosa che a me personalmente genera interesse, che può piacere o meno, ma che nasce dalla volontà di proporre un qualcosa di autentico».

Rispetto ai tuoi esordi, in cosa credi di essere cambiata e in quali altri aspetti ti reputi uguale?

«Sicuramente è cambiata la mia voce, anche il modo di interpretare, oggi sono una donna molto più consapevole, perché le esperienze di vita ti fanno maturare sotto tutti i punti di vista. Negli anni ho studiato musica, ho imparato a suonare diversi strumenti e sono arrivata al punto di poter dire la mia, di entrare in studio e poter confrontarmi con i musicisti, occuparmi degli arrangiamenti e della stesura dei testi, mettermi in gioco completamente. Diciamo che sono sempre rimasta me stessa come persona, ma sono cresciuta dal punto di vista professionale».

Hai partecipato due volte in gara al Festival di Sanremo, nel 1994 con “Ricordi del cuore” e nel 1995 con “Più di così”. Non c’è due senza tre? 

«Si dice così, no? (ride, ndr). Non ti nascondo che negli anni ho spesso tentato di tornare, con canzoni scritte da grandi autori e diverse soluzioni, anche in duetto, però sai benissimo che non è per niente facile. Ho sempre provato e ci riproverò anche il prossimo anno, con una nuova consapevolezza, un bel team alle spalle e un confronto molto costruttivo con il mio produttore Cosmo Masiello».

Come definiresti il tuo rapporto con i social network?

«Una sfida pure quella (ride, ndr). Per fortuna mi aiuta mia figlia che, avendo quindici anni, mi insegna come utilizzare bene questo strumento. Riconosco il suo potenziale, sia a livello promozionale che scambio con le persone. Tanti mi cercano e mi contattano, non mi hanno mai dimenticata e questo mi fa davvero piacere. Ci tengo ad invitare tutti i lettori in ascolto a seguire la mia pagina Facebook Ufficiale, che negli anni ho un po’ trascurato curando il mio profilo privato, dove non posso più accettare richieste di amicizia». 

Se ti guardi allo specchio che immagine vedi?

«Vedo l’immagine di una donna cresciuta, non solo fisicamente ma sotto tutti i punti di vista, con le mie belle rughe di espressione che rappresentano il mio vissuto e di cui ne vado fiera. Momenti ricchi e altri vuoti, gioie e dolori che chiunque colleziona nel corso della propria esistenza. Sono stati anni anche difficili. 

“Quel vuoto immenso” parla proprio di questo, più che di un amore verso una persona racconta la mancanza del poter fare musica nella tua vita. Cosa ti ha dato la forza per reagire e superare quei momenti?

«Sai, in realtà non mi sono mai fermata, anche se non ho fatto tv o pubblicato dischi, ho continuato sempre a fare i miei spettacoli. In questi anni mi sono spesso sentita dire: “Ma Antonella perché non ritorni a Sanremo?”, come se fosse facile o dipendesse dalla mia volontà (ride, ndr). Dal mio canto ho sempre continuato a provare, senza mai abbattermi completamente, anche quando i progetti che cominciavo sfortunatamente non andavano mai a termine. La gente ignora tutti questi aspetti, quello che c’è realmente dietro, si tende a sposare la filosofia del “se non appari allora non esisti”»

Per concludere, qual è la lezione più importante che hai appreso dalla musica? 

«La musica mi ha insegnato ad incassare le delusioni, a farmi meno aspettative possibili, a restare ben salda con i piedi per terra e, soprattutto, che non la professionalità viene ripagata, che la fortuna conta quanto avere tra le mani una bella canzone. Vent’anni fa vedevo tutto facile e raggiungibile, oggi l’affronto come una sfida, in primis con me stessa, un rincorrere un sogno che non ho mai smesso di coltivare. Da tutte queste considerazioni che possono sembrare pessimiste, ho tratto le mie conclusioni e capito chi sono veramente, quello che non sono disposta a fare per ottenere ciò che voglio. Non sono disposta a snaturarmi per seguire mode o regole che non mi appartengono. Il mercato discografico di oggi è come una grande tavolata con tantissime portate, in cui si cerca di far abbuffare il più possibile l’ascoltatore, senza capire che all’indomani il pubblico ricorderà soltanto l’ultimo piatto che ha mangiato, il dolce che, metaforicamente parlando, è rappresentato dalla melodia in grado di restare a lungo termine sia nella testa che nel cuore delle persone».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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