Gio Evan Sanremo 2021

Recensione del brano portato in scena al Festival di Sanremo 2021

Gio Evan, cantautore e poeta poco conosciuto al grande pubblico mainstream ma, di converso, molto popolare nel mondo dei social. Lo abbiamo conosciuto meglio, però, in occasione dell’appena trascorso Festival di Sanremo 2021 con la sua “Arnica“, un brano che cura ma prima apre le ferite.

Gio Evan ha saputo raccogliere una riflessione intima e coraggiosa, frutto di un pensiero che ad un certo punto ognuno di noi fa nella propria intimità, ma che non ha sempre il coraggio di raccontare. Come il nostro cantautore (qui il link alla nostra intervista a Gio Evan) anche il protagonista della storia che ci racconta “Arnica” si mette in gioco.

Al centro del testo c’è un’analisi di quelle che si possono fare una volta nella vita e accompagnati subito dopo da uno specialista che sappia ammortizzare il colpo. Immaginiamo di fermarci a pensare a tutti gli errori, a tutte le idee sbagliate che ci hanno condotto sull’orlo di un precipizio o semplicemente verso una scelta sbagliata o verso una porta che si apre. Tutte le volte che abbiamo provato un’emozione forte, così immensa che non tornerà più, così unica da lasciare l’amaro in bocca per la consapevolezza che non tornerà più.

Le emozioni vere, quelle che durano un istante, sono il centro del racconto di Gio Evan che scava in una profondità più unica che rara quest’anno sul palco dell’Ariston. Lo sguardo di una madre, il primo amore o vedere l’alba e contemplarne la perfezione non sono cose semplici da esprimere a parole e con un messaggio da raccontare. “Per poi dire cosa, quanto ha fatto male, eppure lo voglio rifare” è una frase che di certo ci è capitato spesso di pensare in quei momenti-bivio della vita oppure subito dopo aver voltato pagina.

La certezza è che questo brano è di tutti ma non è per tutti. Il pubblico a cui si rivolge non è certamente il millennial e nemmeno lo studente universitario. Ad essere colpiti sono le generazioni anni ’80 e ’90, quelli che spesso tirano qualche somma e poi vanno dallo psicologo.

Arnica” ha il potere di costringere chi la ascolta ad entrare nella propria intimità facendo vacillare qualche certezza eretta come un muro di cemento pur di non scoprire la verità. La scoperta davanti cui ci si può imbattere è che fa male. Pensare fa male, analizzarsi fa aprire tutte le ferite, soprattutto ci rende consapevoli del fatto che  il tempo è passato, trapassandoci.

Tutto quello che abbiamo vissuto non è passato, ma fluttuerà per sempre dentro i nostri ricordi. Un giorno apriremo quei cassetti e ci fermeremo a guardare, forse a piangere, eppure lo vorremo rifare anche noi: tornare indietro e rivivere ogni cosa allo stesso modo.

Gio Evan non è un cantante, è un poeta che canta, che ci ha fatto pagare il prezzo di non essere sempre intellegibile ai meccanismi televisivi penalizzando la sua “Arnica“, capolavoro testuale e poetico. Non sempre la poesia deve diventare musica, ma non sempre il poeta deve cantare. Se ascoltiamo la versione studio del brano scopriamo un mondo che, purtroppo,  Gio non ci ha permesso di intravvedere durante le sue performance live a Sanremo. “Arnica” aveva bisogno di essere ascoltata meglio per far si che potesse essere compresa. Con ciò non si vuole sminuire l’arte di Gio Evan, ma solo sottolineare il potenziale di un brano che avrebbe meritato ben più che un’esibizione- caricatura.

Invitiamo chi non l’avesse fatto a correre a vedere il videoclip di “Arnica“, un tripudio di verità e arte cinematografica con la partecipazione di Alessandro Haber, Fabio Troiano, Nancy Brilli e Ludovica Nasti. La loro interpretazione rappresenta lo spaccato della società che vive il testo di “Arnica” come un momento della vita in cui ci si sofferma a pensare, piangendo e rendendo le lacrime una catarsi per arrivare alla nuova gioia di vivere. Concludiamo con le parole del titolo di questa recensione: “non sempre i poeti possono cantare ma sempre sanno emozionare“.

Acquista qui il brano |

Arnica | Testo

E sbaglio ancora a vivere e non imparo la lezione
Prendere in tempo il treno e poi sbagliare le persone
E sbaglio ancora a fidarmi, a regalare il cuore agli altri
Che poi ritorna a pezzi, curarsi con i cocktail
E fare mezzanotte e non risolvere mai niente
Cerco un amico per un buon tramonto insieme
Voglio arrivare all’alba e dire, “Dai, di nuovo”
E voglio farmi scivolare il mondo addosso
E non scivolare sempre io

E volo con la testa tra le nuvole
Ma vedessi il cuore quanto va più in alto
E non voglio dimenticare niente
Però fa male ricordarsi tutto quanto
Le corse lungomare, nuotare fino a non toccare
L’ansia di non fare in tempo coi regali di Natale
Lo sguardo di mia madre, quando pensavo
Che questa volta non ce la potessi fare
Le partite sulla strada, fare i pali con la maglia
Restare accanto a chi non ce l’ha fatta
Le prime cicatrici, gli amori mai finiti
Le nottate a casa soli o ubriachi con gli amici

Per poi dire cosa, quanto ha fatto male
Eppure non riesco a rinunciare
Per poi dire cosa, quanto ha fatto male
Eppure lo voglio rifare

E portami una primavera prima che appassisca
Davanti all’estate di tutti
Così esile che la tormenta
Mi confonde con un panno steso al vento
E cerco un posto dove poter fare il debole
Amici buoni per smezzare una tempesta
Ché l’amore si scopre solo in mezzo al temporale
Ammiro i vostri punti fermi, ma ho bisogno di viaggiare

E volo con la testa tra le nuvole
Ma vedessi il cuore quanto va più in alto
E non voglio dimenticare niente
Però fa male ricordarsi tutto quanto
Le corse lungomare, nuotare fino a non toccare
L’ansia di non fare in tempo coi regali di Natale
Lo sguardo di mia madre, quando pensavo
Che questa volta non ce la potessi fare
Le partite sulla strada, fare i pali con la maglia
Restare accanto a chi non ce l’ha fatta
Le prime cicatrici, gli amori mai finiti
Le nottate a casa soli o ubriachi con gli amici

Le corse di mia madre per fare in tempo a scuola
Sognare ad occhi aperti, l’estate senza soldi
L’ansia degli esami, ma che festa il giorno dopo
La faccia di mio padre quando andava al lavoro
Le volte in cui pensiamo che andrà tutto male
I viaggi con chi ami, sì ma i sogni a puttane
Le prime delusioni perché i baci finiscono
Le nottate a casa con gli amici a dire, “Resteremo uniti”

E poi dire cosa, quanto ha fatto male
Eppure non riesco a rinunciare
Per poi dire cosa, quanto ha fatto male
Eppure lo voglio rifare

The following two tabs change content below.

Alberto Guarrasi

Sono stato educato alla musica classica come unica strada. Crescendo ho scoperto incroci, rotatorie e segnali stradali e ho deciso di scoprire tutte le alternative. Nella musica ho fatto un po’ di tutto: violinista classico, cantante e performer di teatro, cantautore, direttore artistico e insegnante di canto e cultura musicale, mi è servito a sviluppare un occhio critico nei confronti di ciò che ascolto in Radio e guardo in Tv. Sapevo già scrivere ma fare animazione mi ha insegnato a parlare senza troppi freni. È sempre meglio camminare a piedi, serve meglio ad osservare tutti i dettagli dei paesaggi che si incontrano.

By Alberto Guarrasi

Sono stato educato alla musica classica come unica strada. Crescendo ho scoperto incroci, rotatorie e segnali stradali e ho deciso di scoprire tutte le alternative. Nella musica ho fatto un po’ di tutto: violinista classico, cantante e performer di teatro, cantautore, direttore artistico e insegnante di canto e cultura musicale, mi è servito a sviluppare un occhio critico nei confronti di ciò che ascolto in Radio e guardo in Tv. Sapevo già scrivere ma fare animazione mi ha insegnato a parlare senza troppi freni. È sempre meglio camminare a piedi, serve meglio ad osservare tutti i dettagli dei paesaggi che si incontrano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.