A tu per tu con l’artista marchigiana, in occasione della sua partecipazione sanremese con Achille Lauro

Direttrice d’orchestra ma non solo, chi conosce bene il percorso di Beatrice Antolini sarà stato più volte spaziato dalla versatilità che và a braccetto con la sua competenza e con l’umanità che mette in ogni singola nota. Cantautrice e polistrumentista, insomma… un’artista a tutto tondo, che in molti abbiamo apprezzato dal vivo in tournée con Vasco Rossi e che abbiamo recentemente incontrato in occasione del suo debutto al Festival di Sanremo in compagnia di Achille Lauro. Approfondiamo la sua conoscenza.

Ciao Beatrice, benvenuta. Essendo tu un’artista versatile, comincerei col chiederti: com’è nata e come si è sviluppata nel tempo la tua passione per la musica?

«Guarda, in realtà non la chiamerei passione, ma una vera e propria missione. C’è sempre stata nella mia vita, non ho un ricordo privo di musica, non c’è stato un inizio, una fine o un periodo, la musica è il mio modo di essere. Ho iniziato piccolissima a scrivere i miei primi brani, con lo stesso spirito di oggi, soltanto con dei mezzi peggiori, tipo le cassette a nastro (sorride, ndr). Per quanto riguarda la formazione, tutto è cominciato studiando pianoforte, poi nel mio percorso classico ho sviluppato uno stile personale molto ritmico, così quando mi sono avvicinata alle percussioni mi sentivo in qualche modo avvantaggiata, visto e considerato che mi hanno sempre riconosciuto un senso del ritmo abbastanza spiccato. Insomma, sono beethoveniana, la mano sinistra per me è estremamente importante».

C’è stato un momento preciso del tuo percorso in cui hai capito che qualcosa stava per prendere una piega diversa,  diciamo una svolta?

«Sì, sicuramente. Quando una persona ascoltò per puro caso il mio primo disco, “Big saloon” pubblicato nel 2006, e mi disse che era la cosa più interessante che aveva ascoltato in Italia negli ultimi tempi. Ne rimasi stupita, perché era un album che avevo realizzato da sola, in casa, nella mia camera, con il mio computer. Quello è stato un momento cruciale, perché qualcun altro si è interessato a me, senza che facessi nulla per attirare la sua attenzione. Caratterialmente non sono una che si propone o che cerca, diciamo che tutto quello che mi è capitato, fortunatamente, è arrivato come conseguenza del mio lavoro, mi sono arrivate delle chiamate, non ho dovuto mai “rompere le scatole” a nessuno».

Venendo all’attualità, hai diretto per la prima volta l’orchestra di Sanremo, com’è stato lavorare con un artista altrettanto versatile come Achille Lauro?

«Lauro e il suo team sono una bellissima squadra, mi sono trovata molto bene, sono dei grandi lavoratori, fanno le cose bene, come si dovrebbero fare. Sai, io sono una molto esigente, precisa, il pressappochismo non mi entusiasma. Devo dire che ho trovato in tutti loro grande competenza, penso che sia palese giudicando il risultato finale. “Me ne frego” è un pezzo molto ritmico, mi è piaciuto sin da subito perché si sposa molto bene con il mio mondo. L’obiettivo era quello di far battere a tempo il piede a tutti, anche al signore più anzianotto in sala o da casa (sorride, ndr). Devo dire che sono molto soddisfatta anche dell’esibizione della cover “Gli uomini non cambiano”, l’orchestra ha suonato benissimo, Annalisa ha cantato divinamente, Lauro si è calato perfettamente nel pezzo, sono stati umili e lo hanno eseguito con grande dignità e forza».

Il 15 febbraio è partito il tuo mini tour, che tipo di spettacolo stai portando in scena?

«Ho deciso di fare un mini tour perché a breve dovrò ripartire con il grande Vasco Rossi, avendo poco tempo farò delle date selezionate in locali che mi piacciono, ci tengo a dirlo, me lo voglio permettere per una volta, location piccole ma adatte, giuste per il tipo di spettacolo che porterò in scena. Abbiamo esordito al Circolo Ohibò di Milano, le prossime date in calendario sono il 27 marzo al Diavolo Rosso di  Asti, il 28 marzo al Blah Blah di Torino, il 17 aprile all’Officina Klee di Cavriglia (AR) e il 18 aprile Wishlist di Roma. Sono contenta, perché i live mi danno sempre una grande carica».

Lo scorso anno è uscito il tuo ultimo disco che si intitola “L’AB”, cosa ha rappresentato per te esattamente?

«E’ un album molto complesso e complicato, come tutte le cose che portano il mio nome (ride, ndr), diciamo che io stessa non mi reputo un personaggio semplice, c’è sempre tutta una filosofia dietro molto personale. “L’AB” sono io, tutti i miei lavori hanno un gioco di parole su di me, perché credo che in musica sia necessario parlare di sé, della propria vita e delle proprie esperienze, piuttosto che parlare di situazioni o sensazioni che riguardano altri. Ci sono brani che spaziano argomenti diversi, ad esempio in “Second life” racconto il mondo virtuale, piuttosto che il dimenticarsi di essere evidenziato in “Forget to be”, perché a volte ci dimentichiamo di quelli che sono i nostri veri obiettivi, distratti da ciò che abbiamo attorno. Non è una critica ai social, perché lì conosco e li utilizzo, non mi piace parlare dall’alto, bensì dal dentro.

Anche io mi sento condizionata dalla tecnologia e dal nuovo modo di intendere la società, fino ad arrivare ad una piena consapevolezza raccontata in “Beautiful nothing”, il pezzo che chiude il disco, che descrive un po’ la situazione di comfort nella quale ci sentiamo apparentemente appagati. Insomma, ci sono vari tempi in questo album, che riflettono sui vari cambiamenti del mondo, per come li intendo e li osservo io».

A tal proposito, per concludere, visto che ami parlare di te e raccontarti, ti chiedo: chi è Beatrice Antolini?

«Eh, bella domanda! Io vorrei essere una brava persona, questo è il mio obiettivo, tutto il resto sinceramente non mi importa. In tutto quello che faccio c’è sempre il desiderio di fare del bene agli altri, con la musica e non solo. Chiaramente puoi farlo al meglio quando sei affermato e quando hai una tranquillità in tutti i sensi. Per quanto mi riguarda, la musica è il mio tramite a qualcosa di ancora più alto dell’arte stessa, ovvero l’umanità, il sentirsi parte di qualcosa. Per rispondere alla tua domanda: io sono il desiderio di me stessa».

© foto di Luca D’Amelio

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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