Birthh, il significato delle canzoni di “Senza fiato”

Birthh

Tempo di nuova musica per Birthh che, a partire dal prossimo 24 aprile, ha reso disponibile per Carosello Records l’album “Senza fiato”, il primo in italiano

Dopo tre album in inglese con cui ha coltivato nel tempo grandi apprezzamenti dalla critica di settore, la cantautrice e producer toscana Birthh pubblica il suo atteso primo album in italiano: “Senza fiato” esce venerdì 24 aprile per Carosello Records ed è il racconto di una vita divisa tra l’Italia e New York, ovvero la ricerca di una nuova identità in un mondo dominato da conflitti e tensioni.

La vedremo anche dal vivo per la sua prima partecipazione al Primo Maggio di Roma e il ritorno in tour nei principali festival estivi con oltre 14 date in tutta Italia. Il disco è co-prodotto interamente dall’artista stessa assieme a Chef P, giocando ecletticamente con la melodia del cantautorato italiano, l’alternative-pop e le influenze urban internazionali che sono specchio dell’inarrestabile fermento di Brooklyn, quartiere di New York in cui lei ha trapiantato le proprie radici da diversi anni.

È proprio a New York che ha preso forma la nuova fase artistica in italiano, tra sentimenti contrastanti e quelle tensioni emotive di chi lascia casa per raggiungere la lucente metropoli newyorkese, arena in cui tutto è possibile, in grado di lasciarti, nel bene o nel male, senza fiato.

Birthh sceglie così di cantare per la prima volta in italiano, inaugurando così un nuovo capitolo della sua carriera anticipato dai singoli “Little Rat” e “Truman”. 

Birthh, il significato delle canzoni di “Senza fiato”

Jumanji: Se penso a “SENZA FIATO” come ad un film, “Jumanji” è per me come l’inizio di “Baby Driver”: non c’è una dolce introduzione, ma siamo immediatamente proiettati nella giungla di New York, al culmine di un sabato notte, dentro il guardaroba da 3mq di un locale di Bushwick in cui ho lavorato tutte le sere per anni, vivendo di mance e assimilando ritmi e sembianze di una creatura notturna, una vampira. I miei turni andavano dalle 18 alle 4 di notte circa. 

Ho tirato i dadi, ma non ho abbastanza punti, risucchiata tra zanzare giganti: “Jumanji” è una metafora del gioco del capitalismo, nel quale se parti in svantaggio o fai un tiro sbagliato, puoi solo continuare a giocare per uscirne. Devi affrontare tutte le circostanze che il gioco ti propone e che cercano di sottrarti via il tempo, le risorse, l’attenzione. E devi farlo stando alle regole prestabilite dal gioco. 

Esattamente come il tiro dei dadi, vincere nel capitalismo è tutta fortuna. 

Ho provato a essere migliore, a non farmi vincere da una tentazione: penso che si possa odiare il brutale sistema capitalista e, allo stesso tempo, subire la fascinazione materialista di una vita senza l’ansia di arrivare a fine mese, del trovarsi per una volta in una posizione di privilegio e di potere, invece di essere sempre schiacciato dai pochi altri che possono permettersi tutto.

Io non ho nessun interesse nel mettermi su un piedistallo. Penso che per essere critici nei confronti delle cose, si debba anche avere l’onestà di ammettere che noi tutti siamo parte di un sistema molto insidioso, che fa leva sulle debolezze umane. Io per primo sono tentata di arrendermi e smettere di combattere dentro un gioco che è comunque truccato.

Little Rat: Questo è stato il mio primo singolo in italiano di sempre. È stato un grandissimo salto nel vuoto, che mi ha portato subito grandi rassicurazioni e incoraggiamenti.

“Little Rat” è un’introduzione a cuore aperto all’interno dell’arco narrativo dell’album, è un inizio di percorso senza filtri su dove mi trovo adesso, sia a livello geografico che nella mia salute mentale. Il mio stare tra l’Italia e l’America, passando dalla natura delle colline toscane alla metropoli di cemento di New York, assieme al mio sentirmi ovunque fuori posto, ma anche compresa; inadeguata, ma anche libera.

Terminal: La mia solitudine strappa le ali dal petto / Vorrei cercarti dal finestrino, trattengo / Ma quando guardo fuori sono già sull’oceano. Quando mi sono trasferita a New York, è come se ciò che sono si fosse spaccato in due. Quei frammenti di me li sentivo così legati al luogo di appartenenza, che andarmene via dall’Italia significava lasciarli lì fino al mio ritorno. 

Gli arrivederci sono sempre molto dolorosi. Salutare mia madre e vederla diventare un puntino sempre più piccolo dal finestrino del treno mi fa sempre piangere, così come lo fa andarmene da New York e salutare la persona che amo. Sono momenti che non riesco mai a vivere con serenità. Non so bene come spiegare questa cosa, è una parte della mia vita che sento ancora fuori fuoco, mi confonde; a volte non capisco chi sono, cosa voglio, dove voglio davvero essere. È una ricerca continua per me, sorvolando l’Atlantico, sempre con la valigia pronta.

Faccio a mosca cieca col mio senso d’identità / non so cosa sono, se non sono una dolce metà / blackout, non so più che cos’è che mi piace.

Truman: Questo è stato il secondo singolo di anticipazione dell’album, brano nel quale do voce all’esplorazione della mia individualità. Scrutando tra quei piccoli momenti che ci fanno stare bene – prendo un incenso e guardo un porno, così mi sfogo / riempio la vasca fino all’orlo, Mina in sottofondo (…) giro la pasta, ho il pane in forno / meglio di Gordon -, racconto gesti di cura e prese di consapevolezza quotidiane, delineando il confine tra me e gli altri. Non una cavalcata dell’ego in favore di un individualismo sfrenato, ma il tentativo di ascoltare e definire le mie esigenze per coesistere in armonia con il mondo circostante. Questo perché, a monte, ho sempre avuto molta difficoltà a capire chi io sia senza misurarmi con ciò che gli altri vedono in me o in loro stessi.

Mi è capitato spesso di finire in relazioni disfunzionali in cui ho messo da parte i miei bisogni e i miei sogni per compiacere qualcun altro e cercare nel mondo esterno risposte che posso trovare solamente dentro di me.

“Truman” sarà il modo con cui ricordarmi che posso stare bene, e che posso farlo anche da sola – come esplicita la traccia seguente del disco, “Bene (da sola)” -, partendo dal presupposto che la collettività è importante, ma solo se non abbandoniamo noi stessi. 

Bene (da sola): Questa è forse la canzone di cui ho avuto più bisogno, tra tutte quelle del disco. Parlarne mi sembra quasi ridondante perché in fondo il mantra del ritornello è molto semplice e diretto: posso stare bene da sola. Il fatto è che non è sempre facile ricordarselo. Devo tenere a mente che ho tutti gli strumenti necessari per non perdermi dietro a ciò che gli altri vogliono da me, che ho il potere di scegliere ed inseguire ciò che mi fa stare bene, anche se è una strada che intraprendo da sola. 

Ho scritto questo brano in concomitanza al termine di una relazione. In un certo senso, questa canzone mi ha dato tanto coraggio e permesso di staccarmi da quella relazione. Ero arrivata ad un punto in cui mi sentivo di dare tanto e di rinunciare a molte cose, tra cui fare e vivere la musica come volevo, per dedicare tempo ed energie al far funzionare quel rapporto. Scrivere un brano così aperto e diretto in quel momento mi ha fatto sentire la gioia del fare arte in un modo che non mi capitava da tempo.

A tutti capita, prima o poi, di sminuire il proprio valore. Spero che questa canzone possa raggiungere chiunque senta il bisogno di sentirsi dire che può stare bene da sola, trovando in queste parole la carica giusta per tornare al meglio del proprio potenziale. Alla fine la musica serve soprattutto a farci sentire capiti, anche quando nessun altro ci ascolta.

Total Black: “Total Black” è nata dopo una serata passata in un club queer di Brooklyn che si chiama Basement. Il dress code del locale (con vibe check super rigido alla porta) era total black. Io di solito mi vesto sempre colorata, quindi è come se quella sera avesse sbloccato in me un nuovo modo di essere me stessa, più cupo ma anche più misterioso e sensuale. È stato molto interessante per me esplorarlo. 

Dentro il locale c’era musica techno sparata e mentre ballavo ho sentito dissolvere il mio continuo sentirmi fuori posto, le mie ansie per il futuro, la paura di ciò che sta succedendo nel mondo. Mi ricordo di aver pensato “io sono fatta per ballare”.

In generale faccio tanta fatica a sentirmi presente in ciò che vivo, sono spesso proiettata con la mente altrove, ma immergermi nella musica quella sera mi ha fatto sentire a casa per la prima volta dopo tanto tempo. 

Secondo me il diritto a vivere la leggerezza al giorno d’oggi è importante tanto quanto viverci la serietà di questo periodo storico. Le due cose non si escludono a vicenda, anzi, ci aiutano a ricordare per cosa valga la pena lottare.

Inferno: Prima di essere una musicista, una producer, un’artista, sono una ragazza come tante che sta vivendo i propri vent’anni in questi anni Venti, con tutta l’inquietudine, l’incertezza e la paura che questo periodo storico porta con sé. E anche se non abbiamo chiesto di essere qua / non abbiamo scelto di esistere, in un mondo che è stato lasciato a pezzi da chi è venuto prima di me, sento dentro un forte desiderio di prendere questo improbabile dono che è la mia esistenza e spremere fino all’ultima goccia della sua bellezza; non voglio limitarmi a sopravvivere. 

Con la guerra fra poveri finiamo all’inferno, non c’è niente di peggio che combattere col vento. Quando vedo il profondo divario di classe che divide la nostra società, con tutta l’intersezionalità che la caratterizza e complica, non posso non voler urlare fortissimo in difesa dei più poveri, di chi non ha studiato, di chi non ha le possibilità o gli strumenti per reagire. Anche se tutti ci troviamo a giocare a “Jumanji” – riprendendo la prima traccia del disco -, la struttura su cui è basato il nostro modo di vivere la collettività è fallace e sbagliata.

Maledetta me che cerco le risposte. In questo, trovo che la responsabilità individuale sia delimitata. Se guardo alle generazioni passate, a me sembra di vedere dei pattern che si ripetono da decenni; qualcosa che ha toccato i nostri genitori, e i loro genitori prima ancora.

Luce nei miei occhi, una bambina coi sogni / ci hanno cacciati fuori per fare invecchiare i mobili. Nel testo faccio riferimento anche a un episodio di quando ero bambina: avevo 6 anni quando i miei nonni e mia mamma vennero sfrattati dalla casa in cui vivevano da vent’anni. I padroni di casa volevano vendere l’appartamento e i miei non potevano permettersi di comprarlo. Da lì qualcosa è cambiato per sempre nella mia famiglia. Il ricordo che ho di mia nonna è di una persona molto ansiosa e costantemente proiettata nelle sue paure. È morta di colpo, solo qualche settimana dopo lo sfratto. La rivedo nelle mie ansie e nelle mie paure, e mi chiedo se a lei siano servite davvero a qualcosa; se tutto finisce così velocemente, mi chiedo se per vivere bene serva piuttosto imparare a stare a galla e trovare la gioia nella tempesta. Rivedo mia mamma nella mia voglia incessante di cercare un faro all’orizzonte.

E comunque i padroni di casa non sono mai riusciti a vendere la casa; è ancora lì, esattamente come l’abbiamo lasciata.

Il Sogno: Questa canzone la visualizzo nell’immagine di un’alba che sorge, lasciandosi la notte e le sue mille peripezie alle spalle: stai uscendo dalla discoteca, tieni per mano la persona che ti piace mentre state andando a dormire insieme per la prima volta. In un qualche modo chiude a livello cronologico quello che è iniziato in “Total Black”, dopo il momento di malessere esplicitato in “Inferno”.

“Il Sogno” è un dolce epilogo di questa vicenda, in cui i piccoli dettagli dell’altra persona diventano un modo per contemplare la gioia di vivere e condividere le cose con chi amiamo.

Canyon: Canzone scritta alle 4 di notte in un momento in cui volevo solo urlare le mie sensazioni per farle uscire fuori da me. Un po’ borderline, ma talvolta la mia percezione delle cose è veramente tanto intensa e negativa che vedo tutto quanto rosso sangue. Col tempo ho imparato a riconoscere e razionalizzare quei momenti; ho imparato a gestirli, e se mi rendo conto di non essere in grado di gestirli, quando gli ingranaggi non si incastrano e non posso fermarmi, cerco quantomeno di allontanarmi il più possibile dalle persone a cui voglio bene in modo da poter implodere senza colpire nessun altro.

Senza Fiato: È stata la prima canzone che ho scritto per questo disco, divenuta l’epilogo della storia e anche la mia tesi finale. Tra luci e ombre della mia interiorità e del mondo che mi circonda, credo ci sia sempre qualcosa per cui vale la pena vivere e lottare. Che senso ha non rischiare più?

La gente è sempre più impassibile e questa vita sa far male, ma io scelgo ancora di credere nella bellezza. Che sia quella di una canzone, di una persona, di un luogo, io voglio correre verso tutto ciò che la vita ci propone.

Quando penso a questo brano ho un’immagine molto precisa in testa: due persone che si baciano mentre i palazzi dietro di loro vanno a fuoco.

Io non ho paura di combattere ogni giorno,

Cerco solo strade che mi portino in profondo di tutto ciò che è davanti a noi.

Non ho più tempo di viver’ per finta, 

Voglio solo perdermi con te.

Scritto da Redazione RM
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