Birthh: “In italiano non puoi nasconderti: arriva tutto più diretto” – INTERVISTA
A tu per tu con Birthh per parlare del suo disco “Senza fiato”, il primo in italiano, disponibile da venerdì 24 aprile 2026 per Carosello Records. La nostra intervista alla cantautrice
Dopo aver costruito negli anni un percorso solido e riconosciuto con tre album in inglese, Birthh apre un nuovo capitolo della sua carriera con “Senza fiato”, il primo disco interamente in italiano, disponibile dallo scorso 24 aprile per Carosello Records.
Un passaggio tutt’altro che formale, ma profondamente identitario: un cambio di lingua che coincide con una nuova fase artistica e personale, nata tra le strade di New York, città in cui l’artista toscana vive da tempo e dove ha iniziato a rimettere insieme i pezzi della propria storia.
Il risultato è un lavoro intenso e stratificato, che mescola cantautorato, alternative-pop e suggestioni urban, riflettendo quella doppia anima che attraversa tutto il disco. Un punto di svolta che Birthh porterà anche dal vivo nei prossimi mesi, tra festival estivi e appuntamenti attesi come il Concertone del Primo Maggio di Roma. Nel frattempo, ci ha raccontato la genesi e il significato di questo nuovo inizio.
Birthh presenta il disco “Senza fiato”, l’intervista
Come si è sviluppato il processo creativo di questo progetto?
«Paradossalmente parto dal fatto che i miei dischi precedenti erano in inglese, mentre questo è il primo in italiano. È nato quando mi sono trasferita a New York e ho iniziato ad ascoltare quasi solo musica italiana. Io scrivo molto in freestyle e all’inizio mi uscivano frasi mischiate, poi è arrivato il primo brano completamente in italiano, “Senza fiato”. È stato un processo molto emozionante: quel pezzo è nato chitarra e voce, poi gli altri sono arrivati anche lavorando sui beat in studio, partendo da suoni e stati d’animo diversi, fino a costruire tutto il disco».
Musicalmente il disco mescola cantautorato, alternative-pop e influenze urban: che tipo di lavoro c’è stato sul sound?
«La lingua ha cambiato il processo, perché dentro di me ho sempre avuto un equilibrio tra l’essere americana e italiana. Questa volta ho fatto quasi il contrario rispetto al passato, cercando sonorità più hip-hop dentro una lingua come l’italiano, che è dolce e romantica. Io lavoro molto di pancia: scelgo i suoni in modo istintivo, senza sapere mai davvero dove andrò a finire. Poi in studio, insieme a Chef P, abbiamo lavorato per togliere e aggiungere, perché tendo a essere un po’ “maximalista”. È stato un lavoro di equilibrio».
New York viene spesso raccontata come una città che ti mette alla prova ogni giorno: è davvero così? E com’è invece l’Italia vista da lontano?
«Sì, è assolutamente così. New York è una città velocissima, piena di contrasti fortissimi, anche sociali. Ti mette alla prova perché devi costruirti una sorta di scudo, ma allo stesso tempo ti espone a una quantità incredibile di stimoli. È intensa, quasi come vivere più vite in una. Dall’altra parte, dell’Italia mi è mancata tantissimo la famiglia e quel calore umano che lì è più raro. Stando lontana ho imparato ad apprezzarlo ancora di più, e a portarmelo dentro».
“Jumanji” apre il disco: quali stati d’animo hanno ispirato questo brano?
«Non sono stati d’animo positivi. Volevo raccontare la mia esperienza a New York, dove ho lavorato tanto cercando di portare avanti la musica. Parlo di un sistema in cui non tutti partono con le stesse possibilità, e in cui devi lottare per quello che ami. L’immagine di Jumanji mi piace perché è un gioco che, una volta iniziato, devi portare a termine: un po’ come la vita. Anche se parti con pochi “punti”, devi provarci comunque».
“Senza fiato” è la title track e il primo brano che hai scritto: cosa rappresenta per te?
«È stato il mio primo approccio a una canzone intera in italiano, quindi ha un valore speciale. Non sapevo ancora che sarebbe diventato il titolo del disco, ma col tempo ho capito che rappresentava perfettamente tutto il progetto. È un po’ il cuore emotivo del disco, il punto da cui è partito tutto».
Dopo tanta musica in inglese, quali differenze hai trovato nello scrivere e cantare in italiano?
«L’italiano è una lingua molto più diretta, più esposta. In inglese mi sentivo forse più “protetta”, mentre in italiano non puoi nasconderti: arriva tutto in modo più immediato. È stato anche questo a renderlo un processo così intenso, perché mi sono trovata a raccontarmi in maniera più trasparente».
Quanto cambia la tua musica dal vivo rispetto alla versione in studio?
«Abbastanza. Con il live stiamo lavorando su una dimensione ibrida: manteniamo l’elettronica, ma con una band sul palco. I brani vengono un po’ “ingigantiti”, anche perché dal vivo hai meno tempo per catturare l’attenzione, quindi devi rendere tutto più immediato e coinvolgente. Mi piace dare spazio anche ai musicisti, creare dinamiche diverse e permettere alle persone di vivere davvero la musica».
Per concludere: in che modo questo disco si relaziona al momento storico che stiamo vivendo?
«Tutto è realtà. Penso che gli artisti abbiano una responsabilità nel raccontare ciò che succede, ognuno a modo suo. La musica ha un potere enorme, arriva in modo diverso rispetto ad altri linguaggi. Io cerco di raccontare il mio tentativo di stare bene in un mondo che spesso non me lo permette. È un privilegio poter avere il tempo di riflettere su queste cose, e sento il dovere di condividerle, di mettere nelle canzoni quello che vivo e quello che provo».