A tu per tu con la cantante in uscita con il singolo “Cos’è la vita“, firmato da Anna Del Vacchio

Un ritorno piacevole e profondo quello di Carla Quadraccia, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Carlotta, artista che ricordiamo per il grandissimo successo riscosso da “Frena” che, esattamente vent’anni fa, spopolava nell’etere cambiandole notevolmente la vita. Successivamente la partecipazione a Sanremo 2001 con “Promessa” e al Festivalbar dello stesso anno con “Caresse toi”, per poi dedicarsi all’insegnamento e all’attività di docente, ruolo che ricopre ancora oggi al CET di Mogol, scuola dove incontra suo marito Giuseppe Anastasi (qui la nostra recente intervista), amore dal quale è nato loro figlio Vittorio. “Cos’è la vita” è il pezzo che segna, di fatto, il suo ritorno discografico, un bellissimo brano composto da Anna Del Vacchio, una canzone in grado di far riflettere con il sorriso, alternando introspezione e buonumore.

Ciao Carla, benvenuta. Partiamo dal tuo nuovo singolo “Cos’è la vita”, un brano sincero, che sapore hanno per te questo pezzo e questo bel ritorno discografico?

«Intanto ti ringrazio, non è affatto scontato che la sincerità si colleghi delle arti creative, se questo arriva è già un bel traguardo. “Cos’è la vita” rappresenta per me un ritorno, un ritorno assolutamente non previsto. Ho deciso di tirare fuori il brano in questa quarantena perché, riascoltandolo, mi metteva una grande serenità, soprattutto in un momento così complicato. Ho voluto divulgarlo perché, magari, può essere d’aiuto anche a qualcun altro, proprio come è stato per me».

A livello testuale, c’è una frase che secondo te rappresenta e sintetizza al meglio il significato dell’intera canzone?

«Sicuramente la partenza mette già in chiaro molte cose: “la vita è un privilegio, anche se ha qualche attimo grigio”, già questa frase è emblematica, dice tutto. Questo privilegio lo dobbiamo onorare. Si rischia di entrare nella retorica, ma l’autrice è stata veramente brava a non sconfinare, osservando la bellezza della vita senza tralasciare gli attimi più difficili, senza nascondere che “il papavero rosso in campo di grano è una goccia di sangue perduta da Dio”, quindi, invogliare una riflessione e spingere ad essere più realisti, godendoci tutto quello che abbiamo e che non è mai poco».

Domandone da un milione di dollari, se ti dovessi chiedere “cos’è la vita” per te? 

«Guarda, quando ho scelto di cantare questa canzone ho ritrovato dentro quello che penso veramente. Alla soglia dei miei quarantacinque anni, ti dico che la vita per me è quello che ho adesso, in primis sicuramente la mia famiglia, riuscire ad onorare l’impegno di un matrimonio, vedere mio figlio felice, osservarlo crescere. Mi reputo molto fortunata, anche rispetto a quello che stiamo vivendo, non siamo stati toccati da vicino da questo problema enorme e globale. Quindi, è questo la vita per me: quello che ho».

Il messaggio di questo pezzo assume ancora più valore in questo preciso momento storico. Tu, personalmente, come hai vissuto queste difficili settimane?

«Beh, emotivamente parlando, è stata un po’ un’altalena, ci sono stati alti e ci sono stati bassi. L’ho vissuta sia da genitore che da professionista che si è vista annullare i propri impegni lavorativi. Mi sono rifugiata nella mia musica, sia io che mio marito abbiamo scritto un sacco, dedicando molto tempo alla creatività. In tutte le situazioni, anche quelle più complicate, di lati positivi ce ne sono sempre, personalmente reputo prezioso il tempo che abbiamo avuto a disposizione per valutare tutto quello che abbiamo, fermandoci forzatamente siamo stati costretti a guardarci dentro e questa, secondo me, è stata una grande occasione».

A livello discografico sono stati fatti un sacco di appelli in favore di tutta la categoria, dall’artista che ci mette la propria faccia al tecnico che ci mette tutto il resto. Come pensi ne potrà uscire l’industria musicale da tutto questo?

«Sicuramente trasformata, ci siamo resi conto una volta per tutte di quanto il live sia fondamentale per la nostra sopravvivenza. Tutti ci siamo dovuti fermare, ma l’industria discografica, essendo basata sulla creatività artistica, sicuramente può assistere ad una nuova ondata di proposte. Spero che il pubblico sappia scegliere quelle più sincere, perché chi ha avuto paura di uscire dal mercato si è inventato veramente di tutto (ride, ndr), invece il vero artista si è fermato a dire la verità. Anche qui c’è una grande occasione, mi auguro che tutti sapremo sfruttarla al meglio».

Un’industria che già non navigava in acque tranquille, il mercato negli ultimi anni è profondamente cambiato. A tal proposito vorrei fare un saltino indietro nel tempo perchè, proprio quest’anno, la tua “Frena” festeggia vent’anni di vita. Quali credi siano le caratteristiche che hanno contribuito al suo successo rendendolo un vero e proprio evergreen?

«Nel momento in cui fai uscire un nuovo pezzo non sai mai che risultati puoi riuscire ad ottenere, le etichette fanno investimenti senza avere la certezza di un ritorno, è sempre un po’ una roulette russa, la verità è che siamo in realtà un branco di pazzi (ride, ndr), ci giochiamo il tutto per tutto. Dentro quella canzone c’è una grandissima verità, cioè la mia verità di venticinquenne. “Frena” è stata scritta da due miei carissimi amici che mi conoscevano profondamente, quindi sono riusciti a mettere sul pentagramma tutta la mia positività e la mia propositività, in più c’è tutta l’anima sonora di questo pezzo da non sottovalutare, perché all’interno c’è un po’ di jazz, un po’ di swing e tutto un mondo musicale sul quale la mia voce suona molto bene. Per tutte queste ragioni, il risultato è stato credibile a livello di composizione e di testo».

Da anni ti occupi anche di insegnamento, ricoprendo il ruolo di docente presso il CET di Mogol. Un ruolo che trovi più affine alla tua personalità rispetto al precedente status di “icona pop”?

«Assolutamente sì, quando qualcosa ha cominciato a scricchiolare nella mia carriera discografica, dopo i grandi successi, ho cominciato a non riconoscermi più in quello che cantavo, mi guardavo allo specchio e mi chiedevo: “ma chi sono?”. Si è andati verso delle scelte che si distanziavano dal mio centro, scelte che andavano incontro ad una sorta di ricerca di mercato, dopo un po’ non ho più resistito, ho ringraziato chi mi aveva accompagnato fino a quel momento, ma ho deciso di proseguire per la mia strada perché avevamo vedute troppo differenti.

Sicuramente non è stata una decisione facile, in termini economici mi sono ritrovata in una situazione non semplice, fortunatamente hanno cominciato a chiedermi delle lezioni, perché avendo studiato canto e musica non ero affatto una sprovveduta, così mi sono reinventata e devo dire che questo ruolo mi è piaciuto tanto, notavo che potevo dare molto agli allievi, al di là della parte tecnica e basilare delle nozioni didattiche, c’era tutto un vissuto che può fare la differenza. Ho spinto in quella direzione, sono tornata a studiare, a perfezionarmi come docente, ho avuto grandissime gratificazioni fino alla convocazione al CET di Mogol, ho preso la cattedra del corso interpreti e lì ho trovato un ambiente meraviglioso.

In più ho conosciuto quello che poi è diventato mio marito, per un anno siamo stati colleghi, ci guardavamo da lontano (sorride, ndr), entrambi avevamo i nostri casini e le nostre storie, più o meno note, dopodiché ad un certo punto ci siamo guardati e da lì è cominciata la nostra vita insieme. L’insegnamento era esattamente quello di cui avevo bisogno, ciò che tutt’oggi mi fa stare bene, per il resto… forse per anni mi sono fatta troppi problemi, più volte ho valutato se tornare all’attivo discograficamente o meno, ma ho capito e deciso che se arriva la canzone giusta, quella che più mi rappresenta e che po’ far star bene me e chi mi ascolta, non posso far altro che pubblicarla, proprio come accaduto con “Cos’è la vita”».

Per concludere, che ruolo può avere la musica in questa delicata fase di ripartenza?

«La musica pop ha sempre una doppia valenza, da una parte divertire e creare dei momenti di sospensione, dall’altra far riflettere e trasmettere un messaggio. Noi in casa abbiamo questa ambivalenza, perché c’è Giuseppe che scrive dei testi di una profondità filosofica pazzesca, mentre io sono più portata a parlare di cose che ti regalino un po’ di spensieratezza, quindi ci compensiamo molto. Ecco, credo che queste siano le due facce della musica pop».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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