Cesare Cremonini, il significato delle canzoni di “Amateur”
Tempo di nuova musica per Cesare Cremonini che ha rilasciato il suo decimo album di inediti, intitolato “Amateur”, tra gli ospiti Malika Ayane, Salmo e Fabri Fibra
Cesare Cremonini ha reso finalmente disponibile “Amateur”, il nuovo album di inediti in uscita il 23 ottobre 2026 e presentato in anteprima a Londra (qui il nostro racconto). Undici canzoni nate e registrate a Londra, allo Studio 13, dentro un processo creativo che ha messo al centro la musica suonata, l’incontro e il confronto tra linguaggi differenti.
Dopo ventisette anni di carriera, Cesare Cremonini sceglie “Amateur” come titolo manifesto del suo decimo album di inediti. Non per ricominciare da zero, ma per provare a rieducarsi, a farci riflettere sulla libertà di chi non conosce ancora il punto d’arrivo. Il suono è un fattore decisivo per l’album e la prima traccia dell’album, la title track, ne è la prima dichiarazione d’intenti.
Cesare Cremonini, il significato delle canzoni di “Amateur”
La dance hall di Cremonini apre il suo sipario con un groove urban e una base interamente suonata, tratto distintivo del disco. Al sax, Donny McCaslin accompagna una voce sporca, colorata di ruggine, che canta il primo verso: « La mia ragazza mi ha lasciato, disse Nietzsche a Sigmund Freud» . La prima pagina di “Amateur” è una seduta di analisi. La narrazione si muove lungo questi binari: un costante confronto ravvicinato tra l’immagine di sé (l’ego), i condizionamenti interni ed esterni e la ricerca di una propria verità nel mezzo di forze opposte. Dal punto di vista delle metriche del testo, Cremonini affonda i piedi nel blues e nelle sue storie di strade polverose e surreali. Non occorre un ritornello. Sono le sensazioni visive e sonore a guidare la canzone. «Non cercare te stesso nelle cose smarrite»: il nodo centrale dell’intero album arriva all’incrocio con Salmo, che entra nella title track portando il proprio linguaggio dentro quello del disco. Musica suonata, urban, blues, hip hop, folk e rock convivono nella stessa miscela. Sarà il rapper, come un Virgilio preso in prestito dalla nostra fiaba, a indicare la strada da percorrere.
“Paparazzi” porta avanti questa sfida, soprattutto sul piano della produzione sonora. Malcolm Catto suona una batteria asciutta, sincopata, al limite della drum’n’bass, che sembra registrata in una cantina di un sobborgo di Manchester, accompagnata da un riff di basso distorto. La voce di Cesare è ancora graffiata e istintiva. Rock ed elettronica si miscelano in modo compatto. Fabri Fibra entra con il suo marchio vocale distintivo in una nuova strofa sulla parte strumentale, dando al brano una forma nuova rispetto al singolo già pubblicato. L’assolo di Donny McCaslin prende il posto di quello della chitarra elettrica, inseguendone le sonorità distorte.
“Cavalli da corsa” è il lento che la nuova pista da ballo di Cremonini stava aspettando. «È un piccolo grande regalo ricevuto da Elisa e non sarebbe mai nato se non ci fossimo incontrati artisticamente alcuni anni fa, sul palco del mio tour. Da allora, la nostra relazione umana e di scrittura non si è mai fermata. Ci sono frammenti musicali e demo che ci scambiamo continuamente e questa canzone è nata proprio da uno di quei frammenti». “Che la bellezza salverà il mondo e chi lo dice, oggi, sembra un pazzo ” è uno dei versi centrali della canzone. Le chitarre classiche arpeggiate e l’accompagnamento orchestrale di Alessandro Magnanini e della compositrice britannica Rosie Danvers guardano alla tradizione orchestrale italiana degli anni Sessanta. L’elettronica completa il quadro di un brano scritto come una serenata napoletana. I cavalli da corsa diventano anche un’immagine delle canzoni costrette a correre sempre più velocemente, dentro un mercato che concede sempre meno tempo all’ascolto. Il brano prova a muoversi nella direzione opposta: concedersi tempo e affidarsi alla poesia.
“Non lo diciamo a nessuno” cambia il passo del disco, aprendolo a una dimensione più leggera e rock’n’roll. Synth strings anni Settanta, sassofoni e cori pensati da Cesare insieme al produttore Alessandro Magnanini costruiscono un’atmosfera caotica e grottesca, con echi del glam rock di Bowie che incontrano la tradizione del racconto cantautorale italiano. Nel finale torna il sax di Donny McCaslin, in una canzone che parla di avventure sentimentali notturne. C’è anche la “Piazza Grande” di Lucio Dalla, simbolo di una Bologna che per Cesare è luogo di passioni e di vita; c’è la “maionese” presa in prestito a Luca Carboni, sulle dita di un amore appena nato.
È con “Il giardino di sassofoni” scritta, composta e prodotta da Cesare, che il disco raggiunge uno dei suoi passaggi più ambiziosi. Una costruita come un’opera, tra rock, pop, jazz, classica, orchestrale e teatrale, con richiami progressive, altre volte profondamente italiani. «Quando ho scritto “Il giardino di sassofoni” ho compreso che l’album si stava formando. Descrive questi mesi del mio rapporto con il sassofono, dal principio fino all’ultimo giorno. L’inchiostro con cui l’ho composta è fatto di dolore, ma, cantando queste rime, una dopo l’altra, arrivo alla luce. “Oltre i muri che fanno gli uomini c’è un giardino di sassofoni”. Dopo averla scritta mi sono sentito sollevato. Nella produzione ho inseguito alcune delle sonorità orchestrali che amo di “Abbey Road” dei Beatles. Alessandro Magnanini ha scritto le parti orchestrali, a cui si è aggiunto, quasi casualmente, Marco Castoldi, in arte Morgan».
L’ultima traccia del lato A nasce invece da un’altra suggestione: la riscoperta del repertorio del Derby di Milano, da Jannacci e Gaber a Cochi e Renato e i Gufi. Ed ecco arrivare quella che Cesare definisce, autoironicamente, «la canzone più importante della sua carriera». “Perché ti conosco” è un divertissement nato per gioco durante una notte d’osteria insieme agli amici di sempre. Cremonini la registra il giorno del suo compleanno, circondato dalla sua banda di amici e compagni di vita, forse dopo qualche bicchiere di vino di troppo. Ad accompagnarla sono i fiati guidati da Matt Roberts, al quale Cesare, appena tornato da un viaggio a New Orleans, chiede un arrangiamento swing che richiami le sonorità della tradizione musicale della Louisiana. Qui, idealmente, la puntina del giradischi arriva alla fine del primo lato del vinile. Per continuare bisogna alzarsi e girarlo. Un piccolo intervallo, quasi una pausa teatrale, prima che la musica torni a riempire la stanza.
«Chi se ne frega se sembriamo dei mostri?», chiede Cesare alla sua generazione, tuffandosi in “Mega Linz“. E ancora: «Non ho mai visto stare bene nessuno, peggio di me!». Il sound degli anni Novanta torna senza diventare nostalgico. Chitarre saturate al massimo, sezione fiati suonata live anche se sembra campionata. Anche il mix stringe il campo sonoro e taglia le frequenze per dare un colore vintage e allo stesso tempo pop al brano.
“Cose molto piccole” è il ritorno, dopo sedici anni, di Malika Ayane davanti a un microfono insieme a Cesare. Sembra non sia passato che un giorno da allora, perché la loro amicizia torna a parlare d’amore. È un amore metropolitano quello di cui cantano, immerso in una quotidianità fatta di gesti minimi e abitudini. Una televisione che offre battute senza sapore, strade che si incrociano ormai solo su un divano. «Parole come briciole, la cena da decidere, svuotare un posacenere, e poi non resta niente». Così Cesare racconta la genesi: «Quando è nato questo verso della canzone ho pensato subito a Malika. La sua voce raccoglie e riordina sempre “cose piccole”, intime. Le porta in primo piano nelle canzoni. Io credo che Malika sia una straordinaria artista della realtà, capace di dare un colore perfetto alle nature morte che ci circondano, come una fantastica studiosa della verità».
“Disturbo mentale” è il brano in cui “Amateur” affronta più direttamente il tema della salute mentale. Cesare racconta la sofferenza psichica con un testo diretto e privo di filtri. È la musica a restituirne la tensione attraverso un loop ansiogeno e labirintico costruito insieme a Malcolm Catto.
Con “Solo e solamente” il fisco guarda a un cantautorato italiano più laterale, una ricerca che Cremonini lega direttamente al tempo in cui queste canzoni sono nate. «L’album recupera anche un cantautorato italiano più laterale. Ho riflettuto molto in questi mesi su quale fosse oggi il riferimento migliore per descriverci, in questo tempo malandato e incerto. Le voci più libere e naïf, come Ivan Graziani, Giorgio Gaber, Rino Gaetano ed Enzo Jannacci, mi sono sembrate particolarmente vicine al tempo che stiamo vivendo. “Solo e solamente” è un omaggio a quel mondo».
L’album si chiude con una suite ballad, “Athena“, ricca di atmosfera. Cesare affida al solo di sax di Donny McCaslin la parte strumentale più emozionante e il gran finale, sospeso e atmosferico, che chiude un concept album cominciato con una seduta di psicoanalisi e arrivato a una nuova consapevolezza. Il cambio di tempo prima del finale, con l’assolo di Donny McCaslin, l’Hammond di Leonardo Caligiuri, le chitarre di Alessandro Magnanini e il pianoforte di Cesare, va oltre l’omaggio alle costruzioni sonore degli anni Settanta. Cesare lascia correre il disco verso il traguardo con la libertà che gli ha concesso lavorare per settimane in studio con i suoi musicisti. In “Athena” scrive parole sulla vita e porta “Amateur” alla sua ultima spiegazione: un disco che alla vita va incontro senza paura, sorretto dall’amore per la musica, a cui sente di dovere tutto. «Se chiudi gli occhi è facile, oltrepassare l’argine che tiene in gabbia le anime… e smetterla di piangere».