“Dalla A alla Z”: F come Fulminacci

Dal debutto ai grandi successi: la vita e la musica dei protagonisti della scena, uno per lettera. Oggi proseguiamo dalla F come Fulminacci. A cura di Francesco Costa
La musica è fatta di storie, di viaggi che attraversano generazioni e influenzano il panorama culturale del proprio tempo. “Dalla A alla Z” è la rubrica che ripercorre le carriere degli artisti più iconici della scena italiana e internazionale, raccontando le loro origini, i primi passi, le sfide e i successi che li hanno consacrati. Oggi proseguiamo dalla lettera F, F come Fulminacci.
Un percorso che parte dagli esordi e arriva fino ai giorni nostri, tra aneddoti, evoluzioni stilistiche e curiosità che hanno segnato il loro cammino artistico. A cura di Francesco Costa, questa rubrica si propone di esplorare in profondità il talento, la determinazione e l’unicità di ogni singolo artista, analizzando l’impatto che ciascuno ha avuto sulla musica e sul pubblico.
“Dalla A alla Z”: F come Fulminacci
Se gli puntassero una pistola alle tempia e gli chiedessero chi preferisce tra Rino Gaetano e Lucio Battisti, risponderebbe Battisti e di questo un po’ se ne vergogna. Anche lui voleva essere un duro, uno di quelli che vengono dalla strada e si sono formati a suon di schiaffi presi e dati. Il poeta maledetto che salta e fa a botte come un canguro. Peccato che, invece, viene dalla zona periferica più tranquilla di tutta Roma e assomiglia più che altro a un tenero e innocuo koala.
L’artista di oggi non sgomita per arrivare ai primi posti delle classifiche, eppure tutti i suoi album sono certificati con il disco d’oro. Scrive tutti i suoi pezzi e si stupisce che ci sia poi effettivamente qualcuno che li canta ai suoi concerti. Il suo nome fa rima con mortacci, stracci, Fibonacci – tutte cose terribili – e inizia con la lettera F. F come Fulminacci.
Come spesso capita nell’industria musicale italiana, e nella mente di molti di noi, un cantante diventa qualcuno quando partecipa al Festival di Sanremo. E lui effettivamente ci è andato, ma nell’edizione meno vista degli ultimi anni. Quella surreale senza pubblico in teatro del 2021. Una coincidenza perfettamente in linea con il suo personaggio fuori dagli schemi e impossibile da collocare. Frequenta gli esponenti più di nicchia della musica indie come Giorgio Poi e Giovanni Truppi, scrive tormentoni per Angelina Mango, duetta con i Pinguini Tattici Nucleari e te lo ritrovi sul palco dell’Ariston a cantare una ballata dedicata a Roma. No, non sto parlando di Tony Effe. Ma di Filippo Uttinacci.
Classe 1997, gareggia tra i big di Sanremo nell’anno del Covid. “Se in futuro mi vorranno sarebbe bello”, aveva dichiarato qualche anno prima. Detto fatto, Amadeus lo chiama e realizza un sogno per un giovane che segue il Festival fin da bambino. Sconosciuto al pubblico generalista, porta tutta la sua essenza con “Santa Marinella”, un brano che racconta un’anima diversa della capitale. Quella del luogo di villeggiatura per eccellenza in cui Roma diventa una città di mare e si fa teatro della storia d’amore classica di una coppia di amici cantata in modo classico, chitarra e voce.
Buona parte dei cantautori a cui si ispira ha conosciuto i contesti peggiori della città e ne parla nei pezzi. Non è la stessa cosa per lui che cresce nel quartiere di Casal Lumbroso tra il Caffè Cruciani del signor Bruno e la discarica di Malagrotta, ridipinta tanto da sembrare un circolo del golf. Un quartiere di villette in cui passa le giornate con i cugini, coccolato dalla famiglia. “La mia periferia ha un po’ di tristezza ma senza grande personalità, con un tocco di lusso e un tocco di squallido, senza neppure il coraggio di essere degradata. Ero protetto e ho imparato tardi a vivere nel mondo: fino a 13 anni, non ho mai attraversato la strada da solo”.
Forse è per questa calma piatta, sperimentata durante l’infanzia, che nei suoi testi sceglie di inserire una vena polemica che rasenta la denuncia sociale, distaccandosi dal suo stile di vita morigerato. E proprio quando potresti pensare che si finge il ribelle che non è, ecco ti mette davanti alla verità cruda e si auto distrugge la street credibility da rapper pregiudicato. “So de periferia però non quella inflazionata. Tu stringi un patto col Diavolo. Io aspetto il patto con l’ATAC”, canta in “Borghese in borghese”.
Sono queste canzoni, che inizia a scrivere a 16 anni, accompagnandosi con la chitarra che suona da quando è bimbo, a permettergli di entrare nella Maciste Dischi, icona delle etichette e degli artisti indipendenti come l’amico Gazzelle, con cui Filippo duetta a Sanremo nel 2024 sulle note di “Notte prima degli esami”. Fin da subito, la critica lo nota e lo esalta. Con il suo primo album “La vita veramente” del 2019 vince la prestigiosa Targa Tenco come miglior Opera Prima e si porta a casa anche il Premio MEI come miglior giovane dell’anno.
Un inizio stupefacente per un tipo quieto che ha studiato dalle suore, è fidanzato con la stessa ragazza dal 2017 e non ha nessun tipo di trasgressione. Non fuma, non beve e sta pure attento a come mangia. Fulminacci è la dimostrazione che, nel ventunesimo secolo, la vera trasgressione è la normalità. “Io sono puntiglioso, un po’ rompicoglioni e abitudinario. Mi piace fare colazione in un certo modo, con il giusto tempo. Essere il perfettino in un mondo di sregolatezza mi è sembrata la mia forma di protesta”. Una dichiarazione di intenti che stupisce in positivo ed è con questo carattere così particolare che inizia piano piano a conquistare anche i boomer.
Quando Fiorello lo chiama ospite al suo programma “Viva RaiPlay!”, non ci può credere. Eppure è tutto vero, lo showman ci aveva visto lungo. Chissà, magari è stato proprio lui a farlo conoscere all’amico Amadeus. Da Rosario ci tornerà anche nel 2023 per presentare il singolo “Baciami baciami”, un pezzo di rottura rispetto ai precedenti. Perché negli anni, Filippo attraversa una fase di cambiamento. Diventa più pop, ma senza mai dimenticare il suo lato indie.
E soprattutto matura, come testimonia il disco “Tante care cose” del 2021, anticipato da “Canguro”. Una canzone in cui si mette a nudo e parla del lato oscuro di tutti noi, di quando ci sentiamo dei mostri pur non avendo mai fatto paura a nessuno. Ascoltandola, ci rendiamo conto della sua consapevolezza. In questa fase di eterna confusione che è la gioventù, dimostra di avere sempre più coscienza di sé. Sta diventando grande e lo fa senza essere noioso. Senza perdere quella sana pazzia che porta sul palco di Sanremo durante la serata delle cover, presentando una versione destrutturata (ma non come il tiramisù radical chic che trovi sui menù dei ristoranti fighetti) di ”Penso positivo” in duetto con Valerio Lundini e Roy Paci.
Ma non perde nemmeno la vena spiritosamente critica, quella è il suo marchio di fabbrica e se la tiene stretta anche con la svolta più apertamente pop di “Infinito +1” del 2023. In questo periodo di evoluzione, oltre al suo pubblico già nutrito che lo acclama ai concerti, lo apprezza anche la radio che passa le sue canzoni di più del solito come nel caso di “Puoi”, in duetto con i Pinguini Tattici Nucleari.
Lo so a cosa starete pensando, il classico esempio del cantautore di nicchia che si svende al consumismo delle hit costruite a tavolino. Ma non è così. È vero che scrive tormentoni, “Ci pensiamo domani” di Angelina Mango porta la sua firma. C’è addirittura una pizza con il suo nome in una catena di ristoranti, c’è qualcosa di più capitalista di questo? Però quella pizza non è banale e prevedibile come una prosciutto e funghi. È una base cacio e pepe con alghe nori, funghi e scorza di limone. Un misto esplosivo di tradizione e modernità, di pop e di indie. Esattamente come Fulminacci che non abbandona il suo lato stralunato anche se canta ritornelli orecchiabili.
È ancora quel bambino che ricorda di essersi sentito strano mentre festeggiava il suo quarto compleanno il giorno della caduta delle Torri Gemelle. Quel ragazzo che beve tè al posto del caffè pensando che sia una cosa da vecchi. Le domande gli mettono ancora ansia e agitazione come canta in “Tommaso” e scrive ancora canzoni più profonde della parola pozzo. Canzoni che ti rincuorano e ti spronano a continuare. Mentre pensi che non sarai mai all’altezza delle aspettative, che non sarai mai performante come gli altri, ci pensa Fulminacci a ricordati di non temere. Arriva sempre quella notte in cui ti torna in mente una parola bella, un desiderio. Capisci che non siamo uguali, non lo saremo mai e va bene così.
Anche Fulminacci voleva essere un duro. Ebbene, ci è riuscito, pure se ha la faccia da koala. Grazie al cielo, i duri alla Rambo, quelli coerenti nel loro unico scopo, distruggere, sono persone polverose e stantie che si stanno estinguendo. I tempi sono maturi perché una nuova generazione di duri prenda il potere. Si può essere duri senza fare a botte, cantando l’amore e piangendo. Si può trasgredire, senza essere stronzi. Si possono fare brani di spessore anche senza venire dalla strada. Non c’è solo un modo per essere artisti. Siamo tutti diversi, anche tu Filippo. Del resto, sei tu che ce lo insegni. Sei anche tu un diverso e questa è la cosa più simile a tutti che hai.