Dargen D'Amico

A tu per tu con l’artista milanese, al suo debutto in gara al Festival di Sanremo con il brano “Dove si balla

A poche ore dall’esordio sul palco dell’Ariston, abbiamo raggiunto telefonicamente Jacopo D’Amico, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Dargen D’Amico, per parlare del brano in gara a Sanremo 2022, intitolato “Dove si balla”, composto a otto mani con Edwyn Roberts, Andrea Bonomo e Gianluigi Fazio. Un pezzo che, siamo sicuri, ci farà ballare sia durante che dopo il Festival.

Ciao Jacopo, benvenuto. Partirei dal sottotesto di “Dove si balla”, dalla parte più profonda del pezzo, ovvero dal ruolo salvifico della dance, intesa sia come musica che come movimento liberatorio del corpo. Pensi che sia un brano in cui ci si possa immedesimare in un momento come questo?

«Nel momento io cui ho scritto il pezzo avevo come la sensazione che la musica dance fosse un elemento collegato a delle reazioni vitali, attraverso il movimento, per non entrare in ipotermia, per non ghiacciarsi, inteso chiaramente in senso metaforico. Ho cercato di filtrare le sensazioni che provavo in quel momento, eravamo tra ottobre e novembre dello scorso anno. Sono stato ispirato dalla voglia di riapertura e di tornare a fare cose. Immagino sia uno stato d’animo che possa essere condiviso umanamente da anche altre persone».

Sanremo è da sempre il tempio delle canzoni d’amore, la tua a suo modo parla anche di una storia finita, seppur senza alcuna retorica. In un’annata come sempre prolifica di sentimentalismi, lo consideri un vantaggio?

«Sai, negli ultimi anni sono stato un po’ in silenzio, mi sono dedicato ad altri progetti ed era da tanto tempo che non lavoravo seriamente a delle canzoni per Dargen D’Amico. La situazione negli ultimi due anni è cambiata radicalmente, in primis personalmente perchè, non avendo più la musica dal vivo, il centro della mia vita si è spostato. Ho frequentato fin troppo me stesso, questa canzone mi è servita per ricominciare ad avere delle idee, era un bisogno fisico. Allo stesso modo, credo le canzoni sentimentali siano fondamentali perchè raccontano del principio cardine della nostra esistenza, quell’amore che ci porta poi a riprodurci. Sono momenti diversi di una giornata di un essere umano».

Nella serata delle cover hai scelto di rivisitare “La bambola”, sui social hai commentato “Perdonami Patty perchè ho molto peccato”. Cosa dobbiamo aspettarci?

«Chiaramente non avevo nessun tipo di velleità nel riprodurre una cover in maniera fedele la versione originale. Quella performance è irriproducibile, come accade quando ti approcci a pezzi così celebri. In più, con Patty non esiste paragone, finisci sempre per fare pianobar rispetto a lei. Sono rimasto folgorato dall’idea del brano, dal racconto di questo rapporto distorto tra due amanti e che il tutto venisse esposto narrativamente secondo l’ottica di quegli anni. Così ho preso l’occasione per raccontare lo stesso tipo di rapporto, però da un punto di vista attuale».

DARGEN D'AMICO

Hai dichiarato di aver avuto sempre un rapporto di odio e amore con la dance, ci spieghi meglio?

«Sì, un po’ come sarà capitato a tutte le persone che si sono innamorate della musica da ballare e del mondo club. Mi spiace poterne parlare al passato, ma era bello quando ci ritrovavamo a sudare scambiandoci pezzi di corpo, tutto era governato dal ritmo e da questo incedere tribale, che permetteva alla dance di essere l’alfabeto di mille sensazioni, trovando benessere nel malessere che cercavamo di buttare fuori, un po’ come un nostro rito sciamanico occidentale. D’altra parte, però, è anche vero che una cosa così sacra è stata spesso trattata in maniera molto profana, l’ho fatto anch’io eh».

Cosa ne pensi di questa svolta dance del Festival di Sanremo?

«Non ho ancora ascoltato gli altri brani, non ho idea di quello che ci sia effettivamente nella compilation di quest’anno. Però, stando a quanto mi dici, credo che dipenda dal discorso appena fatto, che queste scelte di Amadeus siano legate alla necessità di muoversi, di interrompere questo immobilismo. La musica ballabile è la traduzione in suono di questa voglia di fare un salto nel futuro».

A proposito dei “parenti di giù”, hai davvero uno zio che si chiama Pino? Lo sai che qualcuno lo potrebbe cercare per intervistarlo, vero?

«Inizialmente volevo dedicare quel passaggio a uno zio che ha un nome molto simile e che, nel momento della scrittura, era convalescente. Poi, ripensandoci, essendo anche lui un D’Amico, molto siciliano in questo, ho pensato che non avrebbe apprezzato molto la “pubblicità”. Quindi ho dirottato quel nome a zio Pino per fare un saluto affettuoso sia al papà di Gianluigi Fazio, uno degli autori che hanno composto con me il pezzo, che purtroppo è scomparso lo scorso anno, sia lo zio di Francesco Gaudesi, che è il mio socio da sempre, dai tempi della scuola. Anche lui scomparso un paio di anni fa».

Quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso di “Dove si balla”?

«Sai, credo sia stato uno slancio di incoscienza. Ho presentato il brano proprio nell’ultima settimana, quando i giochi stavano per chiudersi. Non è che avessi tutte queste sensazioni positive a riguardo, mi sono lasciato molto guidare dagli compagni di viaggio, a partire da Edwyn Roberts, un musicista fenomenale che due anni fa ha vinto il Festival come co-autore del brano di Diodato. Lui dal primo momento mi diceva: “guarda che io ti vedo su quel palco, stanotte ho sognato che andavi a Sanremo”. Insomma, mi ha fatto un lavaggio nel cervello che mi è servito eh, perchè alla fine mi hanno preso e ora sono qui a fare questa intervista con te».

Direi che hai fatto bene, oltre al piacere di chiacchierare insieme, soprattutto se consideriamo che, da qui a una settimana, questa canzone la canteranno anche i muri…

«Sono curioso di vedere cosa succede, perchè finora ne stiamo parlando tra addetti ai lavori, ma trovo interessante l’esperimento sociale con il pubblico. Anche perchè non si tratta di un brano concepito per partecipare al Festival, quindi sono curioso di capire quale sarà la reazione, vedere di nascosto l’effetto che fa».

Anche perchè “Dove si balla” è un brano all’apparenza leggero, ma che contiene in profondità tutto un suo mondo…

«La vita stessa si muove e si sviluppa per strati, continuando a scavare in profondità e superare la patina della superficialità. Ogni giorno cambiamo pelle e anche le canzoni funzionano così, o almeno io le ho sempre vissute in questo modo, come delle immagini che avessero dietro dei significati».

Dargen D'Amico

@ foto di Adriana Tedeschi

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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