A tu per tu con il cantautore italo-argentino, co-autore del brano vincitore di Sanremo 2020 “Fai rumore

A circa un anno e mezzo dalla nostra precedente chiacchierata, ritroviamo con piacere Edwyn Roberts, cantautore che ricordiamo per la sua partecipazione alla dodicesima edizione di “Amici” di Maria De Filippi e per aver composto brani per alcune delle voci femminili più interessanti del nostro Paese, da Arisa a Malika Ayane, passando per Giusy Ferreri, Chiara Galiazzo e Laura Pausini. L’artista figura come vincitore della 70esima edizione del Festival della canzone italiana in veste di co-autore del brano “Fai rumore”, portato al successo da Diodato. Durante la settimana sanremese, lo abbiamo incontrato per approfondire la sua conoscenza e il suo stato d’animo alla vigilia del trionfo.

Ciao Edwyn, bentrovato. Sei co-autore di “Fai rumore”, scritto a quattro mani con Diodato, com’è nato questo pezzo?

«E’ nato in un modo abbastanza assurdo, nel senso che l’alchimia tra di noi in studio era molto forte ed è venuto fuori di getto, una volta finito e realizzato quello che era successo ci siamo messi a ridere e ci siamo abbracciati, perché il risultato e il modo in cui è venuto fuori erano incredibili. E’ stato un momento abbastanza magico, sono contento che questo pezzo sia arrivato sul palco del Festival di Sanremo, proprio perché il processo creativo è stato molto onesto».

Al di là della vittoria è un brano che ha colpito molto. Secondo te, quali sono le caratteristiche che sono piaciute di più?

«Come ogni canzone che di solito apprezziamo, credo che sia la combinazione tra le parole e l’apertura del ritornello così inglese. Ho letto in giro che molte persone fanno riferimento ai Radiohead, questo mi fa molto piacere e ne sono orgoglioso, sono contento. L’altro giorno, prima che iniziasse il Festival, sono andato sul lungomare di Sanremo, l’ho ascoltata e ha fatto parecchio rumore (sorride, ndr)».

Personalmente mi ha molto colpito lo special con la presenza dell’orchestra, in particolare il dialogo tra gli archi e i fiati, come vi è venuta l’intuizione di non mettere una parte cantata bensì lasciare spazio alla musica e agli strumenti?

«Sai, quando si scontrano due realtà musicali come la mia e la sua, con dei bagagli e delle esperienze diverse, ci sono comunque dei punti d’incontro molto precisi, proprio per questo la canzone non ha mai avuto ostacoli nel corso del processo creativo, è andata dall’inizio alla fine con quella struttura, come se ce l’avessimo già dentro tutti e due, non ci siamo posti il problema di che tipo di special fare, se cantato o strumentale, è venuto naturale seguire lo sfogo musicale di quel momento».

E’ la seconda volta che partecipi al Festival in veste di autore, lo scorso anno hai collaborato con Paola Turci, in gara con “L’ultimo ostacolo”. Dodici mesi dopo come valuti quell’esperienza?

«E’ stato bello, un giusto tassello per il mio percorso, un ottimo modo per debuttare al Festival. Quando scrivi una canzone e la vedi eseguire sul palco dell’Ariston ti accorgi che prende tutta un’altra forma, per cui l’esperienza dello scorso anno mi ha aiutato a capire bene come prepararmi, come costruirmi al meglio la giusta armatura per reggere un evento di questa portata, sicuramente prima ero più inesperto».

Quali sono i progetti che stai portando avanti in questo periodo?

«Guarda, parallelamente al mio progetto, ho intenzione di fare veramente quello che mi pare, perché voglio usare la musica come terapia su me stesso. Sai, nella vita tendo a crearmi molte restrizioni, non è facile, vorrei essere libero e non avere censure, non parlo a livello di contenuti, sono le mode e le tendenze che inevitabilmente influenzano questo tipo di lavoro. Facendo l’autore è difficile trovare il giusto spazio,  creare prodotti che funzionino. Quindi, per quanto riguarda il mio progetto cantautorale, ho intenzione di fare un determinato tipo di lavoro, mettendomi completamente a nudo».

Per concludere, a proposito di Sanremo, hai un ricordo o una canzone alla quale sei particolarmente legato?

«Non so perché, ma ogni volta che penso al Festival e alla responsabilità che ho nel poter far parte di questa manifestazione, mi vengono in mente grandi canzoni come “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini, uno di quei pezzi che arrivano dal cielo. Pensare che sullo stesso palco c’è passato un brano come questo mi inorgoglisce e mi dà la giusta carica per affrontare tutto al meglio».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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