A tu per tu con il cantautore milanese, protagonista della seconda edizione dello show di Rai Uno

Vent’anni di carriera e non dimostrarli, con questo spirito da eterno Peter Pan (a pochi mesi dalla nostra ultima intervistaDavide De Marinis si presenta a “Ora o mai più”,  trasmissione condotta da Amadeus giunta alla sua seconda edizione. Conosciuto al grande pubblico per il suo fortunato brano d’esordio “Troppo bella”, autentico tormentone dell’estate 1999, per il cantautore milanese classe ’71 è giunto il momento di rimettersi in gioco, dimostrando con entusiasmo il proprio talento in maniera trasversale.

Ciao Davide, partiamo naturalmente da “Ora o mai più”, cosa ti ha spinto ad accettare di partecipare a questo programma?

«Mi ha spinto la musica, il piacere e la volontà di intrattenere il pubblico con la mia voce. In più credo che ci sia un bel gruppo, dai coach ai colleghi cantanti, passando per gli autori fino ad Amadeus, massimo rappresentante di una tv di qualità, poi è interista come il sottoscritto (ride, ndr). A tal proposito ci tengo a ringraziare Pasquale Mammaro e la Starpoint Corporation, il mio produttore Andrea Fresu e tutte le persone che credono nel mio progetto, permettendomi di prendere parte a questa fantastica trasmissione».

Come ti trovi con i tuoi compagni di avventura?

«Ci sono persone che conosco di meno e altre di più, tipo Paolo Vallesi con cui condivido lo spogliatoio della Nazionale Cantanti, lui è un simpaticone e una persona estremamente socievole. Ho piacevolmente scoperto Michele Pecora, perché siamo vicini di camerino, anche lui molto socievole e gentile, sempre col sorriso, poi Jessica Morlacchi è uno spasso, positiva anche Barbara Cola, insomma, mi trovo bene con tutti. L’unico appunto è che, purtroppo, ci frequentiamo poco, perché le prove sono blindate e i nostri orari non combaciano spesso, abbiamo poco tempo per interagire, ma ci sarà tempo per approfondire la conoscenza una volta terminata la trasmissione».

Con quale spirito affronti questa esperienza?

«Ti dico la verità, la sfida e la gara le sento poco, a me piace l’idea di riuscire a trasmettere qualcosa durante la mia esibizione. L’attesa mi carica, infatti la produzione deve averlo capito e mi fa quasi sempre cantare per ultimo (ride, ndr), non lo dico per polemica, anzi, in questa circostanza aspettare mi gasa. E’ un’esperienza che sto vivendo in maniera naturale, perché crescendo ho capito che è l’unico modo per restare sempre giovani, vedi ad esempio i coach, sono dei fighi pazzeschi, la musica e l’entusiasmo ti aiutano a sentirti vivo, spontaneo e genuino».

photo credit © Assunta Servello per Rai

Arriviamo a Fausto Leali, come ti trovi a lavorare con lui?

«Cantare con Fausto mi onora di puntata in puntata, anche se non è facile stare al suo passo, perché non sbaglia mai una nota ed è di una precisione incredibile. La sua tranquillità e la sua eleganza mi tranquillizzano, cerco di rimanere me stesso, di portarmi a casa ogni singola esibizione e, almeno per il momento, penso di essermela cavata».

E cosa pensi degli altri maestri?

«Beh, sono voci che hanno segnato la mia crescita artistica, anche dal punto di vista autorale  mi viene in mente Toto Cutugno, una delle nostre penne migliori, ma tutti hanno contribuito al mio percorso, da Ornella Vanoni a Donatella Rettore, passando per Red Canzian, i Ricchi e Poveri sono fantastici, Orietta Berti e Marcella Bella. Sono davvero onorato di potermi relazionare con loro, anche se con il mio coach Fasto Leali c’è una sintonia particolare e storica, perché lo conosco sin da quando sono bambino, il suo esempio mi ha spinto ad intraprendere questa strada».

Ogni artista ha il proprio cavallo di battaglia, il tuo è senza ombra di dubbio “Troppo bella”. Secondo te, cosa ha colpito così tanto il pubblico al punto da trasformarlo in un vero e proprio evergreen?

«Sicuramente la positività e la naturalezza, è una canzone che ho scritto in un’ora, partendo dall’idea del ritornello. Pensa che i discografici dell’epoca me l’avevano scartata all’inizio, poi con il mio produttore abbiamo messo a posto la metrica, spostando lo special al posto della strofa, mescolando un po’ i pezzi. Poi mi sono concentrato sul testo, sono andato a casa di mia mamma a Quarto Oggiaro e ho cominciato molto semplicemente a buttare giù le frasi e i pensieri tipici di un primo incontro e così è nato il pezzo che conoscete e che, a distanza di vent’anni, molti ricordano ancora con sincero affetto».

C’è una canzone meno nota del tuo repertorio che reputi altrettanto importante ma che non ha avuto la stessa fortuna o visibilità?

«Guarda, purtroppo ne ho tante (ride, ndr). A me piace particolarmente una canzone del mio primo album che ho dedicato a mio papà scomparso quando avevo diciannove anni, intitolata “Ho chiuso gli occhi”. Mi tocca particolarmente perché racconta di quando da bambino mi portava a pescare a Pozzuoli, a casa dei nonni. Poi mi viene in mente anche “Non mi basti mai”, oppure delle nuove “Stringimi più forte” e il mio ultimo singolo “Piccanti parole”».

Oltre ad essere una bella vetrina mediatica, “Ora o mai più” è sicuramente un bel percorso introspettivo che ti spinge a fare dei bilanci. Se avessi la possibilità di tornare indietro, c’è qualcosa che faresti diversamente o buona la prima?

«Beh, sì, qualcosa cambierei. Forse il mio secondo album è stato fatto troppo in fretta, venivamo dal successo di “Troppo bella” e dalla partecipazione al Festival di Sanremo con “Chiedi quello che vuoi”, i discografici hanno spinto per pubblicare l’anno seguente un nuovo progetto, sai per cavalcare l’onda, ma non abbiamo avuto il tempo materiale di lavorarci più di tanto, anche per le tante serate e gli impegni di quel bellissimo periodo, tra il Festivalbar e le date del tour. Il Maestro Paolo Conte dice che scrive dieci canzoni per trovarne una bella, parliamo di un pezzo di storia della musica italiana, figurati io quante ne devo scrivere (ride, ndr).

Tendenzialmente sono un cantautore che produce tanto, ma che seleziona attentamente il suo repertorio, l’ispirazione non va di pari passo con la fretta. Il mio unico rammarico è questo, personalmente avrei lasciato passare un altro anno prima di far uscire il secondo disco. Non credo che per scrivere una canzone ci voglia un’eternità, anzi la sigla di “Domenica in” per Mara Venier l’ho scritta in mezz’ora sul divano di casa, ma sono convinto che la musica vada lasciata riposare, stagionare per qualche tempo, solo così puoi calibrare e migliorare l’intuizione di un momento creativo, nella maniera più naturale possibile».

Uno degli aspetti positivi di questo programma è l’attenzione che viene data alla musica del passato ma anche a quella del futuro, permettendovi di portare in finale un brano inedito. So che non potrai anticiparmi molto, ma cosa dobbiamo aspettarci? 

«Sto lavorando ad un pezzo che reputo molto fresco, ero indeciso su due brani che rappresentano due mondi diversi, l’altro era decisamente più romantico. Alla fine mi sono lasciato trasportare come sempre dalla positività, con una canzone estiva e cantabile, che lancia un messaggio leggero ma, al tempo stesso, molto vero».

Per concludere al di là del contratto discografico in palio, cosa rappresenterebbe per te la vittoria più grande, il premio e la gratificazione più importante, una volta spente le luci dello show?

«Non lo so, non ci ho pensato. Sembrerà banale, ma la vittoria è far parte di questo programma, avere la possibilità di trasmettere le mie emozioni. Non mi interessa ricevere, io voglio dare, poi il resto sarà solo una conseguenza del mio lavoro e della passione che ci metto, giorno dopo giorno. Poi se dovesse arrivare qualcos’altro festeggio, mi butto sul pubblico come Benigni (ride, ndr), ma onestamente non ci penso. Un po’ come Sanremo, già partecipando puoi considerarti un miracolato, perché i posti son pochi e le proposte tantissime. Il mio obiettivo è semplicemente essere me stesso, divertirmi e donare un po’ del mio entusiasmo».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

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