A tu per tu con il chitarrista napoletano, al suo esordio cantautorale con il singolo “Mi gira la testa

Tempo di nuova musica per Osvaldo Di Dio, in arte didio, artista che inaugura la sua stagione cantautorale con il singolo “Mi gira la testa”, brano che anticipa la pubblicazione dell’album di prossima uscita. Come chitarrista ha accompagnato in tournée artisti del calibro di Eros Ramazzotti, Franco Battiato, Cristiano De Andrè e molti altri. Approfondiamo la sua conoscenza.

Ciao Osvaldo, partirei chiedendoti: come nasce questa tua nuova avventura musicale?

«Ho deciso di ripercorrere la mia storia, partendo dal 1999, anno in cui sono arrivato a Milano, perché nasco come cantautore. Quando da Napoli sono arrivato, qui l’intento era quello di cercare di fare qualcosa assieme alle mie canzoni. Poi dopo sono andato a Londra, collaborando in vari progetti con diverse band, in un momento storico in cui c’era una sorta di riscoperta della musica brit. Pur continuando a scrivere le mie cose, nel frattempo avevo perfezionando un sound e un linguaggio anche come chitarrista, in un periodo in cui tutti volevano quel tipo di mondo sonoro.

Mi sono ritrovato a fare il turnista, prima con Cristiano De Andrè, poi con Franco Battiato e via via gli altri, però non ho mai smesso di scrivere, finché c’è stata un’accelerazione lo scorso ottobre, quando in poco tempo ho scritto una trentina di canzoni. Così ho pensato che fosse il caso di farle ascoltare e non tenerle più nel cassetto. Insieme a Paolo Iafelice di Adesiva Discografia, abbiamo confezionato i brani e abbiamo deciso di partire. In passato avevo già realizzato album strumentali, per cui abbiamo voluto tracciare una linea diversa con un nome nuovo, scegliendo “didio” che poi è come mi chiamava sempre il maestro Battiato, dato che lui resta una delle mie più grandi ispirazioni, ho voluto mantenere un certo legame  anche in questo senso».

“Mi gira la testa” è brano che prende spunto dalla frenesia del tempo che viviamo, quali sono le cose che ti piacciono e quelle che ti convincono meno di questo preciso momento storico?

«Sempre legandomi ai social, ho scritto un post qualche tempo fa dove riflettevo su come sia cambiato tutto nel giro di pochi anni, ad esempio vent’anni fa appena sveglio mettevo sù un disco, mentre oggi tendiamo in tanti ad accendere e guardare il telefono. Sicuramente c’è più interconnessione, molta più velocità di comunicazione, ma anche il rischio di perderci qualcosa, soprattutto se tendiamo a tralasciare il lato umano, strettamente legato al mondo dell’arte. Il web è uno strumento importante, possiede enormi vantaggi, per un cantautore permette di arrivare a tutti nello stesso giorno dell’uscita di un progetto, senza i vincoli della distribuzione fisica, a mio avviso però non bisogna perdere il contatto reale e umano delle cose».

Musicalmente parlando, avendone la possibilità, rinasceresti in questa precisa epoca o c’è un particolare decennio che consideri più vicino al tuo modo di intendere la musica?

«Un pensiero comune tra i musicisti è che ciò che è successo tra gli anni ’60 e la prima parte degli anni ’90, sia stato un momento di grandissima creatività e di livello artistico probabilmente ineguagliabile, che personalmente paragono al Rinascimento. Oggi, se ci guardiamo indietro, ci rendiamo conto della quantità e dell’enorme livello delle produzioni di quegli anni, un periodo straordinario che ho avuto la fortuna di vivere come ascoltatore e che mi ha portato a formarmi, ma per tutti i motivi di cui parlavo prima, per la serie di opportunità che ci sono oggi a livello tecnologico, non penso di voler vivere in un’epoca diversa. Seppur riconosca le attuali difficoltà, ci sono meno vincoli e ostacoli, gli stessi costi di produzione si sono abbassati e fare musica è diventato accessibile a tutti. Questa la considero una grande libertà, le idee possono viaggiare più velocemente ed essere messe al servizio degli altri ».

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando e come hai scoperto che tu e la musica eravate fatti l’uno per l’altra?

«Da che ho memoria, possiedo un ingente quantitativo di fotografie che mi ritraggono da piccolino seduto dietro un pianoforte. Ho avuto un percorso abbastanza variegato, suonando vari strumenti, prima di approdare principalmente alla chitarra. La musica è sempre stata per me un elemento fondamentale, a metà degli anni ’90 decisi di trasformare questa grande passione nella mia professione, da lì è partito lo studio matto e disperatissimo legato alle sei corde. In quegli anni a Napoli, tutti i ragazzi della mia generazione, provavano a suonare la chitarra per cercare di ricreare i brani di Pino Daniele, che non erano per niente facili, per forza di cose decidevi di intraprendere il percorso di studi».

Come chitarrista sei stato in tournée con diversi artisti, da Eros Ramazzotti a Franco Battiato, hai collaborato con tanti importanti rappresentanti della musica leggera italiana. Ma c’è un incontro in particolare che ti ha arricchito sia a livello umano che artistico?

«Ciascun incontro mi ha donato qualcosa, ma quello che mi ha segnato di più, sopratutto in questa nuova fase cantautorale che ho deciso di intraprendere da poco, è stato sicuramente Franco Battiato, legato sopratutto ai consigli e alle cose che mi ha trasmesso. Ha sempre prestato importanza alla sperimentazione perché per lui scrivere canzoni era facile, per questo gli piacevano le cose più complesse, una volta mi disse: “didio ricorda, ci sarà sempre spazio per chi scrive belle canzoni”. Queste sue parole sono state la scintilla per far riaccendere questo fuoco che col tempo si era assopito».

Cosa pensi dell’attuale scenario discografico? Cosa ti piace e cosa no?

«Se guardiamo le classifiche troviamo un sacco di artisti che fino a qualche anno fa non c’erano, questo riguarda sia il discorso della rete che facevamo prima, ma anche l’inevitabile cambio generazionale che c’è sempre stato. Sinceramente penso che un rinnovamento fosse necessario, per troppi anni ci siamo guardati indietro, per forza di cose bisogna cominciare ad ascoltare qualcosa di nuovo, trovo che ci siano cose piuttosto interessanti».

“Mi gira la testa”, dicevamo all’inizio, è il singolo che anticipa il tuo album d’esordio. Che tipo di progetto dobbiamo aspettarci? 

«Un progetto sicuramente, come ti dicevo prima, con la voglia di raccontare delle cose, io non scrivo per un qualche dovere, bensì perché sento di avere da dire qualcosa che nessuno sta dicendo in questo momento, legato alla realtà umana, al rapporto uomo-donna, una serie di argomenti che stanno andando, piano piano, a costituire una mia poetica. Questo dal punto di vista dei testi, che nella musica italiana sono sempre fondamentali, mentre per quanto concerne l’aspetto musicale, le mie influenze sono tante, su tutte c’è sicuramente quella di Franco».

Per concludere, dove e a chi ti piacerebbe arrivare attraverso la tua musica?

«A quella parte di pubblico che sta cercando qualcosa che non riesce a trovare, tante volte mi succede di scrivere ciò che vorrei ascoltare e che non ritrovo oggi, questa è una cosa che, come capita a me, può capitare anche a qualcun altro».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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