Dimartino: “Quando tutto diventa sensazionalismo si svuotano i contenuti” – INTERVISTA

Dimartino

A tu per tu con Dimartino in occasione dell’uscita del suo nuovo album, intitolato “L’improbabile piena dell’Oreto”. La nostra intervista al cantautore siciliano

A sette anni da “Afrodite”, Dimartino torna con “L’improbabile piena dell’Oreto”, il suo quinto album di studio, segnando un ritorno alla dimensione solista intima e personale. Un progetto che si sviluppa come un flusso continuo, dove le canzoni si rincorrono senza interruzioni, seguendo il movimento naturale di un racconto che scorre, proprio come l’acqua del fiume a cui si ispira.

Scritto tra Milano e Palermo in una fase di profondo cambiamento, “L’improbabile piena dell’Oreto” intreccia memoria e presente, mescolando suggestioni dell’infanzia, inquietudini contemporanee e riflessioni sul tempo che passa. Ne nasce un lavoro stratificato e emotivo, in cui la dimensione personale si apre a una lettura più universale, tra immagini evocative e domande esistenziali.

Ne abbiamo parlato con Dimartino, che ci ha raccontato la genesi del disco, il rapporto con il tempo e la scelta di tornare all’essenziale, anche nella dimensione live, per ristabilire un contatto diretto e autentico con chi ascolta.

Dimartino presenta il disco “L’improbabile piena dell’Oreto”, l’intervista

Com’è stato fare ritorno a questa dimensione più intima e personale?

«È stato un ritorno e, come tutti i ritorni, ha avuto i suoi momenti di cambiamenti repentini, è stato anche lento. Però è sempre un ritorno e quindi ha quell’emotività proprio del ritorno. Volevo tornare con un disco emotivo e questo è un disco che per me è molto emotivo per me».

L’album ha una struttura fluida, proprio come il fiume che lo attraversa narrativamente. Quali pensieri e quali riflessioni ti hanno portato a scegliere questa immagine simbolica del fiume?

«Il fiume è un elemento a cui io sono estraneo, io sono sempre stato vicino al mare. Il fiume per me rappresentava un po’ lo scuro, il mistero, perché in un fiume vicino a casa mia mio nonno mi aveva raccontato che c’era questo mostro, “u sugghio”, quindi lo vedevamo sempre con un po’ di ansia. Mi piaceva quest’idea che il fiume, come elemento naturale, si porta dietro un parallelismo con la vita: nasce che l’acqua è pulita, si sporca attraversando le città e poi sfocia nell’infinito, nel mare. È un parallelismo semplice ma efficace per raccontare le emotività».

C’è molta musica in questo progetto, quasi come se le note e gli strumenti vadano ad aggiungere emozioni e significati alle parole. Che tipo di ricerca c’è stata in questa direzione insieme al produttore Roberto Cammarata?

«Siamo partiti da voce e chitarra, molte canzoni sono proprio prese dirette con un microfono. Attorno a questa base abbiamo costruito un tessuto armonico con un coro di cinque donne, degli archi, un’orchestra e delle incursioni elettroniche molto organiche. Poi ogni pezzo è collegato all’altro: la fine di uno porta all’inizio del successivo, e questo dà al disco una fluidità continua che stavamo cercando.»

Poi c’è una traccia che mi ha colpito sin dal primissimo ascolto ed è “Contemplare il cielo con le dita”. Cosa c’è per te dietro questo gesto apparentemente semplice che ci riporta anche un po’ bambini?

«Contemplare il cielo attraverso le dita è un gesto che facciamo per ingabbiare il cielo o proteggerci dalla luce. È quasi un modo per andare oltre l’infinito, per dargli un significato. Ho preso questa immagine semplice, infantile, per indagare su come cerchiamo di dare risposte semplici a misteri complessissimi, come il senso della nostra esistenza. Mi piaceva porre una domanda esistenziale e rendere l’ascoltatore partecipe di un dubbio che ho io e che probabilmente ha anche lui».

L’ho trovato un disco che si divide tra memoria personale e metafora universale. Lo consideri sia una fotografia del passato che del presente? Quasi come se fosse una narrazione senza tempo?

«Lo scorrere del fiume è continuo: c’è l’acqua che arriva dal passato, ti attraversa nel presente e poi va oltre. Nel disco i ricordi d’infanzia si mischiano alle paure future e alle esperienze di adesso. Il tempo è unitario, non c’è una divisione netta tra passato, presente e futuro».

Citi la figura mitologica di “u sugghio”: quanto hanno inciso i racconti familiari e le suggestioni dell’infanzia nella costruzione dell’immaginario del disco?

«Tanto, perché quel racconto di mio nonno ha reso il fiume un luogo misterioso, quasi oscuro. Quelle immagini dell’infanzia rimangono e poi tornano nella scrittura, diventano simboli che aiutano a raccontare anche altro».

E la riflessione sul fatto che la vita scorre, a volte lenta e altre più veloce, proprio come il percorso di un fiume, mi porta a chiederti come descriveresti il tuo rapporto con il tempo che passa?

«Negli ultimi anni mi sono accorto che un quarto d’ora passa più in fretta rispetto a quando ero piccolo. Se un amico mi dice “arrivo tra un quarto d’ora”, quel tempo finisce subito, mentre prima durava di più. Sento molto il tempo che passa, sento che si sta sgretolando. Credo sia anche una questione generazionale: siamo nati nell’analogico e ci siamo ritrovati nel digitale. Però penso sia anche legato all’età, più vai avanti più senti che qualcosa corre più veloce di te».

Il tour che accompagna l’uscita de “L’improbabile piena dell’Oreto” sarà in versione unplugged, in location pensate e suggestive: è un modo per riportare tutto all’essenziale, compreso l’esperienza che può vivere dal vivo il pubblico?

«Sì, mi piaceva l’idea di uno spettacolo basato solo su chitarra e voce, senza intermediazioni: niente luci particolari, niente band, niente effetti. Salgo sul palco, attacco il jack e comincio a suonare. È uno show basic, ma i posti fanno la differenza e soprattutto la predisposizione dell’ascoltatore. Il pubblico diventa protagonista quanto me. Mi piaceva tornare da solo e ritrovare le persone che aspettavano questo tipo di concerto».

Per concludere, utilizzando sempre la metafora del fiume: in questi tempi caratterizzati sia da periodi di secca che da periodi di piena, c’è un messaggio che ti piacerebbe restituire con questo disco?

«Mi piacerebbe restituire l’idea che esiste un modo diverso di comunicare, con un tempo diverso, meno legato al sensazionalismo. C’è un’alternativa, secondo me questo è il momento in cui dobbiamo trovarla tutti. Non riguarda solo la musica ma anche la politica: quando tutto diventa sensazionalismo si svuotano i contenuti. Anche la musica dovrebbe tornare a una certa lentezza, a prendersi il tempo, perché prendersi tempo significa anche rischiare».

Scritto da Nico Donvito
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