DETTAGLI ALLEGATO

A tu per tu con il poliedrico artista veneto, in uscita con il nuovo singolo intitolato “Discoteche

Tempo di nuova musica per Andrea Cavallaro, in arte Dodicianni, cantautore e performer classe ’89, al suo ritorno discografico con il singolo “Discoteche”, disponibile a partire dallo scorso 30 ottobre. Approfondiamo la sua conoscenza.

Ciao Andrea, benvenuto. Partiamo dal tuo nuovo singolo “Discoteche”, che sapore ha per te questo brano?

«Beh, se dovesse essere un sapore sarebbero delle patatine fritte in una busta di carta con tanto di stuzzicadenti e abbondante maionese. Presente quelle che si mangiano alle fiere? Ecco, sarebbe sicuramente questo. “Discoteche” viene da lì, dai ricordi della mia infanzia e dalle feste di paese, qualcosa di lontano e forse proprio per questo magico e cupo allo stesso tempo».

Quali sensazioni e quali stati d’animo ti hanno accompagnato durante la fase di scrittura del pezzo?

«Ricordo ancora quando l’ho scritto, era una domenica. Mi ero appena trasferito a Bolzano, non conoscevo nessuno e mi avevano assunto in un negozio di scarpe di lusso, niente di più lontano da me. Il negozio era in ristrutturazione e serviva  qualcuno da tenere come avamposto durante i lavori ed essendo, appunto, l’ultimo arrivato, avevano mandato me. Ero steso nella moquette bordeaux della boutique, il mio block, il mac per trascrivere ed è nata con tutta la malinconia del caso».

C’è una frase che, secondo te, rappresenta e sintetizza al meglio il significato della canzone?

«Forse “Mi ricordi la Francia e mia moglie a vent’anni”. Credo ci sia abbastanza tutto in questa piccola frase: onestà, amore, ricordo».

Dal punto di vista musicale, insieme al tuo team di lavoro, come siete arrivati a questo risultato sonoro?

«È stata una scelta ponderata a lungo con Edoardo “Dodi” Pellizzari che con me ne ha curato la produzione. Il pezzo è stato registrato in presa diretta perciò tutti insieme nella stessa stanza, per poter avere una pasta sonora più dinamica e unitaria. Il contro chiaramente è stato di non aver avuto praticamente nessun margine di correzione e l’aver dovuto quindi accettare ogni imperfezione. Credo questa sia stata la parte più difficile».

Oltre che cantante sei un artista poliedrico, un performer a 360 gradi. Come descriveresti la tua visione di arte?

«Credo che, soprattutto al giorno d’oggi, chi si occupa di musica debba cercare di indagare il più possibile anche altre sfere artistiche, la musica è solo una delle sfaccettature di un progetto musicale. Per me arte è provocare, è rischiare essendo consapevoli che a qualcuno non si piacerà pur di portare avanti il proprio messaggio».

Quali artisti hanno influenzato e accompagnato il tuo percorso?

«Se te ne dovessi dire uno, il più importante, direi sicuramente mia madre. Lei è una cantante lirica e il più bel regalo che potesse farmi è stato farmi trovare un pianoforte in casa e il non forzarmi mai a suonarlo. Se non ci fosse stata lei, gli ascolti, l’emozionarmi fin da bambino per l’Opera, sicuramente sarei un musicista diverso. Per restare nell’ambito della musica moderna, invece, sono un fan quasi patologico di Tom Petty. Il suo modo di scrivere rock in maniera così pop mi ha sempre affascinato».

A cosa si deve la scelta del tuo nome d’arte?

«Molto tempo fa un ragazzo mi ha chiamato così per deridere il tempo che avevo trascorso per lo studio del pianoforte al conservatorio. E sì, ci ho messo dodici anni, è un percorso infinito, così ho accettato la sfida e deciso che l’avrei portato sempre con me».

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Quali sono i tuoi prossimi progetti in cantiere? Cosa dobbiamo aspettarci dalla tua musica?

«Dopo un periodo di pausa così grande l’augurio che posso farmi è che non capiti mai più. Purtroppo non è stata una mia scelta staccarmi dalla musica, è successo, le idee vanno e vengono purtroppo. Ora sento di avere finalmente la giusta consapevolezza per far sì che questo sia solo l’inizio di un lungo percorso».

Per concludere, a chi si rivolge oggi la tua musica e a chi ti piacerebbe arrivare in futuro? 

«Sinceramente non saprei dirti a chi si rivolge, è un ragionamento che cerco di non fare mai perché forse poco virtuoso, preferisco lavorare a qualcosa che mi renda orgoglioso del mio lavoro a prescindere da chi poi lo ascolterà. Tendo ad escludere solo le crociere e i cinepanettoni, lì credo in futuro non mi vedrete mai».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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