Emanuele Dabbono: “Il ricordo è una scienza esatta” – INTERVISTA

Emanuele Dabbono

A tu per tu con Emanuele Dabbono in occasione dell’uscita del nuovo disco “Momenteria”, fuori dal prossimo 6 novembre 2026. La nostra intervista al cantautore genovese

A quattro anni da “Buona strada”, l’album prodotto da Tiziano Ferro, Emanuele Dabbono torna con “Momenteria”, il suo sesto lavoro discografico, in uscita il 6 novembre. Sedici tracce interamente suonate e prodotte da lui, senza ricorrere all’intelligenza artificiale, per un disco che il cantautore genovese definisce il più personale della propria carriera: un lavoro “a mani nude”, attraversato da ricordi, fragilità, affetti e momenti di vita, tra folk, chitarre acustiche, banjo, violini e suggestioni gospel.

Dal significato di una parola inventata per custodire gli istanti felici alle canzoni dedicate alla salute mentale, alla paternità, all’amicizia e all’amore, Emanuele Dabbono racconta la genesi di un progetto che considera una sorta di “Nebraska” ambientato tra la Valpolcevera e la Via Aurelia. Nell’intervista ripercorre anche il proprio cammino di autore, dagli importanti successi firmati con Tiziano Ferro fino a “Il filo rosso” con Alfa, soffermandosi sul valore della genuinità, sulla libertà creativa e su un percorso che, dopo oltre vent’anni, continua ad avere nella musica la sua ragione d’essere.

Partiamo dal titolo curioso, una parola che hai coniato direttamente tu. Che significato assume per te “Momenteria”?

«Penso che quando una parola non abbia bisogno di essere spiegata ha già compiuto il suo miracolo. Quando dicevo alle mie persone fidate “Momenteria”, loro annuivano, sembravano capire subito di cosa si trattasse. Per me significa un luogo. Un posto fisico e al tempo stesso ideale non in cui non rifugiarsi, ma dal quale estrarre, come dal cilindro di un mago, gli istanti in cui siamo stati bene. Sono gli highlights positivi della nostra vita, quelli che tiri fuori a cena con gli amici che non vedi da tempo. Quei momenti che ti fanno ancora emozionare dopo anni. Ne abbiamo bisogno per ridarci la carica e avere la certezza di aver vissuto e non solo di essere sopravvissuti. Il ricordo è una scienza esatta».

Se potessi davvero entrarci in quel luogo, qual è il primo ricordo che vorresti ritrovare e perché?

«Sarebbe un pò particolare. Quel giorno di tanti anni fa, quando mio papà mi venne a vedere a un concerto ma si nascose dietro a un albero, quasi a spiare se davvero avevo la stoffa di stare su un palco. Mi piacerebbe tornare lì, scendere dal palco e abbracciarlo. Dirgli: “Mi hai dato tanta forza anche se sembrava non facessi il tifo”. Mi diceva che i miei erano voli pindarici ma poi era la stessa persona che mi comprò la prima chitarra».

Hai raccontato di aver voluto realizzare un disco “a mani nude”, suonando personalmente tutti gli strumenti e senza ricorrere all’intelligenza artificiale. Quanto è stato importante recuperare una dimensione artigianale e umana del fare musica?

«Per me è necessario sporcarsi le mani, negli affetti, nelle relazioni, nella musica. Tutti posti in cui sono le emozioni a guidare, non i chip. Quando ascolti, alleni il tuo orecchio anche ad esprimerti. Quando suoni, alleni le tue mani a fare, così quando sogni, ti eserciti a creare. Io vengo dalla musica suonata. Cerco l’imperfezione, la voce che accenna un tremore prima della nota. Il coraggio di emetterla prima che diventi suono per me è già vittoria se percepisco umanità. Cerco una storia, che una canzone abbia una narrazione. Che uno strumento vibri e risuoni».

In “Oversize” affronti il tema della salute mentale, accompagnando il brano con un video realizzato in collaborazione con Progetto Itaca. Come è nata questa canzone e quale responsabilità senti quando scegli di trasformare un tema così delicato in una narrazione musicale?

«”Oversize” è forse il brano a cui tengo di più di questa raccolta. Volevo creare un’esperienza musicale, più che la solita struttura canzone a cui siamo abituati. Funziona come un vulcano che esplode nel finale. E’ privo di ritornello perché – volutamente – ha un’urgenza di andare oltre, avanti, salire anziché ritornare. Non avevo mai scritto qualcosa di simile, così libero dagli schemi. Mi sono detto che i tempi erano maturi per farlo e con il regista Luigi Cerati abbiamo esplorato anche “la verità del mio volto” senza trucco, sempre sdraiato su superfici differenti, per amplificare la sensazione del sentirsi al tappeto».

“La stanza che non hai” mette a confronto generazioni diverse, mentre “Fiore selvatico” affronta il tema della paternità. Quanto la nascita di una figlia ha modificato il tuo modo di osservare il mondo e di raccontarlo attraverso le canzoni?

«La vera responsabilità nasce nel momento esatto in cui ciò che scrivi un giorno verrà letto, cantato, vivisezionato. Un pò te lo auguri, un pò ti terrorizza, ma ho capito nel corso di questi anni da artigiano delle canzoni che va raccontata la polvere sotto al tappeto, non i trofei. Così quando penso alle mie figlie Claudia e Anna penso a cosa vorrei dirgli, appena si voltano e vanno per la loro strada. La verità è che il bisogno di sentirci vicini è reciproco. Quando sono nate, è nato anche un papà».

L’Irlanda occupa un posto speciale nel tuo immaginario musicale fin da quando, vent’anni fa, hai iniziato a frequentarla e hai scoperto la forza della musica dal vivo in un piccolo locale di Doolin. Che cosa hai trovato in quella cultura musicale che ancora oggi senti vicino alla tua sensibilità?

«L’Irlanda è la provincia nella natura che ce la fa, il respiro del vento, la serenità di chi conosce la ricchezza del tempo, è un flauto feadog che non sapevi di amare, la malinconia di chi ha vissuto in faccia al mare e lo guarda come se dovesse restituirgli qualcosa che magari nemmeno tornerà, ma tu al molo ci rimani comunque».

Hai firmato con Tiziano Ferro canzoni che hanno raggiunto risultati importanti, da “Il conforto” a “Incanto”, passando per “Lento / Veloce” e “Valore assoluto”. Che cosa ti ha insegnato questa collaborazione sul mestiere di scrivere per e con un altro interprete?

«La lealtà, l’onore. L’amore per i dettagli. Il microcosmo che batte il macrocosmo 4-0 fuoricasa. Che è inutile fare pronostici, se hai entusiasmo e lavori come un forsennato i risultati guidano verso di te. Siamo portati a credere al successo come una meta da raggiungere, impostando le coordinate su un navigatore. E se il successo invece fossi tu? Tu che devi lavorare sodo per attrarlo, senza spostarti di un millimetro, semplicemente crescendo. Scopri così che può arrivare con un brano irish folk (“Incanto”) o con un uptempo nato al piano e trasformato dal beatbox di Timbaland in un forsennato dance floor hit (“Buona (Cattiva) Sorte)”».

La collaborazione con Alfa ha segnato invece un incontro tra due cantautori della stessa terra. Vi siete riconosciuti nelle stessa Genova e nelle stesse radici?

«Io e Andrea (che stimo tantissimo) ci siamo incontrati a Milano in studio, dopo una sua telefonata in cui mi diceva che Incanto era una delle sue canzoni preferite. Il giorno dopo ci siamo trovati insieme a parlare degli Angeli del fango e con due chitarre è nata “Il filo rosso”. Il resto è storia».

Sei co-autore de “Il filo rosso”, quella che credo sia una delle canzoni più belle degli ultimi anni. Al di là delle classifiche e dei risultati è una delle poche canzoni che rimangono e superato la barriera del tempo in questo epoca che va così veloce. Quale pensi sia il segreto di quella canzone?

«Credo che la genuinità sfidi sempre le regole del mercato. Quando uscì, in classifica c’erano titoli di altro genere come “Mi piacciono le armi”. Ma insistere a raccontare quella storia con quella melodia e il tempo in 3/4, nonostante sembrasse anacronistico, ha portato una ventata di freschezza. Forse era il momento giusto. Lo è sempre per le canzoni buone che hanno qualcosa da dire».

Dal terzo posto nella prima edizione italiana di X Factor ai successi come autore, hai attraversato diverse stagioni dell’industria musicale. Guardando indietro, quanto è cambiato il tuo rapporto con il mercato discografico e con il concetto stesso di popolarità?

«Oggi sono un autore risolto e soddisfatto. Scrivo solo in situazioni in cui so di poter essere efficace e di trovare il clima adatto a esprimere la mia personale spremuta di cuore (vedi “Baciamoci” con gli Eugenio in Via di Gioia). Sono a contratto con Nelida Music Publishing (Artist First) e mio trovato un bellissimo e affiatato team».

Per concludere, quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso sia di un disco come “Momenteria” che del tuo percorso realizzato finora?

«Che senza scendere a nessun compromesso, dopo vent’anni sono ancora qui a vivere di musica. “Momenteria” è il disco più vivo e riuscito che abbia mai fatto. Non vedo l’ora chiunque lo ascolti, lo completi con le sue emozioni».

Scritto da Nico Donvito
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