A tu per tu con la talentuosa cantautrice pugliese, in uscita con il singolo “A ring in the forest”

Si intitola “A ring in the forest” il singolo che segna il ritorno di Erica Mou, tra le artiste più interessanti del nuovo cantautorato femminile. Disponibile negli store digitali a partire dallo scorso 14 giugno, il brano è strettamente collegato alla storia narrata nel videoclip diretto da Marco Callegari, che racconta la trasformazione di un albero in chitarra. A un anno e mezzo di distanza dalla pubblicazione del suo ultimo album “Bandiera sulla luna” e dopo la fortunata partecipazione a Sanremo 2012 con “Nella vasca da bagno del tempo”, dove si è classificata seconda tra le Nuove Proposte, abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con la talentuosa e simpatica cantautrice.

Ciao Erica, partiamo dal tuo nuovo singolo “A ring in the forest”, cosa racconta?

«Racconta degli alberi e della foresta come metafora di un luogo a cui tutti apparteniamo, un posto che sai di poter lasciare per poi tornare, proprio come la tua famiglia, infatti il ritornello dice “per trovare terra nuova come un frutto devi cadere”».

Come mai hai deciso di tornare esprimendoti in lingua inglese?

«La canzone nasce come un progetto, un’idea globale correlata dal videoclip, che racconta del rapporto tra l’uomo, la natura e gli oggetti. Ogni volta che tocchi qualcosa fatta di legno, non fai caso al fatto che provenga da un albero, nel nostro caso abbiamo voluto rappresentare uno strumento musicale, quindi la chitarra. Per raccontare questo processo, ho pensato che l’inglese fosse la lingua più adatta per esprimere questo concetto universale».

Le sonorità, invece, non sono diverse da quelle a cui ci hai già abituato in italiano. Dal punto di vista vocale e dell’interpretazione quali sono le principali differenze tra queste due lingue?

«E’ completamente un altro strumento, anche e soprattutto per quanto riguarda la composizione. Il brano è nato in inglese, non l’ho tradotto dall’italiano, di conseguenza la metrica e le vocali sono completamente diverse, fino ad arrivare al modo di cantare. E’ stato molto interessante per me».

Cosa avete voluto esprimere attraverso le immagini della clip diretta da Marco Callegari?

«Ho scritto di questo argomento quasi su commissione, il direttore artistico Marco Callegari mi ha espresso la sua volontà di raccontare la storia di questo albero, la sua trasformazione in chitarra. A modo mio mi sono lasciata ispirare dal racconto,  fino ad arrivare a parlare in maniera globale della natura in tutte le sue stagioni».

A proposito di chitarra, cosa ti ha spinto a sceglierlo come tuo strumento di riferimento?

«Ho iniziato a scrivere canzoni dopo aver cominciato a suonare, avere uno strumento tra le mani ha cambiato tutto. La chitarra è di per sé incredibile, come tutti gli strumenti che poggiano su di te diventa una parte integrante di te stesso».

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che una grande passione come la musica poteva diventare per te un mestiere?

«Forse nel 2008 quando sono stata ospite al Roxy Bar di Red Ronnie, da lì in poi sono successe un sacco di cose, l’anno seguente ho firmato il contratto con la Sugar di Caterina Caselli. In cuor mio lo sapevo da sempre, mi sono preparata per fare in modo che questa fosse la mia vita, studio canto da quando ho cinque anni, ho davvero lottato per arrivare a trasformare questa mia passione in un mestiere».

Ti senti rappresentata dall’attuale scenario discografico?

«No, perché non posso essere rappresentata da un’industria, ci sono tante cose che mi possono piacere o meno. Chiaramente mi sento rappresentata dal mio tempo, questo sì, ma l’artista non può sentirsi rappresentato da un settore, giammai (sorride, ndr)».

A distanza di sette anni, cosa porti con te dell’esperienza di Sanremo 2012?

«Mi sono divertita tantissimo, ho anche pianto, in più ho conosciuto artisti che sono diventati amici, come Davide Rossi e Marco Guazzone, persone che sono entrate a far parte della mia vita, addetti ai lavori e giornalisti. Sanremo è stata un’emozione estraniante, mi sono sentita contemporaneamente sia dentro che fuori di me».

Per concludere, qual è la lezione più importante, l’insegnamento più grande che senti di aver appreso dalla musica?

«La musica è cattiva e, al tempo stesso, bellissima perché è imprevedibile, non sai mai che cosa succederà alla fine, inizi con un’idea ma è lei a guidarti. La cosa che ho imparato è che per fare musica ci vuole tempo, devi smontare e rimontare, è piuttosto faticoso perché non esiste un faro di luce che dall’alto t’illumina e ti mostra la strada da seguire per l’ispirazione, tantomeno esiste una ricetta da seguire. E’ un continuo mettersi in gioco, la musica mi ha insegnato a prendere tante mazzate e a saper aspettare».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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