Essenzialità e pathos, bentornato Michele Bravi – Recensione concerto

Il racconto del concerto dell’artista umbro, svoltosi al Teatro San Babila di Milano lo scorso 18 ottobre

Ci sono articoli complicati da scrivere, quando ti ritrovi davanti una pagina bianca e le parole cominciano a giocare a nascondino, confondendosi tra le emozioni che difficilmente si riescono a tradurre in forma scritta o parlata. Assistere al ritorno in scena di Michele Bravi, è qualcosa che porterò con me nel mio diario di vita, fatto di errori ma anche di tanta bella e buona musica, un capitolo fondamentale per la vita di ognuno di noi. Spesso non ce ne rendiamo realmente conto, ma basta davvero poco per tornare a contatto con la nostra interiorità e scrollarci di dosso i futili problemi di una quotidianità che ci assorbe, ci distrae e devitalizza la nostra capacità di sognare.

Il cosiddetto potere immaginifico e terapeutico della musica, la forza che ci spinge a tornare in contatto con noi stessi, con il nostro latente spirito primordiale, attraverso paure e desideri, frustrazioni e sentimenti, ansie e piacevoli ricordi. Pensieri che, spesso e volentieri, ci sfiorano nei momenti di sofferenza perché, superata la prima fase di irrazionalità, arriva puntuale e precisa come un orologio svizzero la lucidità, che rimette ordine e restituisce valore alle cose. Cosa abbiano a che fare questi ragionamenti con il ritorno di Michele Bravi, è un’interconnessione alla portata di qualsivoglia individuo dotato di sensibilità.

Tanto si è scritto e troppo si è detto riguardo la vicenda che lo ha infelicemente coinvolto, finalmente è arrivato il momento di lasciar parlare la musica. No, non è un modo di dire, perché la musica sa comunicare molto più delle semplici parole, con un giro di accordi si possono sottolineare concetti e smuovere coscienze, come nessun’altra forma di comunicazione è in grado di fare. Un ritorno ufficiale, sublime e struggente, come era possibile ipotizzare sin dalla vigilia, ma che non ha mancato di sorprendere. Quattordici canzoni in scaletta, pescate dal suo repertorio ma anche dall’enorme patrimonio musicale sia italiano che internazionale. Si parte con Quando un desiderio cade di Federica Abbate, per poi proseguire con la sua Tanto per cominciare, contenuta all’interno della riedizione del suo secondo album “Anime di carta”, e ben due cover: Ho imparato a sognare” dei Negrita e Pure imagination, nota anche come “Come with me” ed inserita nella colonna sonora, del film “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato”.

L’ascolto continua con Cambia, un’intima e toccante versione di Nessuno vuole essere Robin di Cesare Cremonini, La vita e la felicità e la cover di The edge of glory di Lady Gaga. Tratte sempre dal suo secondo album, arrivanoChiavi di casa e Diamanti, per poi lasciare spazio a Space oddity di David Bowie, ad un intenso brano inedito e “Ricordami”, tratto dalla colonna sonora del film d’animazione Disney “Coco”. Gran finale e applausi a scena aperta per Il diario degli errori, canzone-manifesto che possiamo considerare come la chiusura ideale per uno spettacolo che meriterebbe di essere portato in scena più a lungo e in più posti possibili.

Sì, perché non servono sovrastrutture o chissà quali effetti speciali per arrivare dritti al cuore delle persone, ne rappresenta una prova schiacciante questo concerto interamente piano e voce, ad accompagnare l’ugola di Città di Castello sono stati esclusivamente i tasti bianchi e neri suonati dal Maestro Andrea Manzoni. Ad intervallare le performance canore alcuni testi tratti da “La vita non è in ordine alfabetico” di Andrea Bajani, monologhi che hanno messo in risalto le sorprendenti doti recitative di Michele Bravi, che aveva già avuto modo di mostrare nella serie tv “La compagnia del cigno”.

Voce soffusa, a tratti spezzata, che ha saputo mantenere emozionando dall’inizio alla fine. Toccante il suo primo discorso, arrivato dopo un paio di canzoni, che vi riporto senza tagli perché merita di essere letto e compreso per intero: «Ho pensato tanto a quale sarebbe stata la prima parola giusta da dire questa sera, la prima parola per iniziare questo concerto, la prima parola per iniziare tutto. Mi è venuta in mente una parola strana in realtà, che è la parola nebbia. Di solito quando si pensa alla nebbia si ha sempre l’idea di qualcosa di negativo, di fastidioso, di opprimente, per me la nebbia ha sempre avuto un’accezione positiva».

«Quando a casa mia c’era la nebbia la cosa che si diceva sempre ai bambini, forse per non per spaventarli perché quando a casa mia c’è la nebbia è proprio come avere un telo davanti agli occhi, non puoi vedere niente, non riesci nemmeno più ad orientati. Ecco la cosa che si diceva sempre ai bambini era: quando sei nella nebbia è come avere un foglio di carta bianco davanti agli occhi. E’ proprio quello il punto, quando hai un foglio di carta bianco davanti agli occhi puoi ridisegnare tutto, al posto di un palazzo puoi disegnare un albero, al posto di un albero puoi disegnare un lampione, e aggiungere anche cose che non esistono, che solo tu immagini, aggiungere l’irreale nel reale. È proprio lì il segreto, avere un foglio di carta bianco davanti agli occhi e immaginare tutto. La nebbia mi ha insegnato che c’è qualcosa di più importante della logica, è l’immaginazione. Io vi auguro questa sera, e lo spero, che possiate anche solo per la durata di un concerto immergervi nella mia e nella vostra nebbia, nella mia e nella vostra immaginazione, e vedere il mondo come non è… ma come vorreste vederlo. Buona nebbia a tutti».

Cosa aggiungere? Senza voler a tutti i costi fare pagaroni e associazioni azzardate, la crescita di Michele Bravi ha del sorprendente, al punto da ricordare per certi versi la drastica evoluzione vocale di Mia Martini, a seguito dell’operazione alle corde vocali e alle vicende che tutti conosciamo. Il giovane vincitore della settima edizione di X Factor non ha cambiato il suo timbro, ma ha notevolmente affinato il suo approccio e la sua presenza scenica, raggiungendo un livello fuori dal comune, soprattutto se consideriamo i suoi ventiquattro anni.

Essenzialità e pathos sono gli elementi predominanti che più hanno emozionato di questa splendida serata sospesa a metà tra suggestioni e contenuto, tra fanciullezza e maturità, un passaggio obbligatorio nella vita di ciascun uomo, che talvolta può tramutarsi in un fermoimmagine da preservare e custodire gelosamente. Realtà e fantasia, due mondi paralleli che possono entrare in contatto, dai quali possiamo  imparare tanto, in egual misura. Sorrisi e lacrime, questo ci rimane di uno spettacolo unico e prezioso, in grado di suscitare la commozione di grandi e  piccini e, quando questo accade, possiamo davvero affermare che ancora una volta la musica ha compiuto il suo straordinario dovere.

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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