Fabrizio Moro

A tu per tu con il cantautore romano, al suo settimo Festival di Sanremo in gara con il brano “Sei tu

A quattro anni di distanza dalla vittoria ottenuta con Non mi avete fatto niente e a quindici dalla palma d’oro guadagnata con Pensa, Fabrizio Moro torna al Festival d Sanremo con “Sei tu”, una ballata dai contorni suggestivi e tradizionali, adornata da un’interpretazione sentita, autentica e passionale. Una canzone d’amore consapevole e matura nei confronti di chi, con la propria presenza, ci rende la vita migliore, salvandoci dall’abbandono e dallo sconforto a cui, altrimenti, saremmo destinati.

Ciao Fabrizio, bentrovato. Come stai vivendo questo ritorno a Sanremo?

«Sono abbastanza rilassato e concentrato, ma già so che dieci minuti prima di salire sul palco sarò una bomba ad orologeria, dipende molto dall’atmosfera che si sta ora in quel momento. Sai, essendo io piuttosto emotivo ci sono state delle volte in cui le cose nel cervello si innescavano nel modo giusto e andava tutto liscio, mentre ci sono state altre in cui si innescavano in modo sbagliato (sorride, ndr), perché magari mi prendeva male qualcosa e, di conseguenza, l’esibizione non andava bene. Sono molto emotivo, quindi non riesco a programmare prima quello che deve accadere sul palco».

Sei tu” è uno di quei brani che tutti noi vorremmo ricevere come dedica da una persona speciale, a prescindere che si tratti di un rapporto amoroso o di amicizia. Da quali riflessioni è stata ispirata questa canzone?

«Questa canzone è nata in un momento in cui l’ispirazione non c’era. Ho sempre attinto molto dal live, nel mio percorso ho fatto tanti concerti e non mi sono mai fermato. Nel momento in cui scrivevo immaginano come avrebbe reagito il pubblico sotto al palco a quel determinato inciso o a quel determinato riff di chitarra. Quindi, ogni volta che ho scritto un disco l’ho fatto sempre in predisposizione degli spettacoli dal vivo. Stavolta questo non è stato possibile per tutto quello che sappiamo, così ho dovuto trovare l’ispirazione in altre sedi e ho iniziato a scrivere questa sceneggiatura del mio primo film da regista, accompagnato da Alessio De Leonardis.

Lì mi sono sbloccato e tante canzoni le ho trovate all’interno di questa, compresa “Sei tu”, che è dedicata ad una persona che in questi due anni così complicati mi ha salvato dalla parte più brutta di me. E’ la prima volta che scrivo una dedica d’amore così diretta e profonda, perché ho sempre avuto paura di farmi leggere dentro no, tendevo sempre a difendermi quando esternavo i miei sentimenti. Non erano mai canzoni nude e crude, ma contenevano comunque del tormento, amori finiti o finiti addirittura male. Invece stavolta è una canzone d’amore positiva, in cui tendo a gratificare questa persona che mi ha salvato da questi due anni particolarmente duri».

Una dedica che diventa anche automaticamente un inventario dei tuoi errori, con quella punta di riscatto che ha contraddistinto la maggior parte delle tue canzoni. Nel tuo repertorio ci sono sia brani d’amore che pezzi con temi sociali, in quali dei due ambiti ti trovi tendenzialmente più a tuo agio?

«Per me è molto più difficile parlare d’amore, perché il disagio espresso nelle tematiche sociali ha una profondità. Quando racconto per esempio un fatto, un argomento, un’epoca cerco di esporre le cose che non digerisco, che mi fanno rabbia, è come se le esorcizzassi attraverso la musica, esprimendo anche un pensiero comune. Quando racconto la mia intimità è molto più difficile aprirmi, perché lì sono da solo, questa cosa mi rende nudo e molto più fragile. Col tempo ho imparato a fare pace con questo sentimento, ad accettare anche i limiti della mia personalità. Fino ad un pò di tempo fa non riuscivo a dire ad una persona “ti amo” o “ti voglio bene”, perché dovevo sempre dimostrare di essere più forte, invincibile e tutto ciò faceva parte delle mie insicurezze.

Una volta metabolizzato questo mostro di inferiorità e fragilità, sono diventato più forte, complice il percorso che ho fatto in questi ultimi due anni. Abbiamo affrontato questo momento così duro per tutti, che ha fatto salire a galla tante verità, compresa la verità che ho descritto in “Sei tu”: quella di essere innamorato di una persona, innamorato dei miei figli, innamorato della vita. L’amore credo che sia l’unica energia da prendere in considerazione quando l’angoscia ti viene a bussare la mattina presto e ti avverte che sta iniziando un giorno difficile. Una verità che può sembrare scontata e banale, ma è l’unica che ho in tasca in questo momento».

Due anni difficili, sicuramente. Tu hai avuto modo di fare anche una sorta di inventario della tua carriera, perché “Canzoni d’amore nascoste” era qualcosa in più di una semplice raccolta, bensì una selezione del tuo repertorio. Così come hai avuto modo di raccontarti dal vivo la scorsa estate con una tournée acustica, dove hai avuto modo di raccontare aneddoti ed aprirti non solo attraverso la musica. Quanto hanno inciso queste due esperienze nella realizzazione del tuo nuovo EP “La mia voce“?

«E’ stato fondamentale, per esempio in quella tournée era la prima volta che mi esibivo in veste acustica, così spoglio no? C’era un pianoforte, una chitarra acustica e basta. Questa cosa inizialmente mi faceva paura, perché sono sempre stato abituato ad avere a disposizione delle sonorità più prepotenti sul palco, sonorità che in qualche modo mi hanno sempre fatto sentire protetto. Protetto dalla mia band, protetto dalle luci, protetto dalla scenografia.

Questa esperienza mi ha reso molto più forte, anche dal punto di vista prettamente tecnico e produttivo. Ho scoperto che non è così male esprimere una canzone con quel tipo di corredo, con quattro strumenti, cercando di far trasparire più il testo che l’arrangiamento. Questa è una visione che ho adottato per scegliere le canzoni di quella raccolta, per portare in giro quel tour. Tutto si è riflesso in questo album. A parte un paio di pezzi, gli altri sono brani intimi e acustici, una dimensione in cui mi rispecchio veramente tanto».

Fabrizio Moro - La mia voce

Per concludere, questo è il tuo settimo Festival, come hai visto cambiare questa rassegna dal 2000 ad oggi e quanto è importante per te questo palco?

«Quest’anno il cast mi piace molto, nonostante sia molto più competitivo, la gara è sicuramente più difficile per ogni singolo, ma è bello che ci siano artisti che hanno lasciato da parte lo scetticismo che per anni hanno avuto nei confronti di Sanremo. Mi piace molto quello che ha detto Morandi: “se vado in gara non comprometto di certo tutte le conferme che la vita e la carriera mi hanno dato, a prescindere dalla classifica”. Questa cosa mi ha fatto molto pensare, perché si è rimesso in gioco, così come altri artisti che hanno aderito quest’anno a questa manifestazione.

Questa atmosfera mi ricorda molto i Festival degli anni ’90, quando io mi esibivo da adolescente, ammiravo le grandi star della musica italiana e sognavo di diventare come loro. Sono sicuro che questa edizione stia per segnare una rinascita, non solo per Sanremo, tracciando una linea di chiusura a questo periodo di merda che stiamo vivendo e che abbiamo vissuto. L’augurio che faccio a me stesso, a tutti i colleghi che sono qui e anche a quelli che non ci sono, è quello di tornare a suonare con tutta la bellezza e la normalità che abbiamo messo da parte in questi anni».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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