Filippo Graziani: “Ho ritrovato sensazioni e ricordi che pensavo di non avere più” – INTERVISTA
A tu per tu con Filippo Graziani in occasione dell’uscita del nuovo disco “Verso casa”, pubblicato lo scorso 23 ottobre 2026. La nostra intervista
Per tornare a scrivere, a volte, bisogna prima accumulare. Esperienze, chilometri, concerti, ricordi che sembravano dimenticati. Filippo Graziani racconta così gli anni che separano “Verso casa” dal precedente lavoro di inediti: non un vuoto, ma un tempo trascorso soprattutto a suonare. Poi la nascita del figlio Ludovico ha cambiato il punto di osservazione e dato una direzione alle canzoni che stavano arrivando. La casa del titolo non è un indirizzo preciso. È l’infanzia, l’adolescenza, la provincia, Milano. Sono le persone incontrate e quelle che continuano ad accompagnarti anche quando non ci sono più.
Dentro questo percorso entra anche Ivan Graziani: nel linguaggio musicale che Filippo ha fatto proprio attraversandone il repertorio sui palchi, ma anche nell’inedito “Le tre chiavi”, che qui assume il senso di un messaggio lasciato da un nonno al nipote. A tenere insieme il racconto c’è un suono folk-rock che guarda alla musica americana degli anni Settanta senza cercare una ricostruzione d’epoca. Conta soprattutto il modo in cui il disco è stato realizzato: musicisti nella stessa stanza, basi registrate dal vivo, accelerazioni e rallentamenti lasciati dove sono nati. La presenza umana, per Filippo Graziani, non è qualcosa da correggere.
Francamente al Premio Tenco 2026, l’intervista
Partiamo da questi quasi dieci anni senza un nuovo disco di inediti. Che cosa ti ha fatto ritrovare la necessità di pubblicare?
«A smuovere tutto sono stati i cambiamenti nella mia vita e la voglia di tornare a comunicare. In questi dieci anni ho suonato tantissimo e ho accumulato. A un certo punto ho sentito il bisogno di lasciare andare quello che avevo raccolto. La nascita di mio figlio ha fatto scattare definitivamente qualcosa. Le canzoni stavano già arrivando, ma non avevo ancora capito se volessi davvero pubblicarle. Lui mi ha restituito quella voglia di comunicare».
“Verso casa” è diventato una sorta di concept: canzoni nate senza una direzione precisa hanno finito per trovarne una comune. Come è successo?
«In maniera estremamente naturale. Sono uscite pensando a questo nuovo momento della mia vita: da lì si è aperto il canale giusto e sono arrivato in fondo al disco quasi senza accorgermene. Il suono c’era già, lo avevo nelle mani. Le canzoni sono arrivate quasi tutte come un flusso di coscienza. Non ho dovuto forzarle».
Una delle cose che colpiscono è quanto il disco respiri. La musica ha spazio, non accompagna soltanto le parole: contribuisce al racconto. Come avete lavorato?
«Tutto parte dal suonare. Le strutture dei pezzi sono state registrate dal vivo, con me alla batteria, un bassista, un chitarrista e un pianista. Poi ho registrato nuovamente le chitarre, aggiunto le voci e abbiamo inserito altri strumenti e percussioni. Ma lo scheletro del disco è quello di una band che suona insieme. Per questo non è un disco costruito su una griglia. In “Lambrate”, per esempio, a un certo punto prendiamo due BPM: mentre suonavamo ci è venuta voglia di spingere. Gli artisti che amo arrivano da un periodo in cui questa presenza umana nelle produzioni era cercata e voluta. Io desideravo che si sentisse. Non mi interessava fare un disco lucidissimo, perfettino. Non è la mia cifra, non è il terreno sul quale do il meglio. Sono soprattutto un musicista dal vivo e volevo che il disco lo rispecchiasse».
Si sentono anche dinamiche che oggi, in produzioni spesso molto compresse, rischiano di perdersi. Per te quanto conta lasciare questi movimenti?
«Tantissimo. Penso ai Doors, che sono una mia grande passione: in brani come “Five to One” o “Not to Touch the Earth” senti una dinamica vera. Si suona più piano o più forte, si spinge, si tira indietro. La musica si muove. Anche nel mio disco ci sono pezzi che vanno nella direzione opposta rispetto a “Lambrate”. “Povero me”, per esempio, l’ho pensata tutta trattenuta, quasi come se stessi per addormentarmi. Se l’avessi aggredita o messa perfettamente in griglia, non sarebbe venuta così».
Nei testi ci sono immagini molto nitide, quasi delle fotografie. Com’è stato tornare sui ricordi e fissare sulla pagina aspetti così personali della tua vita?
«È stato meno difficile di quanto temessi. Probabilmente avevo più paura di aprire certi canali della memoria che di scriverne davvero. Invece è stato naturale, e anche formativo. Ho ritrovato sensazioni e ricordi che pensavo di non avere più. È stato quasi come entrare in una regressione ipnotica e recuperare cose dell’adolescenza. Sai quando senti un profumo che ti riporta immediatamente a quando eri piccolo? Questo disco, per me, è quel profumo: lo ascolto e torno nei periodi che sto raccontando. È stato bello e appagante».
In questo percorso entra “Le tre chiavi”, un inedito di tuo padre. Che posto occupa nel disco?
«C’è anche un’intervista a papà, che sarà possibile ascoltare, nella quale racconta che cosa aveva visto e che cosa voleva descrivere scrivendo quella canzone. È una parabola che cambia a seconda di chi la ascolta e del personaggio nel quale si riconosce: il cane con il collare, il vagabondo, l’aguzzino, quello con la macchina. Cambiando il punto di vista, cambia il significato. Le figure sono in realtà quattro e, secondo papà, la quarta rappresenta il fato, il destino che interviene. Nel disco sta al posto giusto: è un po’ come se il nonno lasciasse a mio figlio qualcosa da decifrare. Quando crescerà, potrà capire in quale di quelle figure riconoscersi. È una canzone nella quale ognuno può trovare un significato proprio».
Se dovessi scegliere una canzone come biglietto da visita per chi non ti conosce, quale indicheresti?
«“Selvaggio” è sicuramente una cartolina fedele di me. Ma anche “Silvia”, che per molti aspetti è autobiografica, oppure “Lambrate”. In realtà faccio fatica a sceglierne una: sono tutte sfaccettature, stanze di me stesso che apro e faccio ascoltare. Ognuna contiene una parte della mia personalità e del mio passato».
Porterai queste canzoni dal vivo in due forme, acustica ed elettrica. Perché questa scelta?
«Perché il disco ha due anime. È profondamente acustico e folk, ma contiene anche tantissime chitarre. Mi piaceva raccontare questi aspetti attraverso due versioni alternative: non due cose completamente diverse, ma lo stesso racconto, spinto da una parte verso l’acustico e dall’altra verso l’elettrico. Nella dimensione acustica ci sarà più spazio anche per parlare, per raccontare come sono nate le canzoni. Potrò abbassare il volume e avere un rapporto più confidenziale con chi ho davanti, dire certe cose quasi sussurrandole, invece di sparare decibel di amplificatore. Quelli arriveranno nella parte elettrica, in primavera, con il gruppo al completo. Lì il suono sarà più massiccio: non direi heavy, perché non è quello, ma sicuramente più pieno e potente».