Francesca Michielin: “Dentro ognuno di noi convivono la magia bianca e la magia nera” – INTERVISTA

Francesca Michielin

A tu per tu con Filippo Graziani in occasione dell’uscita del disco “Magia bianca, magia nera”, pubblicato il 30 ottobre 2026. La nostra intervista alla cantautrice veneta

La musica come forma di magia, capace di illuminare le zone più luminose dell’animo umano ma anche di attraversarne le ombre, senza paura di ciò che si nasconde al loro interno. È da questa consapevolezza che prende forma “Magia bianca, magia nera”, il nuovo progetto discografico di Francesca Michielin, in uscita venerdì 30 ottobre per Columbia Records / Sony Music Italy. Un lavoro concepito fin dall’inizio come un percorso in più episodi, inaugurato lo scorso giugno con “Magia bianca” e ora completato da “Magia nera”, che aggiunge sei nuovi brani alle tracce già pubblicate.

Se il primo capitolo si muoveva nel territorio della luce, questa seconda parte sceglie di inoltrarsi nell’oscurità, non per esorcizzarla o respingerla, ma per riconoscerla come parte integrante dell’esperienza umana. Paure, fragilità, contraddizioni e aspettative sociali diventano così materia narrativa e musicale, in un viaggio che prende ispirazione dall’immaginario stregonesco, dalle leggende medievali e da sei figure femminili, ciascuna portatrice di un archetipo. Una galleria di personaggi e simboli attraverso cui Francesca Michielin esplora il rapporto con sé stessi, la ricerca di autenticità e la possibilità di liberarsi dai ruoli imposti, accettando anche le parti meno rassicuranti della propria identità.

L’universo di “Magia bianca, magia nera” non resterà confinato all’ascolto. Il nuovo spettacolo teatrale porterà sul palco l’immaginario del disco e rileggerà anche alcuni dei brani più noti del repertorio, da “L’amore esiste” a “Battito di ciglia”, passando per “Io non abito al mare” e “Vulcano”, insieme a canzoni di “Cani sciolti” mai eseguite dal vivo. Lo spettacolo sarà articolato in otto atti, dall’ombra alla luce, con tappe intermedie che richiamano differenti fasi dell’esistenza e figure simboliche come la fanciulla, la strega, la custode e l’amante. Anche il passato, dunque, verrà riletto attraverso una nuova prospettiva, tra arrangiamenti ripensati e significati che cambiano a seconda della stagione della vita da cui si osservano.

In questa intervista, Francesca Michielin racconta la genesi di un progetto che mette al centro l’identità artistica, il coraggio di rischiare e la necessità di non semplificare le proprie contraddizioni. Perché riconoscere l’ombra non significa rinunciare alla luce, ma imparare a comprendere entrambe. E, forse, proprio lì si nasconde la possibilità di una libertà più autentica.

“Magia bianca” e “Magia nera” sono due capitoli di un unico progetto. Il titolo si ispira a una frase di Elisa che una volta espresse questo concetto: la musica è come la magia, c’è chi la sua a fin di bene e chi il contrario. Ecco, secondo te, chi utilizza la musica nella prima casistica e chi nella seconda?

«Non giudico mai le scelte dei miei colleghi, perché non so che cosa li spinga a fare determinate cose. Ne prendo semplicemente atto. A volte quello che viene visto come il male è una paura che non viene compresa fino in fondo. Credo che tanti miei colleghi non siano completamente felici di quello che fanno, perché viviamo un momento storico molto competitivo: escono tantissimi dischi ogni fine settimana e ci si chiede che cosa bisogna fare per emergere, a quali compromessi scendere. Siamo un po’ tutti spaventati dall’idea di non essere più visti, di non essere più qualcuno per gli altri. Così rischiamo di compiere scelte dettate dalle aspettative, dal desiderio di passare in radio, di essere considerati su Spotify, di essere notati. Ma nel tentativo di compiacere gli altri possiamo perdere autenticità. E ancora peggio è trasformare la nostra autenticità in un brand, in una forma di marketing. Fare un disco acustico perché così si pensa di essere più autentici, per esempio, non significa necessariamente esserlo».

E quale pensi possa essere la soluzione? O almeno, qual è stata la tua soluzione?

«Bisogna prendersi il tempo per esprimere la propria visione artistica, anche rischiando di rimanere fermi per un po’ per raddrizzare il tiro. Non tutti hanno il coraggio, e nemmeno il lusso, di farlo. Io, probabilmente anche per una questione anagrafica, sono in una fase in cui faccio quello che sento. La vita mi ha insegnato ad ascoltarmi e voglio continuare a farlo. Non significa che non desideri raggiungere il pubblico, anzi, voglio sempre dare di più, ma anche correre dei rischi, persino se questo può costarmi qualcosa in termini di visibilità o di risultati».

A proposito di Elisa, lei è stata al tuo fianco fin dagli inizi, da “Distratto”, il giorno zero. Come si è evoluto il vostro rapporto nel tempo?

«È un rapporto che si è evoluto attraverso un confronto costante. Elisa è un’artista che, a differenza di tanti altri, se le scrivi un messaggio ti risponde sempre con grande sincerità, mettendosi sul tuo stesso piano, mai al di sopra. Questa cosa mi ricorda molto Gianni Morandi. Quando ho iniziato a studiare contrabbasso, gli ho mandato un messaggio con la foto del mio strumento e lui mi ha chiamato subito per chiedermi come andasse lo studio. È una cosa adorabile. Non so se riuscirei ad avere sempre la stessa energia e la stessa voglia di confrontarmi con gli altri. Sono persone come lui ed Elisa che mi hanno insegnato a mettermi maggiormente a disposizione. Sta diventando quasi una vocazione, anche nei confronti della mia città e dei musicisti che la abitano. Mi piacerebbe fare qualcosa in questo senso. La vocazione per la musica non ce l’hanno tutti e la riconosci nei maestri. Per me un maestro non è semplicemente qualcuno che sa più degli altri, ma una persona che si mette a disposizione degli altri».

Questo disco sembra rappresentare una grande libertà artistica. Da qui in avanti immagini di continuare a lavorare attraverso progetti concept o ti piacerebbe sperimentare anche altre formule?

«Non riesco a concepire dischi senza un’anima, senza un concept, anche quando non si tratta di un progetto narrativo così marcato. È sempre stato così: probabilmente “2640” e “Cani sciolti” non sono concept album in senso stretto, ma avevo comunque un’idea di fondo. La compilation di brani è una formula che non riesco più a concepire per la mia musica. L’ho fatta in passato, anche con “Feat (stato di natura)”, e ho lavorato a un disco che alla fine non è mai uscito perché ho deciso di fermarmi e fare altro. Poi sono arrivata e questo progetto. Sono fortunata ad avere in repertorio tante canzoni importanti per me, anche se non le ho scritte personalmente, e ho lavorato con autori bravissimi. Ma oggi non riesco più a lavorare senza un filo conduttore. Il singolo può esserci, naturalmente, anche una canzone per Sanremo, ma deve trovare posto dentro un concept».

Porterai in tour anche i brani più conosciuti del tuo repertorio. Come li rileggerai all’interno del nuovo spettacolo teatrale?

«È una domanda che mi è stata fatta tantissimo oggi! Forse le persone hanno paura che non mi impegni a riarrangiare i vecchi brani, ma chi mi segue da tempo sa che non mi tiro indietro quando si tratta di produzione musicale. Di “L’amore esiste”, per esempio, ho realizzato tantissime versioni. L’idea è portare dal vivo non soltanto il disco nuovo, ma tutto il suo immaginario, che comprende anche una rilettura delle canzoni del passato. Ci saranno “L’amore esiste”, “Battito di ciglia”, “Io non abito al mare”, “Vulcano” e altri brani, compresi alcuni di “Cani sciolti” che non ho mai eseguito dal vivo. Lo spettacolo è concepito in otto atti: il primo è l’ombra, l’ultimo la luce, mentre quelli in mezzo rappresentano diverse fasi della mia vita, come la fanciulla, la strega, la custode e l’amante. Ho riletto le canzoni secondo la prospettiva di “Magia bianca, magia nera”: per me “Occhi grandi grandi” rappresenta l’oscurità, mentre “Se c’era una volta” è la luce. Accettare l’equilibrio significa riconoscere che ci sono cose di me che ho perso e altre che ho conquistato. Tutti i brani sono stati ripensati, sia dal punto di vista testuale sia negli arrangiamenti, seguendo questa ruota dell’anno che gira e rappresenta le diverse fasi e stagioni della vita. Sarà uno spettacolo lungo: raccomando a tutti di arrivare puntuali!».

Scritto da Nico Donvito
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