Raccontiamo l’attualità con una canzone

Legnano, quattro di notte. Timidi sussurri dai bar ancora aperti sfregano, senza risultato, l’assoluto silenzio che domina la città. Nel sogno, solo i tuoi passi. Quando si cammina di notte da soli, nei sogni, va da sé che si è sempre un po’ filosofi. Vai tu a capire. Non si sa da dove si arriva né dove si va, c’è solo una spensierata incertezza non appartenente nostra vita compresa tra la sveglia e il sonno. E dunque, nel sogno, cammini.

Data la regolarità delle strade e la normale geometria delle case, nulla potrebbe farti pensare ad una città specifica. Nota di demerito per l’inizio del mio articolo così esplicitamente geografico. Ma la città del sogno, Legnano, ha una sua caratteristica e una sua anima che sfugge alla comprensione dei più grandi intellettuali – sempre che gli intellettuali abbiano tempo e voglia di soffermarsi su una città come questa.

Legnano, nella cartine geografiche, c’è, ma non quella reale. Certo, sono segnati i confini, le strade, gli incroci. Ma se segui la mappa, Legnano non la vedi. Vedi solo quello che la mappa ti può mostrare: confini, strade, incroci. Gli stessi che ci sono in tutta Italia, ad eccezione di Aosta che, per motivi a me ancora incomprensibili, sono inspiegabilmente bellissimi. Proprio per questo, per vedere Legnano, bisogna perdersi, o, meglio ancora, bisogna sognarla.

Insieme ai tuoi passi, il sogno ti accompagna con lo scroscio irregolare ma armonioso del fiume, lento ma instancabile. I balconi si trasformano in storie vecchie e nuove. Tutto tace a Legnano di notte, ma nelle case che trovi, tutto parla e tutto racconta. Perché c’è un grande casino, in questa città, fra cosa è nuovo e cosa è vecchio. Deve essere per quella storia che abbiamo il palio. In ogni caso, tra il celebrare il passato e aizzarci per il futuro, il risultato è un intreccio di realtà e di emozioni che rendono il nostro paese talmente complesso e talmente assurdo che diventa invisibili a tutti, talvolta anche ai suoi abitanti. Non escludo che Calvino abbia pensato anche a Legnano nel suo “Le città invisibili”.

Al centro, Alberto Da Giussano. Tutto intorno, i legnanesi. Una razza a parte. Da queste parti è più facile trovare l’oro per terra che un evento che non metta in discussione e in fermento le bocche di tutti. Scetticismo e cinismo a quintali. Qui se te ne vai in giro con aria spensierata e rilassata, alla meglio passi per turista. Se non ti scandalizzi nelle discussioni, sei un diplomatico. Tutti elementi difficili da trovare, ma che ho sentito miei quando si presentò ai miei occhi, e alle mie orecchie, questa canzone: “Il suono della domenica” di Zucchero.

Lo so cosa starà pensando il lettore più puntiglioso e fiero della propria patriottica città di origine, ovvero che questa canzone potrebbe andare bene con qualsiasi città. Mi permetto, data la mia finta modestia e la mia assoluta mancanza di tatto diplomatico, di dissentire. Nel sogno, che abbiamo lasciato alle spalle per motivi tecnici, sia mai che il lettore pensi che il sottoscritto non riesca a tessere le fila delle sue numerose premesse, c’è una cosa che non avvertirà mai in nessun altro sogno: i suoni.

Quanti suono tengono il ritmo delle nostre giornate e dei nostri pensieri. E quanti suono modificano i nostri pensieri e i nostri umori senza che noi ce ne rendiamo neanche conto. Così è, a detta di quel che dice Freud, anche nei sogni. Non so cosa sentono a Milano, a Roma o in tutte le altre città d’Italia e del mondo. So quali suono sentiamo noi a Legnano, nei sogni. Suoni impossibili da decifrare con il linguaggio bieco e fragile dei discorsi. Grazie a Dio e all’angelo che gli ha suggerito di dare all’uomo, oltre che una mela tentatrice, anche la musica salvifica, di cui questa, possiamo assaporare senza rimorso.

Al mio paese
È ancora giallo il grano
Ha braccia tese
Verso l’eternità
Il mio paese”.

Siccome neanche i sogni sono esenti dal proseguire lento e inesorabile del tempo, ecco che l’alba sorge ad elencare tutti i suoni che hai ascoltato. E lì è luce, è paura, è bellezza. Quell’attimo prima che tutto svanisce per sempre, lasciandoti solo con ricordo fugace di una città invisibile. Una volta è capitato che un sogno del genere è stato talmente bello, che un uomo non ha voluto alzarsi dal letto per il resto della giornata per non perdere l’estasi immensa di quell’immagine. Giuro, me l’ha raccontato il mio vicino, un diplomatico, una volta ha perfino finto di scandalizzarsi.

In non so quale libro ho letto che se stai cercando di dare senso alle cose significa che stai invecchiando. Secondo questa teoria ho realizzato di aver all’incirca 138 anni. E neanche un capello bianco, voilà. Poi certo, un conto è scoprire un senso e un conto è darlo, ma di qualche filosofia si dovrà pur vivere no? Per questo mi sveglio insieme a voi dal sogno filosofico, con la canzone di Zucchero, e con un po più d’amore nel cuore verso la città che mi ha cresciuto. A proposito di città, mi sa che è sparita di nuovo. mi guardo intorno e vedo solo confini, strade ed incroci. Quando si sogna si è un po’ filosofi, vero, ma quando ci si sveglia a Legnano si è anche un po’ orfani. Almeno fino al prossimo sogno.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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