A tu per tu con il cantautore romano, in uscita con il suo nuovo singolo intitolato “America

Si intitola “America” il singolo che anticipa la pubblicazione del secondo album di Marco Cantagalli, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Galeffi, artista classe ’91 che ha recentemente interrotto il proprio silenzio discografico lanciando il precedente brano “Cercasi amore” (qui la nostra recensione). In attesa di poter ascoltare le sue nuove produzioni, abbiamo incontrato il cantautore romano per approfondire la sua personale visione di vita e di musica.

Ciao Marco, benvenuto. Inaugurerei questa chiacchierata partendo da “America” il tuo nuovo singolo, un pezzo di classe, cosa racconta?

«E’ una canzone che parla di consapevolezza, ognuno di noi nella vita arriva a delle proprie conclusioni e sa che determinate cose possono pure finire, a volte anche senza un motivo apparente. Bisogna imparare ad accettare ciò che ci accade, ho voluto parlare proprio di questo, donando al brano un vestito sentimentale e carico di speranza, invitando a cercare di guardare anche il lato positivo, perché ogni cosa che finisce può rappresentare l’inizio di qualcosa di nuovo e, magari, di più bello».

Colpisce anche un discorso musicale, questa classicità senza tempo in cui ti sei voluto in qualche modo rifugiare, come mai questa scelta?

«In realtà ho fatto un solo disco fino ad ora e, come accade per tutti gli album d’esordio, non sai mai chi sei o cosa vuoi essere artisticamente. E’ importante imparare a conoscersi, questo và di pari passo con il discorso personale, perché più cose scopri di te e più puoi metterle nella tua musica. Tendenzialmente non ho visto il mio primo lavoro come un qualcosa che mi etichettasse in un genere particolare, il mio unico obiettivo è quello di cercare di fare cose belle».

A tal proposito, cosa avete voluto trasmettere attraverso le immagini del videoclip?

«Secondo me il video è proprio bello, raffinato ed elegante, non vuole essere per forza di cose il video dell’anno, ma probabilmente lo è forse per questo. Le immagini accompagnano la canzone, non la sovrastano, sono stati molto bravi i registi (Luther Blissett, ndr), siamo partiti da un’idea e da lì l’abbiamo sviluppata, ispirati in qualche modo dal film “La La Land”».

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando e come hai capito che tu e la musica eravate fatti l’uno per l’altra?

«Sai che non l’ho ancora capito? Non lo vorrei capire in realtà, penso che sia una relazione aperta, la musica di per sé è un po’ aleatoria, ti può andare bene come ti può andare male, ci sono tanti fattori che incidono, purtroppo o per fortuna. Cerco di fare al meglio quello che posso fare, poi ne riparliamo tra dieci anni, quando mi rifarai la stessa domanda!».

Quali ascolti hanno accompagnato e influenzato il tuo percorso?

«Al liceo ero completamente innamorato della musica britannica, quella italiana proprio non mi arrivava, devo dire la verità, mi piacevano gli Oasis, i The Verve, i Blur, i Coldplay, Amy Winehouse e Paolo Nutini, comunque ascolti principalmente di matrice anglosassone. L’unico artista del nostro Paese che mi ha accompagnato è Cesare Cremonini, da quando ho memoria l’ho sempre seguito con grande ammirazione. Sai, secondo me ci sono artisti e ascolti per ogni fascia d’età, tendenzialmente tendo a cibarmi un po’ di tutto, a parte il metal. Di recente ho scoperto e ascoltato molto Francesco De Gregori, sicuramente lui ha molto influenzato le canzoni che faranno parte del mio prossimo disco, come anche Lucio Dalla e Gino Paoli».

Sia “America” che il precedente singolo “Cercasi amore”, anticipano l’uscita del tuo secondo progetto discografico, a tre anni di distanza da “Scudetto”. Che tipo di album sarà?

«Secondo me, vi potete aspettare un disco onesto, un album vario e coraggioso, di un ragazzo che non si è accontentato nella scrittura delle canzoni. La caratteristica che accomuna le nuove canzoni è che, ascolto dopo ascolto, scopri delle cose a cui precedentemente non avevi fatto caso, perché è pieno di dettagli, non abbiamo lasciato davvero niente al caso, mi sono ammalato per fare questo disco, come è giusto che sia».

Per concludere, dove e a chi ti piacerebbe arrivare attraverso la tua musica?

«Dove? Fino all’America, autocit (sorride, ndr), spero in posti belli e con un bel panorama. Sai, non è sempre piacevole scrivere canzoni, almeno non sempre, nel senso che se una persona ha un minimo di sensibilità è uno scoglio mettere su carta le proprie emozioni. Ovviamente la risposta più banale sarebbe “spero il più lontano possibile e a più persone possibili”, ma proprio perché è scontata non mi andava di risponderti così».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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