A tu per tu con il noto musicista italo-statunitense, in occasione dell’uscita della nuova versione di “I like Chopin

A un anno e mezzo di distanza dalla nostra precedente chiacchierata, ritroviamo con piacere Paul Mazzolini, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Gazebo, una delle icone degli anni ’80 e massimo rappresentante dell’Italo-disco, protagonista della nuova versione di “I Like Chopin 2020 (Coronaversion)”, la sua celebre hit datata 1983, scritta a quattro mani con Pierluigi Giombini. Il singolo, disponibile in radio e in digitale dallo scorso 2 giugno, è stato registrato in pieno lockdown, rigorosamente in forma casalinga, assieme ai componenti della sua band: Davide Pistoni (Piano & Backing Vox)Cristiano Micalizzi (Drums)Eugenio Valente (Synths & Backing Vox)Giacomo Anselmi (Guitar)Lucy Campeti (Backing Vox) e Alessandro Sanna (Bass). Un brano che l’artista italo-statunitense ha voluto dedicare a tutti gli eroici medici ed infermieri in prima linea nella lotta contro il Covid-19.

Ciao Paul, bentrovato. Partiamo da questa nuova versione di “I Like Chopin”, com’è nata l’idea di rileggere quello che possiamo considerare un vero e proprio evergreen di stampo internazionale?

«Con l’isolamento forzato causato dal Covid, mi sono ritrovato come musicista a cercare di intrattenere gli amici con versioni unplugged di pezzi notoriamente elettronici. Visto che la cosa piaceva, ho chiamato i ragazzi della mia band per coinvolgerli in questa versione casalinga di “I Like Chopin”. Mi è sembrato giusto farlo per ringraziare coloro i quali in quel momento sono stati messi a dura prova nella fase più critica, mi riferisco ai medici, agli infermieri e tutte le persone che lavorano negli ospedali che hanno fatto un lavoro straordinario».

La tua è una vita dedicata completamente all’arte, la musica ti ha dato tanto, ma pensi ti abbia anche tolto qualcosa?

«Questa è una bella domanda in effetti, devo dire che la musica mi ha messo a disposizione un’autostrada, molto spesso mi sono chiesto se ne fossi realmente all’altezza, ci sono momenti in cui mi sono anche fermato, ma sono sempre ripartito. In questo contesto la musica mi ha salvato, soprattutto dopo la scuola quando mi sono ritrovato in bilico tra l’università e altre cose da fare, non avevo le idee chiare sul futuro, suonare per me era un sogno, non pensavo potesse mai accadere. Per fortuna è successo, ma è chiaro che da una parte mi ha tolto tutta una serie di esperienze che avrei potuto fare, soprattutto in quella fase della vita, ero giovanissimo, avevo vent’anni.

La popolarità mi è piovuta addosso, i riscontri positivi sono arrivati subito con il mio primo singolo “Masterpiece” dell’82. Molti all’epoca mi avevano criticato perché non avevo fatto la cosiddetta gavetta ma, come dico sempre, l’ho vissuta dopo negli anni ’90, rimettendomi più volte in gioco. Noi artisti degli anni ’80 siamo stati messi da parte nel decennio successivo, grazie al mio studio di registrazione sono riuscito a sopravvivere facendo il fonico, l’arrangiatore e il produttore per conto terzi, permettendomi di diventare padre e di crescere i miei due figli, di riappropriarmi di quello che la musica negli anni ’80 mi ha tolto».

Tornando alla pandemia e alle sue conseguenze socio-economiche, sono stati fatti un sacco di appelli in favore dell’intera categoria, come credi ne uscirà l’industria musicale da tutto questo?

«Il settore live ne sta uscendo danneggiato, il vero problema sono tutte le persone che vivono il proprio lavoro nel quotidiano, musicisti e tecnici che si ritrovano a non avere uno stipendio, chissà poi per quanti mesi. Non facendo parte di una vera e propria categoria, molti di noi non sono tutelati, il nostro settore in questo Paese non ha nessun tipo di aiuto, se non ridicolo in confronto con ciò che rappresenta l’arte italiana nel mondo. Rimango abbastanza basito del fatto che si è rimandato l’aiuto alle singole associazioni tipo il NuovoIMAIE o la SIAE, quando invece sarebbe dovuto partire dallo Stato. Questo è un grosso dramma per una serie di categorie lavorative e di settori duramente colpiti».

Per concludere, che ruolo pensi possano avere la musica e l’arte in generale in questa fase di ripartenza?

«Come sempre fondamentale. Il mio augurio è che si possa tornare a una musica più semplice, dall’impatto più diretto, con un linguaggio più universale. Quello che noi sentiamo oggi e che definiamo mainstream, in realtà riguarda una piccola schiera di persone, una certa generazione, mi sembra strano che i network si specializzino soltanto su questo aspetto, mentre la popolazione è più vasta a livello di età, dai bambini ai nonni. Spero che si torni ad avere la possibilità di ascoltare musica a 360 gradi, che le radio escano fuori da queste logiche di playlist concordate con le major, con gli studi televisivi che fanno talent show e, soprattutto, che ci sia più apertura mentale».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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