A tu per tu con il cantautore lombardo, in uscita dal 28 agosto con il nuovo EP intitolato “Crepe

Il percorso di Filippo Maria Fanti, alias Irama, è uno dei più interessanti degli ultimi anni, la dimostrazione che il talento supera sia le difficoltà che la prova del tempo. Crepe è il titolo del suo nuovo progetto discografico, disponibile negli store digitali e tradizionali a partire dal prossimo 28 agosto per Warner Music Italy. In scaletta sette tracce, tra cui le hit Arrogante e Mediterranea, più l’aggiunta degli inediti Crepe“, “Bazooka“, “Flow“, “Eh mama eh e Dedicato a te, più una versione internazionale di “Mediterranea” impreziosita dal featuring con il portoricano De La Ghetto. Al suo fianco, come sempre, i producer Giulio Nenna e Andrea DB Debernardi, più la new entry Simone Benussi, in arte Mace, già al lavoro con Fabri Fibra, Gué Pequeno, Marracash e Salmo. In occasione di questa nuova pubblicazione, abbiamo incontrato per voi il vincitore di Amici Speciali, per approfondire l’intero processo di realizzazione di questo nuovo lavoro.

Ciao Filippo, benvenuto. Partiamo da “Crepe”, da quali punti e da quali spunti sei partito?

«Questo EP è un insieme di canzoni a cui tengo molto, all’interno ci sono tante sfumature differenti, considerate un po’ come delle crepe, anche in riferimento al Kintsugi, ovvero questa tecnica giapponese che crea delle colate d’oro per riunire i cocci di un vaso e renderlo più prezioso. Mi sembrava la metafora più adatta per racchiudere il senso dell’intero progetto, che non è un concept album, però, nella sua diversità e nella sua ecletticità, ha come filo conduttore la mia personalità al 100%».

Riprendendo la metafora del Kintsugi, c’è qualcosa in particolare che hai voluto impreziosire? A quali temi pensi di aver restituito valore con questo disco?

«Alla verità: nelle mie canzoni in generale c’è sempre il mio vissuto, queste nuove tracce in particolare mettono in luce un mio lato molto crudo, sincero e spontaneo. Ad esempio, nell’ultima canzone, “Dedicato a te”, ho deciso di utilizzare la prima take, per mantenere la più totale autenticità. Questo EP racconta molto di me, ha tante sfumature, racchiude sia pezzi più leggeri che brani più introspettivi».

Veniamo da un periodo non facile, ciascuno di noi ha le proprie crepe nell’anima (e non solo) da rimettete a posto. Sei il primo artista che pubblica un nuovo progetto in quello che possiamo ormai considerare il mercato autunnale, quali riflessioni ti hanno portato a dire: “chi se ne frega se esco con un EP, chi se ne frega se non ho un album pronto, chi se ne frega se non si possono fare firmacopie, ma voglio uscire”?

«In realtà quella dell’EP è stata una vera e propria scelta, una cosa voluta, per me è come se fosse la chiave che aprirà poi una porta, quindi un album. Sicuramente prepara ad un mio continuo cambiamento, non soltanto a livello anagrafico, ma anche musicale e personale, perché più cresco e più continuo a mutare. Lo considero un capitolo a cui ne seguiranno tanti altri».

Era importante in questo momento storico esserci, con quale spirito hai affrontato questi ultimi mesi?

«Ho cercato di fare qualcosa per dare una mano: insieme a Francesco Sarcina abbiamo inciso “Milano”, un’operazione in favore del Niguarda, in più ho avuto la fortuna di partecipare ad “Amici Speciali”, un’altra situazione benefica in piena emergenza Covid. In qualche modo ho cercato di dare il mio personale contributo, è una cosa bella perché molte persone e molte aziende hanno cercato di dare il massimo nel proprio campo, di mettersi a disposizione per gli altri. Naturalmente, in questo momento, resta fondamentale seguire le regole per rispettare chi hai di fianco, sicuramente la cosa più intelligente che ciascuno di noi può fare».

A proposito del mercato musicale, hai rilasciato una dichiarazione sui social riguardo gli artisti che vengono preconfezionati come se fossero prodotti da riporre su uno scaffale. Sempre più spesso c’è questa voglia di etichettare qualsiasi cosa, il tuo è un caso abbastanza strano, perché la tua musica piace a tutti ed è ascoltata a qualsiasi età. E’ un po’ il tuo obiettivo quello di non avere un target di riferimento e una vera e propria classificazione?

«Sì, totalmente. Il mio non era un accanimento contro gli altri artisti bensì un discorso riferito principalmente al sistema, una voce un po’ fuori dal coro che racconta in qualche modo una verità. Siamo abituati a clusterizzare tutto quanto, a partire dalle playlist, che da una parte possono pure facilitare ma, dall’altra parte, per un ascoltatore passivo possono portare a distruggere quella che è la cultura musicale, perché si tende a raggruppare e generalizzare tutto, una cosa che non mi piace per niente.

Per quanto riguarda il discorso del target, personalmente non è che me ne freghi molto, la cosa fondamentale è quando in un concerto mi ritrovo sotto il palco tipi di persone diverse, da una bambina a un ragazzo, da una donna a un anziano. Questa è la cosa più bella in assoluto, spero con il tempo di continuare a coltivarla perché, per me, fare musica significa cercare di arrivare a più persone possibili ed è proprio la libertà che ti permette di raggiungere questo obiettivo».

Crepe” è un disco che si presta molto all’adattamento dal vivo: le sonorità sono molto variegate, i pezzi in scaletta sono uno diverso dall’altro, si passa dal reggaeton al rock, dall’urban al latin, fino a tracce più sperimentali come “Flow”. Quanto ti sei divertito a giocare con il sound oltre che con le parole? 

«Sai, col tempo diventa quasi un’indole, la mia concezione musicale prevede un approccio sempre molto personale, nel momento in cui scrivo qualcosa cambio la forma, la metrica, lo stile e il genere in base al mio umore, al mio stato d’animo. E’ una cosa abbastanza naturale, da una parte mi diverto a fare un album, dall’altra non è poi così semplice, è un po’ come partorire, dietro c’è un grande lavoro e non è sempre “bello” come si può immaginare. E’ un bel paradosso, sicuramente mi divertirò molto di più a suonarlo dal vivo, lì faremo dei grandi disastri incredibili (sorride, ndr)».

Sei uno dei re di questa estate 2020, la tua “Mediterranea” è arrivata praticamente prima ovunque: Fimi, EarOne, Spotify, iTunes e chi più ne ha più ne metta. Quello estivo è un campionato sempre molto agguerrito, il numero delle uscite aumenta di anno in anno: quali credi siano le caratteristiche di questo pezzo che, secondo te, hanno fatto centro?

«Ti dico la verità, io mi sento un po’ fuori da questo campionato, oggi come oggi parlare di pezzo estivo quando poi sta in classifica tutto l’anno non ha più senso. Noto con piacere che questa percezione sta cambiando, anche altri miei colleghi iniziano ad entrare a capofitto in questo mondo latin, che abbiamo portato un po’ noi della nuova generazione, già da un po’ di anni. Nel caso di “Mediterranea”, credo che la sua forza sia la spontaneità, l’aver fatto fondamentalmente ciò che mi pareva (sorride, ndr), è un pezzo che ad un certo punto cambia bpm, che spazia tra due mondi diversi, dal latin all’urban.

D’altra parte ha contribuito sicuramente questa sua forte leggerezza, in un periodo di rinascita collettiva, nel momento in cui abbiamo cominciato a rivedere la famosa luce in fondo al tunnel, questo sentimento generale ha sicuramente dato una botta di vita in più alla canzone. Poi, non si può mai sapere, tendo sempre a buttare fuori la mia musica senza crearmi alcuna aspettativa, non mi ritengo certo un imprenditore. Di conseguenza alcuni brani si viralizzano di più, alto di meno, alla fine credo che sia importante il percorso, la continuità che continui a dare alla tua musica».

Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo prossimo futuro? Consideri “Crepe” più un nuovo inizio o la chiusura di un cerchio?

«Lo considero sempre un nuovo inizio, considerare un progetto la chiusura di un cerchio sarebbe per me molto difficile, chissà se un giorno avrò il coraggio di farlo, magari non avrò più idee e dirò che si tratta della chiusura di un cerchio (sorride, ndr). In sostanza, considero “Crepe” un nuovo capitolo di una storia che spero continui sempre con il duro lavoro».

Per concludere, la tua è sicuramente una bella storia che, come capita nella vita, è fatta sia di alti che di bassi. Qual è l’insegnamento più importante che senti di aver appreso dalla musica in questi tuoi primi cinque anni di carriera?

«Due insegnamenti: la determinazione e la costanza, aspetti che sono sempre mancati nella mia vita in altre situazioni. Sembra scontato e banale, ma essere determinati e costanti nei momenti peggiori, anche in quelli più bui, ti porta a non perdere di vista il tuo obiettivo, a cercare di catturarlo. Sì, è vero, la vita di un artista è fatta di alti e di bassi costanti, il segreto sta nel non abituarsi agli alti e nel non lasciarsi distruggere dai bassi». 

© foto di Rebecca Allison

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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