A tu per tu con il cantautore romano, in uscita con il nuovo singolo intitolato “Cattive abitudini”

E’ disponibile in rotazione radiofonica e sulle piattaforme digitali a partire dallo scorso 29 novembre “Cattive abitudini”, il nuovo singolo di Luca Bonasera (qui la nostra precedente chiacchierata). Dopo aver pubblicato la scorsa estate Milka e sashimi, l’artista torna con un nuovo brano prodotto da Giuliano Boursier per Music Ahead, anticipando l’album, la cui uscita è prevista per la primavera del prossimo anno.

Ciao Luca, bentrovato. Partiamo dal tuo nuovo singolo “Cattive abitudini”, cosa racconta?

«Le cose che scrivo, come immagino per tutti, nascono da situazioni personali, in questo caso mi riferisco ad un’esperienza di vita di qualche anno fa, dopo l’ultima notte insieme di una storia d’amore durata qualche anno, all’indomani ci sarebbe stata una partenza per mai più rivedersi».

C’è una frase che meglio rappresenta questa canzone?

«In realtà ce ne sono di diverse, mi viene in mente la prima parte dell’inciso: “ho bisogno di te, sei strada che porta a casa”, rappresenta bene quello che è stato per me quella persona e quella determinata storia».

Brano prodotto da Giuliano Boursier per Music Ahead, in quale direzione musicale state andando?

«Dal punto di vista sonoro abbiamo un po’ ricalcato quello che è stato il primo singolo “Milka e sashimi”, quindi delle sonorità elettroniche che strizzano un po’ l’occhio all’indie. Abbiamo cercato di mantenere un filo conduttore che poi ritroverete anche nell’album. Per quanto riguarda il lato umano, invece, non smetterò mai di ringraziare Giuliano perché ha creduto in me. Mi sono reso conto che è difficilissimo lavorare con me, non è facile starmi dietro (ride, ndr)».

Non sono un fan dell’autotune, di chi è stata l’intuizione/la responsabilità/la colpa?

«In realtà, per essere molto sincero, inizialmente non ero nemmeno io un fan dell’autotune, ma nel discorso che abbiamo intrapreso, quindi nella scelta di fare musica elettronica, ci sta bene e comunque è una caratterizzazione che portiamo avanti sin dal primo brano, vogliamo continuare su questa strada, ci saranno dei brani dove sarà più presente, come in “Cattive abitudini”, e altri dove si sentirà di meno, come nel prossimo singolo che lancerà anche l’album».

Mi rendo conto di non sopportare l’autotune non perché non sia uno strumento interessante, ma perché erroneamente la mia mente lo ricolloca ad un genere in particolare, inoltre c’è una sovrabbondanza di questo effetto. Per dirti, quando Cher cantava “Believe” manco me ne accorgevo, adesso mi dà fastidio anche solo sentir nominare la parola “autotune”, soprattutto nelle performance live. Pensi di utilizzarlo anche dal vivo?  

«Quando Cher cantava “Believe” usava l’autotune e passava inosservata, adesso con la trap è molto più demonizzato (ride, ndr). Dal vivo non penso, l’idea è di utilizzare altre sonorità, sicuramente lasceremo qualcosa che faccia riferimento al brano. Nei concerti vorrei fare diversamente, ma considera che cambio pensiero di continuo, Giuliano sa di lavorare con un pazzo, l’album lo avevamo chiuso lo scorso anno, però continuo a chiamarlo ogni quindici giorni per cambiare testi e apportare qualsiasi tipo di modifica. Comunque abbiamo già intrapreso un discorso del genere, la mia volontà è quella di cambiare tipo di arrangiamento per i live, mi piace l’idea di stravolgere tutto, sperimentare e rischiare».

Non ti voglio certo psicanalizzare, ma questo continuo rimandare in un’epoca in cui tutto và veloce e i dischi si pubblicano quasi alla velocità della luce, tipo  “buona la prima”, a cosa è dovuto?

«Perché se non sono soddisfatto poi mi mangio le mani, piuttosto è meglio aspettare. Non so se lo dico per giustificare questa mia smania di precisione, oppure si tratta della verità, ma non mi importa se ci metto tanto ad arrivare, per me è fondamentale godermi il viaggio, piuttosto che fare l’autostrada ho preferito percorrere le stradine panoramiche piene di curve, dieci minuti in più o dieci minuti in meno non mi cambia ormai la vita».

Per quanto riguarda il videoclip, cosa avete voluto raccontare attraverso le immagini dirette da Alfonso Alfieri?

«Abbiamo voluto fare qualcosa di narrativo, soprattutto rispetto al precedente singolo dove abbiamo realizzato una specie di video di presentazione, c’ero presente soltanto io con la mia faccia e la mia storia. Questa volta l’idea è stata di aggiungere un piccolo racconto di contorno, in cui emerge una certa ambiguità, abbiamo voluto parlare di sessualità, di abbandoni, di insicurezze e della paura di non sentirsi mai all’altezza delle situazioni che si vivono».

Quello che trovo interessante in questi due primi pezzi è che non c’è un artista di riferimento, ascoltandoti non mi viene in mente nessuno in particolare, il che è molto positivo soprattutto in un’epoca in cui si gioca un po’ al “trova le differenze”. Che tipo di ragionamento c’è stato riguardo la ricerca di una tua identità?

«Credo di essere il cavallo della scuderia al quale Giuliano ha dovuto mettere i paraocchi, nel senso che avevo tutto un mondo di riferimento completamente diverso, lui ha optato per scegliere di percorrere una strada ben precisa, perché spaziando troppo a volte si rischia di diventare tutto e, di conseguenza, anche niente. E’ stato bravissimo, soprattutto se mi dici che il risultato secondo te non somiglia a nulla di quello che si sente oggi in giro, ti ringrazio perché è un grande complimento, ma il merito è assolutamente di Giuliano che ha saputo trovare le sonorità giuste per evidenziare le mie caratteristiche».

Nonostante sto c***o di autotune, che in genere tende ad omologare le voci, devo farvi davvero i complimenti. Cosa ti piace dell’attuale settore musicale?

«Guarda, proprio in questi giorni sto facendo delle playlist di Natale e mi sono accorto che, purtroppo o per fortuna, sono rimasto legato ad alcuni storici artisti del passato, che puntualmente ritornano e restano d’esempio a tutti quanti, tra tutti Luigi Tenco e Claudio Baglioni. Ascolto anche molte cose attuali, mi piace in modo particolare Willie Peyote trovo che sia un grandissimo paroliere, secondo me il più grande che ci sia in Italia adesso. Ultimamente ho apprezzato particolarmente anche Aiello».

Visto che mi hai parlato di playlist di Natale, non posso non chiederti: quale regalo ti piacerebbe ricevere sotto l’albero?

«Sarò molto sincero, mi piacerebbe ricevere quella chiamata che aspetto in “Cattive abitudini”, semplicemente perché non sono mai riuscito a prescindere dalle persone importanti della mia vita, ho sempre avuto dei punti di riferimento. Per cui, perdere una persona con cui ho condiviso tanti momenti e non avere completamente più contatti mi fa stare male, tendo a conservare comunque un rapporto, qualsiasi esso sia, compresa l’amicizia. Perdere contatti con le persone a cui ho voluto bene mi fa male, quindi l’unica cosa che vorrei ricevere per Natale è questa telefonata, anche con l’addebito eventualmente, 4088 pago io (sorride, ndr)».

Come detto all’inizio, sei in fase di lavorazione del tuo nuovo album, cosa puoi anticiparci a riguardo?

«Al netto delle ulteriori ennesime modifiche, il disco dovrebbe uscire la prossima primavera. Non ti dirò il titolo, non perché non voglia dirtelo ma perché non lo so ancora, l’ho cambiato almeno sei-sette volte (ride, ndr)».

Per concludere, qual è la lezione più importante che ti ha insegnato la musica?

«La musica mi ha insegnato e mi sta insegnando ad essere sincero, l’unico modo in cui riesco ad essere realmente me stesso è quando scrivo. Nella vita reale no, tendo come tutti ad indossare le maschere “pirandelliane”, attraverso la musica ho imparato ad essere onesto, sopratutto verso me stesso».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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