Marco Ferradini: “Non solo Teorema, ecco la mia nuova musica” – INTERVISTA

A tu per tu con il cantautore lombardo, in uscita con il suo nuovo disco intitolato “L’uva e il vino

Ha voglia di raccontarsi attraverso la sua nuova musica Marco Ferradini (qui la nostra precedente intervista), a giudicare dall’ascolto del suo nuovo album “L’uva e il vino”, di cose da dire ne ha parecchie. Tredici canzoni in scaletta, ognuna con una propria storia e un determinato tema, tanta carne al fuoco e musica suonata realmente dalla prima all’ultima nota. Quattro le tracce realizzate assieme a sua figlia Marta: dal singolo Le parole a “Vino”, passando per “Solamente uniti siamo” e la natalizia “Buona stella”. Scopriamo di più.

Ciao Marco, bentrovato. Partiamo da “L’uva e il vino”, l’album stampato lo scorso 29 novembre, da cosa prende spunto il titolo?

«L’ho scelto per sottolineare il concetto di maturazione, ho trovato una vecchia fotografia degli anni ’70 e ho pensato di metterla in contrapposizione con una mia immagine di oggi, a rappresentare l’uva in età giovanile e il vino in quella adulta. E’ un disco che ho in gestazione da parecchio tempo, grazie al nostro amico arrangiatore Antonio “Aki” Chindamo e alla sua sala d’incisione Auditoria Records, siamo riusciti a realizzarlo con il valente supporto dell’etichetta Cello Label».

Nell’omonima title-track metti in luce le contraddizioni tipiche dell’essere umano. Quella che stiamo vivendo adesso è un’epoca molto particolare, in cui queste contraddizioni emergono in maniera forse ancora più accentuata. Cosa hai voluto fotografare con queste nuove tredici tracce?

«In questo album c’è dentro di tutto, ho privilegiato sicuramente i testi rispetto alle musiche per non sentirmi costretto a comprimere i contenuti. Molte canzoni sono nate dalle parole, per poi aggiungere in un secondo momento una musica che le sorreggesse. Sono molto soddisfatto perché ho espresso ciò che sono veramente, con grande libertà perché ho voluto completamente mettermi a nudo».

Tra l’altro, tutte le canzoni sono suonate da musicisti veri e non virtuali. Credo sia importante sottolinearlo…

«Assolutamente sì, perché sai benissimo che con il computer schiacci un pulsante ed il gioco è fatto. Noi abbiamo fatto lavorare gli strumentisti, per creare quella magia che solo l’esperienza di un musicista può dare, perché ognuno cerca di dare il meglio di sé per la canzone. Sono molto soddisfatto, anche per questa scelta, di fatto non ci sono suoni elettronici finti, ma tutti strumenti veri, dalle chitarre acustiche al pianoforte, passando specialmente per i violini. Un bel lavoro che mi ritrova appagato, finalmente».

Nella precedente chiacchierata mi hai detto una cosa che mi ha illuminato, riferita al fatto che la gavetta venga intesa come qualcosa di fastidioso, tant’è che è quasi del tutto scomparsa, oggi il successo arriva con molta più facilità. Quanto hanno inciso nel tuo percorso gli esordi?

«Quando suoni godi, è come fare l’amore con la bambola di pezza (ride, ndr), per cui se fai questo mestiere devi suonare e cantare, per cui la gavetta è fondamentale, come ti ho ribadito l’altra volta. Quando ero giovane non pensavo di fare successo, in molti lo sognano ma non era la mia meta, il mio obiettivo era divertirmi per conquistare le ragazzine, esprimere me stesso sul palco, quello per me era il vero successo, avere la possibilità di svolgere il mestiere che hai scelto di fare. I consensi discografici sono importanti e ti servono per poter continuare a vivere di musica, per cui la gavetta non può che essere positiva, perchè impari un lavoro e ti diverti anche, andrebbe indubbiamente rivalutata oggi.».

Negli anni hai scritto e collaborato con numerosi artisti, da Lucio Dalla a Bruno Lauzi, passando per Marcella Bella, Riccardo Cocciante, Mina, Eros Ramazzotti, Ivan Graziani, Luca Barbarossa, Toto Cutugno, Gianni Bella e molti altri. C’é un incontro che reputi fondamentale e che ti ha segnato sia dal punto di vista umano che artistico?

«Sicuramente quello con Herbet Pagani, perché insieme abbiamo scritto brani importanti, lui era un grande artista, molto poliedrico, partiva dalla scrittura per poi passare alla scultura e alla pittura, uno di quei personaggi che quando li incontri nella vita ti illuminano, perché rappresentano una specie di scintilla. Se sei fortunato incontri queste persone, a me è successo e conservo un ottimo ricordo, pensa che ci scontravamo anche spesso, essendo io un leone e lui un toro, ci graffiavamo e incornavamo a vicenda, ma dal nostro incontro sono nate canzoni importantissime».

Herbert Pagani, un artista ingiustamente dimenticato…

«Devo dire purtroppo, forse il suo errore è stato quello di fare troppe cose contemporaneamente. Nel nostro mondo moderno devi avere un’immagine, un’etichetta e devi essere tagliente come una lama».

Tra gli i tanti pezzi, insieme avete scritto “Teorema”, qual è secondo te l’ingrediente segreto di questo brano che è diventato un vero e proprio evergreen?

«La verità, la forza di dire la verità senza troppi peli sulla lingua. Tutti pensano quelle parole, ma politicamente non sono corrette, fai conto che quel pezzo è uscito nel 1981 nel pieno del movimento femminista, pensavo di ricevere chissà quali critiche, mentre sono contento che il significato sia stato compreso, soprattutto dalle donne, perché questa canzone è una dedica alle donne».

Hai partecipato due volte in gara a Sanremo, la prima nel ‘78 con “Quando Teresa verrà”, la seconda nell’83 con “Una catastrofe bionda”. Qual è il tuo personale pensiero sul Festival che sta per compiere 70 anni?

«Non ho niente contro il Festival, nel senso che è una rassegno, vorrei solo che fosse più democratica, che tutti gli artisti che hanno un merito potessero arrivarci perché, se si tratta di una mostra della musica, bisogna avere la possibilità di mostrare la propria opera. Alla fine ci sono quelli che ci vanno quindici volte e quelli che, come me, ci sono stati solo due volte. Aspetto la terza, chissà (sorride, ndr)».

Cosa pensi dell’attuale scena musicale del nostro Paese?

«Io trovo che in Italia si debba tornare ad avere il coraggio discografico di puntare su cose diverse, non su quelle che in apparenza funzionano, altrimenti arriveranno sempre miseri risultati. Siamo un Paese piccolo, il pubblico è in proporzione minore rispetto a quello di altre realtà, è sbagliato seguire un’unica direzione perché alla fine viene fuori un unico prodotto. Per fare un esempio, tutte le sale d’incisione italiane hanno prodotto quest’anno almeno un pezzo reggaeton, un po’ come le mosche tutte sullo stesso biscotto, qualche volta avvelenato, qualche volta no (sorride, ndr). Vedi le radio, una volta proponevi un pezzo e se piaceva te lo passavano, adesso sanno già quali playlist utilizzare e lì ti rendi conto che la musica non è più di chi la fà, che non è più democratica come un tempo e che solamente poche persone possono permettersi di mantenere un certo livello».

Per concludere, c’è un messaggio particolare che ti piacerebbe arrivasse al pubblico attraverso l’ascolto de “L’uva e il vino”?

«Semplicemente direi che vorrei soltanto essere capito, che non c’è solamente “Teorema”, una canzone che adoro, che mi rappresenta, che condivido e difendo fino all’ultimo. Vorrei solamente che si ascoltasse anche il resto. Ho notato da parte del pubblico la voglia di riscoprire una musica con elementi da ricordare, che non sia esclusivamente facilmente ascoltabile, una musica con dei concetti».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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