A tu per tu con il cantautore pugliese, al suo ritorno discografico con il nuovo singolo intitolato “Se

“Se ognuno fosse un po’ destino di stesso, farebbe della vita una mappa siderale” questo l’incipit del brano che segna il ritorno discografico di Mario Rosini, intitolato semplicemente Se. Tanti anni di gavetta e di soddisfazioni prese sia come cantante che come pianista, prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Mia Martini, Pino Daniele, Anna Oxa, Rossana Casale e Tosca, fino alla partecipazione a Sanremo 2004 con il brano “Sei la vita mia”, dove si posizione al secondo posto alle spalle di Marco Masini. Da diversi anni è docente presso il Conservatorio di Matera, dove detiene la cattedra di canto jazz, oltre a ricoprire l’incarico di Presidente della Commissione Artistica del “Premio Mia Martini”. In occasione di questa sua rentrée discografica, abbiamo raggiunto via Skype l’artista pugliese per approfondire la sua conoscenza.

Ciao Mario, benvenuto. Inaugurerei questa nostra chiacchierata da “Se”, che in questo caso non è una semplice congiunzione, bensì il titolo del singolo che segna il tuo ritorno discografico. Che sapore hanno per te questo pezzo e questo ritorno?

«Questo brano è nato in un momento di introspezione, a volte il destino ci segna e sarebbe bello anche poterlo modificare, tipo con una macchina del tempo. La musica ti permette di viaggiare e di sperare di cambiare le cose, in una canzone questo può essere possibile. La musica è un qualcosa di astratto ma sentito. Il ritorno alla discografia mi diverte molto, anche perché sono molto contento di aver incontrato Gabriela Serban e Danilo Riccardi, di lavorare con questa prestigiosa etichetta che è la Diva’s Music Production, loro mi hanno stimolato a rimettere il naso fuori. Amo vivere la musica nella mia intimità, condividendola sempre col pubblico, la discografia è un discorso sempre un po’ delicato, certe volte esula dalla vera arte, in queste persone ho ritrovato lo stesso amore e la stessa mia dedizione. Il brano lo dimostra, perché non è affatto commerciale, per cui sono contento di averlo tirato fuori».

Il messaggio di questo pezzo assume ancora più valore in questo preciso momento storico. Tu, personalmente, come hai vissuto queste difficili settimane a causa della pandemia?

«Come tutti, in cattività, ma sempre in compagnia del mio pianoforte e della musica. In più, insegno canto al Conservatorio di Matera, per cui mi sono distratto con le varie lezioni da remoto, ho scoperto un nuovo mondo. Per certi punti di vista ho trovato interessante la didattica online, alcuni ragazzi non sanno non conoscevano le varie opportunità che la rete offre a livello musicale, poter registrare e risentirsi, avere un’altra concezione del suono. La tecnologia e l’elettronica ci aiutano, ma dobbiamo essere noi a manipolarle, non il contrario».

Vorrei ripercorrere con te parte del tuo percorso, partirei col chiederti se c’è stato un momento preciso in cui hai capito che tu e la musica eravate fatti l’uno per l’altra?

«Mi è successo esattamente alle scuole elementari, facevo parte del coro della mia classe, ricordo che la maestra mi aveva messo dietro e che non l’avevo presa benissimo, non capivo il motivo perché sentivo di poter fare bene. Mi son sentito da subito legato a questa forma d’arte, ma con la crescita devo ammettere di aver avuto qualche problema, vivere di musica non è sempre stato semplicissimo, fino a quando ho conosciuto Pino Daniele, ho avuto la fortuna di averlo come produttore di due miei dischi di musica strumentale. Lui aveva intravisto in me una storta di incertezza di poter fare o meno il musicista per tutta la vita, un giorno mi chiese: “ma lo vuoi fare questo mestiere si o no?”. Da lì qualcosa ha cominciato a girare diversamente e le paure, piano piano, sono andate via».

Come non parlare della tua partecipazione a Sanremo nel 2004, il primo Festival col televoto, un’edizione di passaggio che ha segnato, forse, la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova. Arrivi secondo con “Sei la vita mia”, cosa ricordi di quell’esperienza?

«E’ stato un periodo stranissimo perché, devi sapere, da qualche anno vivevo da solo in un trullo ad Alberobello, da un giorno all’altro mi sono ritrovato catapultato al Festival della canzone italiana. Mi è sembrato tutto molto inverosimile, strano, però molto coinvolgente. L’adrenalina che si respira a Sanremo è fortissima, ti giochi tutto in tre minuti e mezzo, avevo il terrore di raffreddarmi e di non poter dare il massimo sul palco, soprattutto con un brano come quello che non è affatto semplicissimo».

Da diversi anni eserciti la professione di docente presso il Conservatorio di Matera e dal 2008 ricopri l’incarico di Presidente della Commissione Artistica del “Premio Mia Martini”. Considerate queste due importanti esperienze, come valuti il livello generale del talento dei ragazzi di oggi?

«Guarda, in giro ci sono tanti bei talenti, soprattutto dal punto di vista compositivo, riescono ad essere esaustivi in pochissimo tempo, rispetto al sottoscritto i ragazzi di oggi hanno sicuramente più il dono della sintesi. Certo, bisogna stare un po’ attenti ai talent show, che in molti casi rappresentano una sorta di specchietto per le allodole, dopo una delusione così forte un ragazzo può rimanerci talmente male al punto da mollare tutto. Vorrei che i giovani crescessero con il desiderio di voler fare questo mestiere per la musica, non per diventare famosi, il successo magari arriva col tempo. In questo la mia generazione è stata più fortunata, nel senso che non abbiamo avuto distrazioni, abbiamo vissuto la musica sempre con grande passione, senza mai abbandonarla».

Per concludere, qual è l’insegnamento più importante che hai appreso dalla musica in questi anni di attività?

«Mi ha insegnato talmente tante cose che, in realtà, non ho mai catalogato. Pensandoci, probabilmente, mi ha trasmesso una profonda dedizione. La musica è preghiera, un linguaggio divino che necessita tanto rispetto».

The following two tabs change content below.

Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Loading Facebook Comments ...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.