Matteo Faustini: “Oggi sono meno solo perchè sento che qualcuno mi tiene la mano” – INTERVISTA – Recensiamo Musica

Intervista al cantautore bresciano che ha rilasciato l’album ‘Figli delle favole’

Doveva esserci di mezzo un pranzo o qualcosa del genere ma visti i tempi abbiamo dovuto accontentarci di una semplice telefonata per raccontare di un disco, ‘Figli delle favole’, che merita di essere ascoltato, assimilato e capito. Eh già, perchè dei dischi questo bisognerebbe fare: ascoltarli e capirli. Ci vuole tempo, è chiaro, ma in questi giorni di tempo ne abbiamo tutti tanto per cui potrebbe essere l’occasione giusta. Lui è Matteo Faustini, bresciano, 25 anni, cantautore raffinato ed autentico in gara all’ultimo Festival di Sanremo con la sua ‘Nel bene e nel male’.

Esordisce con un ‘sono logorroico per cui interrompimi sennò non finisco più’ ma poi si lascia andare e come un fiume in piena racconta di canzoni e di vita. Anzi, molto più di vita perchè le canzoni sono vita e perchè le sue canzoni raccontano la sua vita senza filtri o maschere. Di mezzo ci sono le favole ed il cuore ma sempre vita è. Ha sofferto e soffre ancora ma ogni giorno sceglie d’indossare il miglior sorriso che ha nel guardaroba perchè ‘nella vita bisogna far del bene’ e sorridere fa bene a sè stessi e agli altri. Un ragazzo acqua e sapone che ha soltanto tanta voglia di vivere, cantare, scrivere, soffrire, ridere e poi ancora vivere, cantare, scrivere, soffrire e ridere. Ecco cosa mi ha raccontato:

Matteo, anche se in un certo senso non vorrei occorresse penso che sia giusto che questa intervista parta da una domanda forse banale ma, purtroppo, quanto mai indispensabile ed attuale: come stai?

<<Sto bene e mi sento di dire di essere fortunato: vivo in una bolla di vetro su di una collina attorno ad un bosco. Mi rendo conto che soprattutto qui, nelle province di Brescia e Bergamo, la situazione è davvero drammatica. Spero, però, questo momento possa essere utilizzato per il lato migliore che può offrire a tutti: ascoltare il proprio silenzio, riflettere e guardarsi dentro. Sto notando tanti cambiamenti nelle cose che mi circondano ma spero tanto che, poi, non si torni a vivere la vita di prima anche se credo che, in generale, le persone abbiamo sempre poca memoria>>.

Mi viene da chiederti, rimanendo collegati a quello che abbiamo detto finora, se credi ci sia qualcosa che l’essere nato e cresciuto a Brescia ha determinato nel tuo approccio alla musica e nel tuo essere persona? Cioè, essere bresciano ha condizionato il tuo essere in qualche elemento secondo te piuttosto che essere, che ne so, milanese?

<<Non lo so. Secondo me, forse, non centra la città dove si nasce: credo che la quasi totalità dell’esperienza la faccia la famiglia nella quale si cresce. Fossi nato in una famiglia diversa magari avrei condotto una vita diversa. Penso che sia più il contorno famigliare a determinare la persona più che il luogo>>.

Da qualche settimana ormai è uscito il tuo disco, “Figli delle favole” (di cui qui la nostra recensione), me lo racconti in due parole?

<<In due parole credo di non essere in grado ma ci provo (ride). Allora, amo quando qualcuno mi scrive qualcosa ed io capisco perchè non rende complicata una cosa che in realtà è semplice come i principi della vita, ai fin dei conti, sono. La cosa bella delle fiabe è proprio questo: sono chiare, dirette, semplici. Per questo ho voluto utilizzare lo stesso linguaggio per questo album. Ho deciso di fare questo disco in questo modo e di essere come sono perchè sono convinto che dobbiamo fare del bene nella nostra vita: non sono un medico, un veterinario o uno scienziato ma i talenti che mi sono stati dati sono nell’ambito della musica. Sono nato in una famiglia che, fortunatamente, mi ha sempre trasmesso contenuti importanti che ora sto cercando di trasferire in musica: credo che questo sia il mio modo di fare del bene>>.

Quali sono questi contenuti di cui parli?

<<Sono i miei valori, le mie teorie sulla vita e sull’amore. Mi fanno arrabbiare quelli che dicono ‘è già stato detto tutto’: è vero ma che c’entra? Anche Schopenhauer ha detto un botto di roba ma quelli a cui l’ha detto sono crepati (ride). Laura Pausini canta cose che hanno già cantato altre persone ma lo fa a generazioni sempre nuove e con modalità diverse. Sono consapevole di dire cose che qualcun altro avrà già detto ma lo sto facendo a mio modo e per persone che, magari, non hanno ancora avuto modo di ascoltare. Sto cercando di utilizzare un panorama linguistico e lessicale come quello delle fiabe a me caro (e per me efficacie) per trasmettere contenuti positivi>>.

Ok, finite le domande istituzionali! Passiamo ora al cazzeggio… Parto da un rimprovero: hai scritto un disco che oltre ad essere tremendamente bello (ma questo può essere considerato un mio gusto personale soprattutto per quelli che commentano “non capite niente di musica”… anche i critici hanno gli haters) è anche un disco che ha nei testi un sacco di riferimenti per chi volesse conoscerti o, nel mio caso, chiederti qualcosa di te. Quanto, per te, è importante mettere nei testi il focus della forma-canzone?

<<Per me è davvero tutto lì. Sono molto istintivo nella scrittura della melodia ma nei testi sono paranoico. In questi giorni sto approfittando della situazione per scrivere nuovi brani: l’altro giorno ho scritto una strofa che mi piaceva tantissimo ma quando l’ho finita mi sono reso conto che non sapevo che cosa volesse dire quello che avevo scritto per cui ho cancellato tutto. Hai presente ‘Shutter Island’ o quei film lì che alle persone piacciono un sacco?Ecco, io non ci capisco una mazza: ho bisogno di una storia che inizia e finisce tipo ‘Cappuccetto rosso’. Insomma, parla come mangi (ride). Odio la banalità pur volendo sempre pensare ad un contenuto che possa arrivare a tutti. E questo, in genere, in italiano è molto difficile. Io, personalmente, vorrei riuscire ad arrivare in profondità alle cose ma con leggerezza>>.

So che tra qualche settimana uscirà il tuo nuovo singolo da questo progetto e cioè “Vorrei (la rabbia soffice)”. Ecco, in queste settimane si sente ovunque il concetto che ci troviamo ad un varco della storia e che, passato questo momento difficile, se l’umanità avrà saputo cogliere questa opportunità potrebbero aprirsi le porte di un mondo nuovo. Cosa vorresti portare di questo mondo in quello del futuro e che cosa, invece, lasceresti per sempre?

<<Quello che vorrei portare nel mondo del futuro è l’umanità, l’educazione ed il senso civico che in questi giorni stiamo dimostrando a noi stessi. Ho davvero il timore che, passato tutto questo, queste caratteristiche possano essere abbandonate ma mi auguro che non sarà così. Quello che, invece, dovremmo provare a non recuperare è quella maschera di cinismo che appartiene a quelle persone che si dimostrano pessimiste solo per risultare sagge. Il bene lo dobbiamo scegliere ogni giorno e non è facile per questo c’è davvero tanta gente che preferisce costruire muri attorno al cuore e vorrei che questa occasione fosse quella che permette di far scendere il ponte levatoio ed attraversare il fossato perchè, a volte, abbiamo paura di essere umani perchè c’è la certezza di andare incontro anche a delle sofferenze e nessuno vuole davvero soffrire>>.

Questo vale anche per te singolarmente?

<<Si, direi di si. Vorrei abbandonare la paura che obbliga a proteggersi: vorrei essere più scoperto, conscio dei rischi ma deciso a vivere totalmente. Vorrei dire al Matteo di domani che pensasse di meno e che vivesse di più>>.

In una delle mie tracce preferite del tuo disco (‘Il cuore incassa forte‘) dici “Ci vuole coraggio per cantare ancora canzoni d’amore”: a cosa fa riferimento questo verso?

<<Questa canzone ho odiato scriverla nel senso che in quel momento stavo soffrendo per cause amorose e volevo scrivere canzoni per me, che non parlassero di quell’amore finito. Eppure ogni cosa che scrivevo parlava d’amore. Questa è una canzone che ama terribilmente ma non si ama: mentre l’ho scritta io non amavo>>.

Non c’è anche un qualche riferimento al fatto che oggi, artisticamente, sia difficile parlare d’amore nelle canzoni per dei diktat commerciali più che autorali?

<<Certo. E’ ovvio che oggi ci siano delle tematiche più ‘comode’ di questa. E’ un dato di fatto che più si utilizzano nelle canzoni parole semplici, carine e già usate e più la melodia entra in testa e funziona. Il fatto, però, è: perchè scrivi quella canzone? Per me è tutto lì: una canzone deve comunicare. Quando ho scritto ‘Si, lei è’ mi sono imposto di non utilizzare le classiche immagini di sole, estate, spiaggia e cocktail per quella melodia super fresca e orecchiabile>>.

Come valuti, a tal proposito, l’evoluzione che il pop italiano ha affrontato nel corso degli ultimi anni allontanandosi con una velocità crescente dalla tradizione e attraversando, prima, il suo periodo elettronico, poi quello reggae e ora quello indie-urban?

<<Il pop è molto cambiato e sta cambiando ancora. Mi fa sorridere essere definito ‘vecchio stampo’ nel senso che propongo un tipo di canzone tipicamente anni ’90 ma che, in fin dei conti, è quella che mi piace e che mi rappresenta. La mia musica è pop ma capisco che, oggi, il pop è l’indie: la cosa più popolare, per assurdo, non è il pop ma l’indie. Penso, però, che se si è di cuore si arriva alla gente comunque. Ulimo fa un pop cantautorale eppure è arrivato alla gente proprio in questi anni di trasformazione del pop e ci è riuscito utilizzando il linguaggio del cuore e delle emozioni: con questi elementi si vince a prescindere dal genere a cui si appartiene>>.

In un altro verso dici “io crescerò e diventerò…”. Trasformiamo una domanda banale che di solito si fa ai bambini in una un po’ più profonda ed impegnativa: cosa vorresti diventare da grande?

<<Te lo dico in una sola parola: migliore. Vorrei essere un uomo migliore. Ho paura di non riuscire a fare musica per tutto il resto della mia vita e di dovere andare a fare un lavoro che non mi da la stessa soddisfazione ma voglio cercarmi di migliorarmi come essere umano. Non mi interessa nemmeno essere felice perchè la felicità dura poco: vorrei essere sereno, in pace e migliore>>.

Perchè la felicità dura poco?

<<La felicità, secondo me, dura un attimo e non è da confondersi con la gioia che, invece, è un qualcosa di più duraturo>>.

Probabilmente non lo ricorderai perché a Sanremo avrai fatto qualcosa come diecimila interviste ma vorrei riproporti la domanda che ti feci allora. Nel testo della tua canzone sanremese, “Nel bene e nel male” (scritta in collaborazione con Marco Rettani), dici ‘le paure dentro ad un palloncino che stavano per scoppiare ma la mia mano dentro ad un filo quel giorno le ha lasciate andare’: quali sono le paure che hai vissuto e che senti di aver lasciato andare nella tua vita?

<<Me la ricordo questa domanda! Sei uno dei pochi che, in quei giorni, è riuscito a farmi una domanda così profonda: grazie! Penso di averti risposto così già a Sanremo ma credo di aver lasciato andare la paura di mettermi in gioco. Sono terrorizzato dai giudizi degli altri e portando quella canzone a Sanremo mi sono messo davvero a nudo perchè avrei potuto scegliere una canzoncina carina ed insulsa e, invece, ho scelto di dire tante cose di me fregandomene. Sto cercando di lasciarmi andare, di non badare al giudizio degli altri e, contemporaneamente, anche al mio>>.

Nel pezzo, poi, dici che ‘l’amore ha una data di scadenza allora consumiamolo prima che scada’. Sei uno che crede al fatidico “per sempre” nelle relazioni di qualunque tipo oppure preferisci vivere il momento senza pensare che sarà eterno?

<<Sono una via di mezzo. Nell’amore come nella vita può accadere sempre qualsiasi cosa. Non sono uno di quelli che pensa a godersi unicamente il momento perchè sono sempre alla ricerca di un nido, di una casa, di una relazione che possa darmi stabilità e serenità tuttavia mi rendo conto che, mentre mi posso augurare di trovare la relazione della mia vita, non posso avere l’arroganza di esserne certo. Credo che si possa desiderare e lottare per raggiungere il “per sempre” ma penso anche che non si possa modificare il destino o il caso, a seconda di quello a cui si crede>>.

Mi spieghi da dove deriva questo tuo attaccamento alle favole? Cioè, è un pretesto narrativo e promozionale per questo disco (scusami per la brutalità) oppure c’è qualcosa di più profondo?

<<Qualche giorno fa ho finito di scrivere un brano dove utilizzo una citazione dalla storia di Alice per cui, anche nei prossimi lavori, credo ci sarà ancora questo richiamo alle favole (ride). In realtà, però, io sono davvero così: credo nelle favole. Prima di tutto questo lavoravo per autoprodurmi perchè mi ero messo in testa di provare a farcela da solo, un passo alla volta. E’ uscito naturale, poi, scrivendo queste canzoni utilizzare quella che è la mia vita. Io sono fatto davvero così: puoi farmi una qualsiasi domanda sulla Disney e vedrai che le risposte le so tutte (ride). Una delle cose che più mi piace di questa esperienza è che mi permette di essere me stesso, lo stesso cretino di sempre. Favole incluse>>.

Hai mai attraversato un momento in cui hai mandato le favole a quel paese?

<<Tantissimi! A volte le ho odiate però, poi, ho pensato che le favole mi hanno insegnato molto di più di quanto, poi, mi abbiano deluso o illuso>>.

In ‘Si, lei è’ dici che “è lei che ti sceglie”: quando ti ha scelto la musica?

<<Penso sia nata con me. Ho tantissimi ricordi di me da bambino alle prese con la musica e per questo credo davvero che la passione sia nata con me. La necessità di fare musica, invece, è arrivata quando ho iniziato a soffrire perchè lì ho scoperto che la musica mi faceva stare bene e, in questo senso, è anche una scelta egoistica ma penso che sia giusto così>>.

Hai una sorta di primo ricordo legato alla musica? Il primo disco che hai comprato, la prima canzone che hai canticchiato…

<<Il primo ricordo proprio nitido che mi lega alla musica è Giorgia al Festival di Sanremo con ‘Di sole d’azzurro’ (era il 2001 ndr). Mi ricordo che ho chiuso gli occhi e mi son messo in salotto a mimare l’angelo, a terra, sul pavimento>>.

A proposito di questo, da ascoltatore e consumatore di musica sei una persona che ama più le canzoni o, piuttosto, preferisce legarsi agli artisti?

<<Amo più le canzoni che gli artisti proprio perchè non sono mai stato un fan di qualcuno in particolare. Penso che gli artisti, anche quelli che musicalmente amo ed ascolto di più, siano delle persone normali, proprio come me, che semplicemente fanno musica: non ho mai avuto l’indole del fan spassionato. Le canzoni, invece, le amo tanto. D’altronde, per me, è tutto lì, nelle canzoni che, poi, sono quelle che rendono speciali gli artisti>>.

Imparando a conoscerti in questi mesi ti ho sentito spesso raccontare che scrivi quando sei triste, in pigiama, di notte, davanti alla tastiera. Eppure dai sempre l’impressione di essere un ragazzo votato al sorriso, alla scelta della positività. Quando, allora, ti ritrovi ad essere triste se, poi, sei così votato alla positività?

<<E’ una cosa che ogni tanto mi chiedo: dal di fuori sembro spesso allegro, cretino e felice però, in realtà, sono spesso triste. Io cerco di essere sempre spontaneo e vero e, quindi, provo a comunicare e trasmettere quello che sento. Nella vita ho subito tanto male e, purtroppo, queste cose fanno parte di me e della mia vita ma ogni giorno mi sveglio e scelgo la parte bella. E’ difficile, credimi ma è la mia scelta. Odio fare la vittima e raccontare le mie sofferenze anche se credo che un giorno le racconterò perchè, probabilmente, aiuteranno gli altri ma, se proprio devo fare la vittima, scelgo di farlo nelle canzoni. Metto nella musica tutta la mia sofferenza e penso di riuscire così a trovare il mio equilibrio: mostrarmi allegro ma poi mettere nelle mie canzoni il mio dolore ed il mio essere triste>>.

Per chiudere, ho lasciato volutamente alla fine di questa nostra chiacchierata una canzone densa di contenuti come ‘Il gobbo’ dove, secondo me, hai scelto una delle immagini più belle e poetiche che avresti potuto utilizzare e cioè quella delle ‘colombe sopra Notre Dame’ : l’animale che più di tutti rappresenta la libertà e la rinascita vola nel cielo limpido dopo che hai raccontato di bullismo, omofobia e razzismo. Qual è il tuo legame con questa canzone?

<<Il messaggio non è solo positivo perchè nella canzone dico ‘siamo come il gobbo, soli a Notre Dame/siamo anche colombe sopra Notre Dame’. Sono fortunato perchè ho tantissime amicizie, di quelle con la A maiuscola, e facendo teatro per moltissimi anni ho avuto modo di toccare tante diverse realtà che portano con sè le proprie sofferenze. Mi sono sentito, nel corso della mia vita, grasso, mulatto, con il naso grosso anche se non lo sono perchè persone che conosco hanno pianto con me per essersi sentiti insultati per queste loro caratteristiche. Questa canzone sono io, questa canzone è loro>>.

Concludo dicendoti una cosa che ti ho scritto qualche tempo fa su Instagram rispondendo ad un tuo messaggio: con questo album e queste canzoni hai condiviso un pezzo della tua vita con il pubblico che, apprezzandole, inevitabilmente ti ha lanciato il messaggio che la tua vita è più comune, normale e condivisa di quanto tu pensassi. Come ci si sente ad avere questa certezza tra le mani? E, soprattutto, hai questa certezza?

<<Si, penso che tutti, nel proprio intimo, si sente speciale e diverso e tante volte ho pensato, scrivendo, che quello che cantavo non lo poteva capire nessuno perchè quelle cose le vivevo solo io, le sentivo solo io dentro ma in questi due mesi mi sto rendendo conto che le persone capiscono. Mi capiscono. E questo significa che le emozioni sono universali, che non hanno barriere. Questa è una cosa bellissima perchè ti fa sentire meno solo e ti rende consapevole che tutti possono capirti quando di cuore e di vita: le uniche cose che non hanno bisogno del traduttore>>.

Grazie per questa bellissima chiacchierata Matteo, è stata lunga ma, stando in quarantena, abbiamo approfittato per farci raccontare un po’ più in profondità di te e di questo tuo disco bellissimo.

<<Grazie a te perchè sei davvero bravissimo. Hai fatto delle domande che… wow, grazie!>>.

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Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

Di Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

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