A tu per tu con il cantautore di origini campane, in uscita con il nuovo singolo “E la vita torna

Reduce dalla partecipazione alla seconda edizione di “Ora o mai più” (qui la nostra precedente intervista), ritroviamo con piacere Michele Pecora per parlare del singolo “E la vita torna”, brano che anticipa l’uscita del suo nuovo album. In occasione di questa uscita, abbiamo raggiunto via Skype l’artista, per approfondire la conoscenza della sua visione musicale e ripercorrere le tappe fondamentali della sua carriera.

Ciao Michele, bentrovato. Partiamo da “E la vita torna”, un inno alla ripartenza che ben si sposa con questo particolare momento storico. Com’è nato questo pezzo e che importanza ha per te farlo uscire proprio in questo periodo?

«Il brano è stato scritto in realtà prima, lo scorso anno, uscendo ora si ritrova casualmente e perfettamente in linea con il nostro sentimento comune, in un periodo profondamente segnato dalla speranza verso il futuro. L’ho scritto pensando sia alla mia vita personale che a quella artistica, alle prove che affrontiamo e alle opportunità che ci vengono offerte, situazioni di cui spesso non siamo perfettamente consapevoli, presi dai nostri problemi e dalle nostre difficoltà».

Dopo “I poeti“, stai vivendo una vera e propria nuova primavera artistica, questo brano ne è una prova. Come stai vivendo questo periodo così ispirato dal punto di vista compositivo?

«Con grande passione, la stessa che mi ha sempre aiutato nel corso di tutti questi anni, la passione per il mio lavoro, per la scrittura, che mi permette di comunicare agli altri la mia visione del mondo, a volte da spettatore altre da protagonista. C’è stato un momento nella mia carriera in cui faticavo, mi accorgevo di stancarmi a scrivere, forse perché ero un po’ bloccato e questo non mi consentiva una libertà e una tranquillità. Oggi, invece, faccio tutto con grande serenità e con grande naturalezza, caratteristiche che penso siano il segreto del nostro mestiere».

Le cose migliori arrivano quando meno te lo aspetti, o quando tutto sembra finto. Qual è il tuo pensiero riguardo tutto quello che stiamo vivendo e come hai affrontato queste dure settimane?

«Se posso essere del tutto sincero, non sono stato poi così male, nel senso che mi sono reso conto a un certo punto che, tutto sommato, questa cosa ci è arrivata anche come un’opportunità. Quando mai ci è stato consentito di rimanere in casa e poter dedicare tanto tempo alle persone care, ma anche alle nostre cose o idee che avevamo un po’ abbandonato. Con ciò non voglio dire che è stata benedizione, anzi, però mi auguro possa portare a tutti una consapevolezza diversa».

A livello discografico, sono stati fatti un sacco di appelli nei confronti dell’intera categoria, come pensi ne uscirà l’industria musicale da tutto questo?

«Credo che ne uscirà abbastanza provata, un’industria che già faticava un po’, le cose non andavano benissimo, oggi ovviamente ancora di più. In realtà, la parte discografica ne risente forse meno, ormai tutto ruota attorno al digitale, a farne davvero le spese è il live. Gli appelli che ho sentito sono tutti giusti e corretti, l’unica cosa che mi chiedo è: “che immagine diamo noi artisti all’esterno, alle istituzioni?”, secondo me individualista, perché tendenzialmente non siamo una categoria che si associa così facilmente. Reputo necessario chiedere al Governo tutta la tutela possibile, che si possa farlo parlando a una voce unica. Da musicista mi viene in mente il diapason, l’attrezzo che serve per accordare gli altri strumenti…. ecco, ci vorrebbe una cosa del genere per mettere tutti d’accordo».

I poeti” ed “E la vita torna” sono i brani che anticipano l’uscita del tuo prossimo album, cosa dobbiamo aspettarci a riguardo?

«Sicuramente un album maturo, sincero dal punto di vista testuale, che guarda a tutto quello che mi circonda e che mi ha circondato in questi anni. Ci sarà una piccola sorpresa, un’idea che avevo da tempo e che finalmente sono riuscito a realizzare, ovvero un brano in dialetto cilentano, essendo io originario di Agropoli in provincia di Salerno. Un atto d’amore, una dedica per la mia terra e per le mie radici».

Per concludere, qual è l’insegnamento più importante che ti ha dato la musica in tutti questi anni di attività?

«L’insegnamento più importante è credere sempre in ciò che fai, ma non dal punto di vista retorico del termine. Quando scegli di fare un mestiere come questo non lo fai per gli altri, bensì per te stesso, scrivere una bella canzone ti porta a vivere di rendita, nel senso che non importa il riconoscimento che le viene attribuito esternamente, ti senti felice in prima persona, avverti una soddisfazione. Poi, i risultati arrivano dopo, questa è una cosa che ripeto sempre ai giovani, se ti approcci alla musica con questo spirito, alla fine, torna sempre indietro qualcosa, un atteggiamento che ti consente di farcela anche nei momenti più difficili».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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