A tu per tu con l’artista italo-congolese, al suo ritorno discografico con il singolo intitolato “Ballo

A due anni e mezzo di distanza dalla partecipazione al Festival di Sanremo, dove ha ottenuto il terzo posto tra le Nuove Proposte con Il mago, abbiamo il piacere di ritrovare e di ospitare Michel Mudimbi, meglio conosciuto semplicemente come Mudimbi. Si intitola “Ballo” il singolo che segna la sua rentrée discografica, l’inizio di una nuova fase del suo percorso. 

Ciao Michael, bentrovato. Partiamo da “Ballo”, brano che sancisce il tuo ritorno, com’è nato e come mai hai scelto proprio questo pezzo per rompere il tuo silenzio musicale?

«Questo pezzo è nato dalla mia esigenza di scoprire se avevo ancora qualcosa da dire, mi sono trovato a voler fare tutto da solo, dalla stesura alla produzione del brano, perché avevo bisogno di darmi delle conferme. La canzone parla proprio di questo, della necessità di rimettermi davanti allo specchio. E’ stata la prima traccia che ho scritto dopo molto tempo, quindi mi è sembrato anche logico farla uscire appena possibile».

E’ un brano molto crudo e diretto, da quali necessità è stato ispirato questo tipo di linguaggio?

«Dalla necessità di potermi riappropriare della mia dialettica. Dopo l’epopea sanremese che è stata ottima, per carità, ma è andata tutta in una direzione più “politicamente corretta”, mi sono interrogato su ciò che fossi ancora in grado di dire o di non dire. Non ti nascondo di essermi fatto anch’io un po’ di domande, ma ho seguito il bisogno di riscoprire un linguaggio colloquiale, quello che parlo e che ascolto tra la gente per strada. Con questo brano ho voluto sradicare tutti quei paletti che mi sono ritrovato addosso, probabilmente più per colpa mia che di qualcun altro, avevo la necessità di rimettere le cose in linea con ciò che sono».

C’è un verso che, secondo te, rappresenta e sintetizza al meglio l’intero senso del pezzo?

«Il ritornello, la semplice frase “ballo meglio di me” che non è di facile comprensione. Nonostante tutto, il senso della canzone è volutamente abbastanza criptico. Sembrano una serie di frasi ad effetto apparentemente slegate tra loro, senza un concetto che li unisca, in realtà racchiude un significato per me molto importante: immagina una persona davanti allo specchio che cerca di farsi coraggio, che cerca di crederci ancora. Alla fine è vero, l’unico che riesce a fare meglio o peggio di me sono soltanto io, perché alla fine se non ci credi tu non ci crederà nessun altro».

Fermandoti ti sei concesso un bel lusso, soprattutto in un momento storico in cui se non appari non esisti. Quali consapevolezze hai maturato? E’ un percorso che consiglieresti?

«E’ una scelta che consiglierei alla salute mentale di tutti, non c’è strategia in quello che ho fatto, nutrivo semplicemente il bisogno di staccare la testa di non vivere in funzione dei social, dell’hype, del dover esserci per forza a prescindere dal contenuto. Ad un certo punto mi sono trovato a rendermi conto che non stavo nemmeno più facendo musica, ero diventato uno pseudo-influencer, sempre in vetrina ma senza una reale sostanza, tra stories dove mostravo le nuove scarpe che mi ero comprato o i vestiti che mi erano appena arrivati. Non è qualcosa che mi interessa vedere e, di conseguenza, far vedere. Non voglio spostare l’attenzione da quella che è la mia musica, in più mi sono reso conto di avere bisogno di molto tempo da dedicare a me stesso, trascorrere le giornate in funzione dei social non è il mio modo di vivere, l’ho capito staccando tutto sia dal punto di vista professionale che nella vita privata. Onestamente sento che mi ha fatto solo bene».

I social network sono cambiati, nonostante siano passati relativamente solo due anni, non so se hai presente Tik Tok…

«Purtroppo sì, mi hanno scritto diverse persone per informarmi che un mio pezzo del precedente album era diventata virale, quindi ho scaricato l’applicazione per capirci di più, mi si è aperto un mondo che ho prontamente subito richiuso. Per me veramente Tik Tok è il capolinea del genere umano, qualcosa che mi spaventa perché ho la percezione che anestetizzi il cervello delle persone».

Tornando all’epopea sanremese, è un’esperienza che rifaresti? Se sì, cambierebbe il tuo approccio?

«E’ un’esperienza che rifarei, ma rifarei quel Sanremo, attualmente non considererei l’opzione di tornarci. Mi sono divertito, è stata un’ottima opportunità, mi ha permesso di arrivare a una certa consapevolezza. Col senno di poi, onestamente, a caldo ti direi che non cambierei il mio approccio, perché è stato coerente, quindi probabilmente sarebbe lo stesso».

Durante il Festival, ricordo una tua frase che mi ha molto colpito in conferenza, ovvero: “Io nasco pessimista come mia madre, ottimista ci sono diventato”. Alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi, la pandemia e tutte le sue conseguenze socio-economiche, come hai vissuto tutto questo? Più da ottimista o da pessimista?

«Non vorrei risponderti con una paraculata, tipo “realista” perché vuol dire tutto e non vuol dire niente (sorride, ndr), fondamentalmente una base di ottimismo c’è, altrimenti mi sarei già buttato dalla finestra. Il periodo che stiamo vivendo non è sicuramente uno dei più rosei, per certi punti di vista lo trovo motivante, nel senso che mi ha fatto venire voglia di informarmi, impegnarmi, ragionarci e confrontarmi. La considero una buona base di partenza o per una catastrofe o per un grosso miglioramento di massa, ovviamente non dipende tutto da me, per fortuna, ma sto cercando di fare la mia parte nel piccolo in tante occasioni che si stanno presentendo».

Al netto dell’attuale confusione dovuta al momento, cosa dobbiamo aspettarci dalla tua nuova musica? Verso quali sentieri sonori ti stai dirigendo?

«Fondamentalmente non saprei descrivere cosa aspettarsi, quello che sto tirando fuori è una commistione di tutto quello che mi piace nella maniera più libera possibile, non è inquadrabile in un genere dal punto di vista prettamente musicale. E’ tutto abbastanza improvvisato, mi sono ritrovato per scelta a realizzarlo totalmente da solo con l’ausilio della mia voce, non seguendo degli schemi ben precisi, bensì il mio gusto personale, andando ad orecchio. Dal punto di vista dei contenuti ci sarà un bel mix tra i miei esordi, diciamo pure il pre-Sanremo, e quello che mi sono portato dietro da quell’esperienza. Sicuramente lavorerò molto meglio sui ritornelli e sulle strutture, così come non mi risparmierò a livello di linguaggio, come dicevamo all’inizio, perché rappresenta quello che sento ed è quello che mi circonda».

Per concludere, considerato questo tuo non voler seguire schemi, a chi si rivolge oggi la tua musica?

«La mia musica si rivolge potenzialmente a tutti, non c’è una fascia di età ben precisa, più una persona è matura e più riesce a decodificare meglio il secondo, il terzo e il quarto strato di quello che dico. In linea di massima, non penso mai ad un pubblico specifico quando scrivo un brano».

© foto di Roberto Graziano Moro

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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