Natalino Otto, il ricordo del padre del jazz e dello swing in Italia

Natalino Otto

A 57 anni dalla scomparsa, ricordiamo il cantante e musicista ligure che contribuì a rivoluzionare la musica leggera italiana, portando nel nostro Paese le sonorità del jazz e dello swing americano. Una carriera tra successi discografici, ostacoli imposti dal regime e una straordinaria eredità musicale

Ci sono artisti che riescono a cambiare il corso della musica senza necessariamente godere, fin da subito, del riconoscimento che meriterebbero. È il caso di Natalino Otto, al secolo Natale Codognotto, uno dei pionieri dello swing e del jazz in Italia, capace di introdurre nel panorama musicale nazionale un linguaggio nuovo, fatto di ritmo, leggerezza e contaminazioni d’oltreoceano. A 57 anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 4 ottobre 1969 a Milano, il suo nome resta legato a una stagione fondamentale per l’evoluzione della canzone italiana.

Nato a Cogoleto, in provincia di Genova, il 24 dicembre 1912, Natalino Otto si avvicina alla musica fin da giovanissimo. Dopo aver iniziato a lavorare come sarto, prende lezioni di musica e si dedica alla batteria, esibendosi con alcune formazioni genovesi. A soli sedici anni si imbarca sul transatlantico Conte di Savoia come batterista di bordo, un’esperienza che gli permette di attraversare l’Atlantico e di entrare in contatto con culture e tradizioni musicali differenti. È proprio in questo periodo che adotta il nome d’arte con cui diventerà celebre, iniziando anche a cimentarsi nel canto, inizialmente attraverso un megafono.

Il vero punto di svolta arriva negli Stati Uniti, dove nel 1935 entra in contatto con alcuni protagonisti della scena jazz, tra cui il batterista Gene Krupa e il violinista Joe Venuti. L’esperienza americana rappresenta per lui una vera e propria rivelazione: scopre il jazz, il rhythm and blues e, soprattutto, lo swing, un genere destinato a diventare il tratto distintivo della sua identità artistica. Dopo aver attraversato l’oceano ben 38 volte, il 18 novembre 1935 fa definitivamente ritorno in Italia, portando con sé dischi, spartiti e un microfono, simbolo di una modernità musicale ancora poco conosciuta nel nostro Paese.

Il suo rientro coincide con un periodo particolarmente complesso per la diffusione delle sonorità straniere. Nell’Italia fascista, infatti, le influenze musicali americane vengono osteggiate e la programmazione radiofonica privilegia repertori considerati più conformi all’indirizzo culturale del regime. Natalino Otto si scontra così con una realtà che fatica ad accogliere la sua proposta innovativa, arrivando persino a dover italianizzare i titoli di alcuni brani: “Saint Louis Blues” diventa “Le tristezze di San Luigi”, mentre “Mister Paganini” viene ribattezzata “Maestro Paganini”.

Nonostante le difficoltà, il musicista ligure prosegue il proprio percorso, collaborando con diverse orchestre e stringendo un sodalizio particolarmente significativo con il maestro Gorni Kramer, con cui condivide una profonda affinità musicale. Le sue esibizioni dal vivo e le numerose incisioni discografiche gli consentono di conquistare un pubblico sempre più ampio, anche in assenza di un adeguato spazio radiofonico. Un caso piuttosto raro per l’epoca, che testimonia quanto il suo stile fosse riuscito a intercettare il gusto degli ascoltatori, nonostante le resistenze istituzionali.

Tra i suoi primi successi figura “Biriei“, seguito da un repertorio destinato a lasciare il segno, con brani come “Mister Paganini”, “Ho un sassolino nella scarpa”, “Mamma… voglio anch’io la fidanzata”, “Birimbo birambo” e “La classe degli asini”. Canzoni caratterizzate da arrangiamenti vivaci, interpretazioni brillanti e un approccio vocale che si discostava sensibilmente dai modelli tradizionali della musica leggera italiana. Nel 1944 arriva uno dei momenti più importanti della sua carriera con “In cerca di te (Perduto amor)”, destinata a diventare una delle interpretazioni più rappresentative del suo repertorio.

Nel corso degli anni Quaranta, Natalino Otto si affaccia anche al mondo del cinema, prendendo parte a diverse pellicole, tra cui “Tutta la città canta” di Riccardo Freda, del 1943, nel quale ricopre il ruolo di protagonista. Con la fine della guerra e il progressivo cambiamento del panorama culturale italiano, il cantante può finalmente raccogliere i frutti di un percorso che aveva anticipato i tempi, consolidando la propria popolarità e guadagnandosi l’appellativo di “Re del ritmo”.

L’avvento della televisione e la nascita del Festival di Sanremo contribuiscono ad aprire una nuova stagione per la musica italiana. Natalino Otto partecipa a cinque edizioni della manifestazione, a cominciare dal 1954, quando si classifica al quarto posto con “Notturno“. L’anno successivo ottiene il suo miglior piazzamento, conquistando il terzo posto con “Canto nella valle“. Torna poi sul palco dell’Ariston nel 1957 e nelle edizioni successive, portando con sé uno stile interpretativo ormai consolidato, capace di coniugare la tradizione melodica italiana con il dinamismo dello swing.

Nel 1955 sposa la cantante Flo Sandon’s, con la quale condivide anche alcune esperienze professionali, mentre sul fronte imprenditoriale dimostra una spiccata capacità di guardare al futuro. Già nel 1950 aveva fondato la casa discografica Bolero, tra le prime a credere nelle canzoni di Fred Buscaglione, e nel 1960 dà vita all’etichetta Telerecord, ampliando ulteriormente la propria attività di editore e produttore discografico. Un impegno che si affianca alla ricerca di repertori dimenticati e alla rielaborazione di alcuni dei suoi brani più celebri, anche attraverso nuove versioni realizzate con il gruppo dei Gentlemen, affiancato da musicisti di grande valore come Franco Cerri ed Enrico Intra.

Gli anni Sessanta segnano una fase di rinnovamento, nella quale Natalino Otto continua a esplorare nuove sonorità e a mantenere vivo il proprio repertorio, pur dovendo fare i conti con un panorama musicale in rapida trasformazione. La sua attività non si limita alla dimensione artistica, ma si estende anche all’organizzazione di spettacoli e alla produzione, confermando una personalità curiosa e intraprendente, sempre attenta alle evoluzioni del settore.

Il 4 ottobre 1969, a soli 56 anni, Natalino Otto si spegne a Milano, a seguito di un secondo attacco cardiaco, dopo essere stato colpito da un infarto circa una settimana prima. La sua scomparsa lascia un vuoto significativo nella musica italiana, ma non cancella il contributo di un interprete che aveva saputo anticipare gusti e tendenze, contribuendo a rendere lo swing parte integrante della nostra cultura popolare.

Con oltre duemila canzoni incise, il suo repertorio continua a raccontare una stagione irripetibile, nella quale il ritmo e la voglia di sperimentare hanno aperto nuove strade alla canzone italiana. Un’eredità che ha attraversato le generazioni, arrivando persino al mondo del rap: nel 1998, infatti, gli Articolo 31 hanno campionato il ritornello di “Mamma… voglio anch’io la fidanzata” nel singolo “La fidanzata”, riportando l’attenzione su una delle pagine più vivaci della sua produzione.

Nel 2011, la figlia Silvia ha raccolto taccuini e memorie del padre nel volume “Vendo ritmo – Natalino Otto 40+1 anni dopo”, accompagnato da due CD con cinquanta brani rimasterizzati e da un DVD dedicato alla sua vita. Più recentemente, nel 2024, il Fidanza Jazz Combo gli ha reso omaggio con No Jazz. Omaggio a Natalino Otto, un progetto discografico che ripercorre alcune delle composizioni più e meno conosciute dell’artista.

A distanza di oltre mezzo secolo dalla sua scomparsa, Natalino Otto rimane una figura centrale nella storia della musica italiana. Un artista che seppe guardare oltre i confini nazionali, trasformando una passione per le sonorità americane in un linguaggio personale e riconoscibile. Il suo swing, vivace e contagioso, continua a testimoniare il valore di una rivoluzione musicale nata quando, in Italia, persino il ritmo poteva rappresentare una forma di libertà.

Scritto da Nico Donvito