A tu per tu con la nota cantautrice piemontese, spirito libero dello scenario musicale italiano in grado di distinguersi per la sua innata indole internazionale

The Encore NejaDopo aver chiacchierato con i The Encore (qui la nostra intervista), abbiamo incontrato per voi Agnese Cacciola, alias Neja, la regina della musica dance italiana anni ’90. Una carriera incentrata sulla sperimentazione e sulla voglia di esprimere al massimo tutta la poliedricità della sua vocalità, spaziando da sonorità commerciali al jazz, fino ad arrivare ad atmosfere decisamente più acustiche. A vent’anni di distanza dal grandissimo successo di “Restless”, indiscusso tormentone dell’estate ’98, ripercorriamo con lei le tappe fondamentali della sua carriera.

Ciao Agnese, partiamo naturalmente dal presente e da “No more chance”, cosa rappresenta per te questo singolo e com’è nata la collaborazione con i The Encore?

«La collaborazione è nata casualmente, tramite un amico comune, e mi sono ritrovata a far parte di questa bella produzione. Quando ho sentito il pezzo per la prima volta mi è subito piaciuto, l’ho trovato molto diverso rispetto a ciò che il pubblico è abituato ad ascoltare da me, così ho lavorato alla melodia e ho scritto il testo, tirando fuori tutta la mia anima funky. Mi è molto piaciuto il connubio tra l’elettronica e le sonorità tradizionali sarde, sono molto soddisfatta del risultato finale». 

A livello testuale, quale messaggio hai voluto lanciare attraverso le parole di questa canzone?

«Tutto ciò che scrivo è sempre molto autobiografico, in quella fase mi sentivo particolarmente stanca nell’aspettare il risultato di una determinata situazione che tardava ad arrivare, così è nato “No more chance”, in maniera molto naturale. Ho tirato fuori un filino di rabbia, quella che a volte è necessaria per riprendersi in mano le proprie scelte e poter superare qualsiasi ostacolo». 

Un brano che unisce due mondi apparentemente distanti tra loro, la dance e il funky, che in qualche modo rappresentano i poli della tua carriera, divisa tra i grandi successi commerciali e un bel processo di sperimentazione. Quanto contano per te le contaminazioni dal punto di vista musicale?

«Sono fondamentali, un po’ come quando le culture si incontrano… un argomento molto attuale, trovo che nella stragrande maggioranza dei casi sia sempre un arricchimento, stessa cosa nella musica. Da qualche anno ho un mio progetto jazz che si sviluppa attraverso la rivisitazione di brani pop, rock e dance, riproposti in una nuova veste, mettendo a confronto linguaggi diversi che possono tranquillamente comunicare tra loro, donando al pubblico qualcosa di davvero originale». 

Tra tutte le sonorità che hai sperimentato nel corso degli anni, ce n’è una a cui ti senti maggiormente legata o ti reputi più uno spirito libero?

«Tendenzialmente mi reputo uno spirito libero, mi piace sperimentare e mettermi in gioco, perché ogni sonorità richiede un impegno vocale diverso, ricercando tra le diverse sfumature della mia voce. In prevalenza mi sento molto vicina al pop, provengo da quel mondo lì, il modo di comporre è quello, mentre l’arrangiamento è la veste che successivamente diamo al pezzo, ma la struttura è sempre molto orecchiabile e melodica. Per me, quando un brano riesce chitarra e voce, funziona in qualsiasi altra salsa».

La melodia rappresenta l’ossatura di una canzone, secondo te, perché ultimamente si fatica a dimenticare questo ingrediente fondamentale quando si compone un pezzo?

«La mia percezione è, per certi versi, un po’ preoccupante. Al di là delle solite banalità, nelle nuove generazioni noto il desiderio di ricevere emozioni forti, ritmi sempre molto serrati dall’inizio alla fine di una canzone. Non ho ben capito se sia stata la discografia a creare questa esigenza o, più semplicemente, tende a soddisfarla, quello che noto nei giovani è che non sono più abituati a momenti più soft, agli up e down di una canzone, preferiscono un ritmo alto per tutta la durata del pezzo. Il risultato, molto spesso, porta all’esatto opposto, ossia ad una sorta di piattume. E’ musica facile, ovviamente, che funziona grazie all’effetto copia-incolla, si soffre la mancanza di varietà, è un po’ come mangiare tutte le sere la pizza, ad un certo punto ti abitui e perde tutto il suo buon sapore».

Facciamo un salto indietro nel tempo, come e quando ti sei avvicinata alla musica?

«In realtà penso di essere nata con la musica, mia madre canta in un coro da sempre, è stato un processo molto naturale. Crescendo è diventata per me una terapia, sono grata a questa passione perché mi ha salvato e ha reso la mia vita straordinaria».

C’è un momento preciso in cui hai capito di voler fare questo nella vita?

«No, l’ho capito perché è capitato, ma non ho mai cercato il successo. Dall’età di quindici anni ho sempre cantato in gruppi diversi, mi sono esibita più per gioco e per passione, ma non ho mai fatto concorsi o mandato i miei cd in giro, forse perché avevo intuito la difficoltà e la stranezza di questo mondo. Studiavo lingue e stavo per diventare insegnante di inglese, quando mi è arrivata la prima proposta discografica, ma tutto è successo per caso, un po’ come se fosse nel mio karma: mi ha trovato la musica, non sono io ad averla cercata (sorride, ndr)».

L’incontro più importante della tua carriera?

«Fortunatamente ce ne sono stati di diversi, in primis con Alex Bagnoli, il mio primo produttore con cui ho scritto i pezzi più famosi, poi Pippo Landro che è stato il mio primo discografico, con cui mi sono sempre trovata molto bene. Ti faccio questi due nomi perché sono i più importanti, sia umanamente che lavorativamente parlando, ma credo che in ogni incontro ci sia sempre da imparare, anche da quelli negativi che lungo il mio percorso non sono di certo mancati».

Esattamente 20 anni fa, nell’estate ’98, arriva il tuo primo grande successo “Restless”, seguito da “Shock”, “The game” e tanti altri. Secondo te, cosa accomuna questi brani, qual è la loro reale forza che li ha portati ad essere considerati come dei pezzi cult, ossia evergreen senza tempo?

«Ma guarda, forse perché sono autentici, nati da una reale passione per la musica, cerco sempre di conservare quella stessa purezza. Non parlo solo per i miei pezzi, credo che la caratteristica di tutti i brani anni ’90 ricordati ancora oggi sia l’allegria, la leggerezza intesa come positività, perché erano periodi in cui i problemi c’erano, ma si affrontavano con il sorriso. Oggi c’è troppo pessimismo e questo si ripercuote in qualsiasi forma d’arte, purtroppo».

In vent’anni il mercato discografico è davvero cambiato, come valuti il livello generale dell’attuale settore?

«Rispetto ai miei esordi, oggi è tutto diverso. L’unica cosa che è rimasta è la passione per la musica che, personalmente, voglio continuare a portare avanti in maniera molto testarda, lo farò fin quando l’entusiasmo non mi mancherà. Per me la musica viene davvero prima di tutto, poi è ovvio che mi piacerebbe che una mia canzone diventasse nuovamente una hit, sarei poco onesta se ti dicessi il contrario, ma non è così scontato perché tutto è veramente cambiato. Spesso mi sento persa tra i meccanismi dei social network e il dover per forza apparire a tutti i costi, forse dovrei riuscire a trovare la giusta mediazione tra quello che ero e quello che funziona adesso (ride, ndr)». 

Come descriveresti la tua esperienza a The Voice?

«E’ stata per me una specie di esperimento, per capire come funzionano dietro le quinte i talent show. Insegnando canto, un sacco di giovanissimi mi hanno espresso la loro intenzione di partecipare ai vari provini, quindi mi sono incuriosita e ho deciso di accettare la proposta che mi era arrivata dalla produzione di The Voice. Come tutte le esperienze, ha avuto i suoi lati positivi ma anche quelli negativi, ho conosciuto tanti ragazzi talentuosi che si sono rivelati essere delle belle persone, anche se il resto è stato abbastanza deludente, perché tutto è basato sul format televisivo, della musica interessa poco».

Dolcenera ha poi mantenuto la sua “promessa”?

«Assolutamente no (ride, ndr). Diciamo che ha voluto strappare qualche applauso, per dinamiche televisive o per circostanza non saprei, ma dopo non c’è stato alcun contatto. Ovvio che mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa con lei, la trovo una grande artista, tra le migliori del nostro Paese, ma dal punto di vista umano avrei apprezzato un pizzico in più di rispetto, proprio perché siamo colleghe e avrebbe dovuto comprendere la mia voglia di mettermi in gioco. Col senno di poi, mi è sembrata un po’ una presa in giro. Detto questo, le auguro ogni bene e continuo ad andare avanti per la mia strada».

Tornando a te, se dovessi scegliere un’epoca del passato, quale decennio sarebbe più vicino al tuo modo di intendere la musica?

«Per quanto ami gli anni ’90 e posso affermare di averli vissuti a pieni polmoni, ti direi il decennio precedente, diciamo pure la fascia a cavallo tra ’70 e ’80, perché rappresenta la musica che ho ascoltato da piccola, quella con la quale sono cresciuta. La reputo l’epoca più bella dal punto di vista internazionale, di musica italiana ne ho sempre ascoltata poca, chiedo venia (sorride, ndr)». 

Se ti guardi allo specchio quale immagine vedi?

«Come tutte le donne, ho i miei bei momenti altalenanti, ma di base vorrei restare sempre giovane, a volte mi sento un po’ a disagio e credo che la “Neja dance” così come la conoscete, esisterà ancora per qualche anno, perché reggo bene, più avanti mi dedicherò completamente ad altri generi musicali. Sai, a volte mi imbarazza andare a cantare in discoteca davanti a ragazzi che, forse, non erano neanche nati quando è uscita “Restless”, la cosa comincia a mettermi un po’ a disagio, non voglio diventare in futuro un fenomeno da baraccone, la musica è così varia che si può adattare ad ogni tipo di contesto e di età».

nejaDa questo punto di vista, come ti vedi tra dieci anni?

«Tra dieci anni credo che sarò manager di mia figlia, che è una bravissima cantante (ride, ndr). A parte gli scherzi, mi piacerebbe spostarmi dietro le quinte e dare una mano ai giovani, insegnando canto è un qualcosa che, in qualche modo, sto già facendo». 

In conclusione, quale messaggio vorresti trasmettere al pubblico, oggi, attraverso la tua musica?

«Un messaggio sempre positivo, credo molto alla forza che può sprigionare il testo di una canzone, un’attenzione che negli ultimi anni si è un po’ persa, purtroppo. Musicalmente parlando, mi piace trasmettere allegria mista a momenti di riflessione e introspezione, un po’ come sono fatta io caratterialmente… nella musica rifletto me stessa». 

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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