A tu per tu con il cantautore milanese, in uscita con il suo nuovo singolo “La nostra vita innocente

A pochi mesi di distanza dalla nostra precedente chiacchierata, ritroviamo e ospitiamo con piacere Paolo Benvegnù, artista ispirato e ispirante, che ha da poco rilasciato il singolo “La nostra vita innocente”, nuovo estratto dal disco “Dell’odio dell’innocenza” che ha da poco ricevuto la nomination al Premio Tenco come miglior album in assoluto. In occasione del lancio di questo brano, abbiamo raggiunto via Skype il cantautore per regalarci un’altra piacevole e stimolante conversazione.

Ciao Paolo, bentrovato. “La nostra vita innocente” è il titolo del tuo nuovo singolo, quali pensieri e quali stati d’animo hanno accompagnato la stesura di questo brano?

«La consapevolezza di essere una persona molto semplice con una finta complessità di pensiero, spesse volte l’innocenza si nasconde nella cecità. Questa cecità è anche una grande protezione verso ciò che non capiamo, ciò che non comprendiamo e ciò che non controlliamo. Una presa di posizione consapevole della mia impossibilità ad essere innocente, “la nostra vita egoista” si sarebbe potuta chiamare. Bisogna migliorarsi e riuscire a pensarsi più all’interno di un fiume, essere goccia di un intero fluire piuttosto che perdersi come un salmone controcorrente, anche perché se tutti facessimo in questo modo, a quel punto, formeremmo una nuova corrente. Capisci quanto è problematico e quanto è delicatamente equilibrato l’universo?».

Leggendo il comunicato stampa e le note scritte di tuo pugno, ti domandi “cosa siano i sogni degli uomini?”, modifico leggermente la frase e ti chiedo: cosa sono gli uomini senza sogni?

«Sono dei professori di economia e commercio, gli stessi che insegnano alla Bocconi, sono quelli che escono e cercano di truffare la povera gente perché è ignorante rispetto alle cose. Attenzione hanno dei sogni anche loro, desiderano poter controllare ogni cosa e diventare i padroni degli averi e dei sentimenti degli altri. Tanti anni fa feci un pezzo che si chiamava “Sintesi di un modello matematico”, dove dicevo che gli uomini vogliono salvare il mare, ma inconsciamente vogliono già arrivare ad inquinare il sole, ecco è questo il senso».

Durante il lockdown sono saltati fuori un sacco di slogan, dal classico “andrà tutto bene” al “ne usciremo tutti migliori”, oltre a tanti brutti termini come “distanziamento sociale” o “congiunti”. Ci sono state delle frasi o dei comportamenti che hai analizzato e che ti hanno particolarmente colpito?

«Sì, tendenzialmente hanno confermato una mia propensione, quella che in generale sarebbe meglio stare zitti. Andrà tutto bene per chi? Migliore tutti e sarà diverso che cosa? Quando abbiamo sempre le medesime inclinazioni. Non funziona così, proprio quando ci colpisce una tragedia dovremmo fare silenzio e capire, farci una nostra visione. Dobbiamo stare lontani, non sentirci in pericolo ma cercare di non essere il pericolo degli altri, questo è quello che penso. Certamente è tutto cambiato, probabilmente lo sarà per ancora del tempo, finché non troveranno qualche possibilità di cura reale o finché non ne verrà un’altra peggiore. Io sono un uomo antico, ho già vissuto la peste nera e ci sono pure morto (sorride, ndr)».

Discograficamente parlando sono stati fatti un sacco di appelli in favore dell’intera categoria, di tutta la filiera. Come credi ne uscirà l’industria musicale da tutto questo?

«Non lo so, non ne ho idea, capisco le difficoltà di tutti, io conosco le mie, per sette anni sono stato fermo, non mi chiamava nessuno. Le persone che in questo momento si lamentano sono le stesse che, quando si poteva, non mi facevano suonare. Detto questo, sono assolutamente d’accordo che sia difficile il momento, però è successa questa cosa che non accadeva da cent’anni. Se c’è un terremoto e rade al suolo tutta l’Italia, che fai ti lamenti perché non ci sono più locali per esibirti dal vivo? Magari dai una mano a ricostruire e poi ci pensi, può sembrare incredibile che i benzinai possano fare il loro lavoro e un fonico no, ma è così. Ogni tanto bisogna anche arrendersi all’evidenza, a ciò che è impossibile».

“Dell’odio dell’innocenza” è stato candidato per la Targa Tengo come miglior disco in assoluto, immagino che sia una bella soddisfazione per te…

«Insomma, su sei dischi cinque volte sono entrato nella cinquina, posso essere molto soddisfatto, nel senso che come un Labrador meticcio a cui dai una carezza è bello sapere che ci sei, poi è finita lì. Da pochi minuti ha saputo che ha vinto Brunori, sono molto contento per Dario perché ne aveva bisogno, per lui sarebbe il terzo e giustamente ne aveva davvero bisogno. Io sono il cane del Premio Tenco, mi tengono lì con loro, sanno che ci sono e fine. Il punto è che non si può mettere in competizione una 500 con una Ferrari. Poi, ovvio, per me e i miei compagni è una grande soddisfazione aver fatto un disco con un budget di 2.000 euro ed essere arrivati a competere con persone che avranno speso almeno cento volte tanto. Personalmente non mi nutro di queste soddisfazioni, il resto è Italia… o Forza Italia (ride, ndr)».

In questi giorni abbiamo intervistato Marina Rei in occasione dell’uscita del suo nuovo disco, tu la conosci molto bene, sei stato protagonista con lei di una splendida tournée. Che ricordi hai di quei concerti? 

«Ricordi bellissimi. Ho ascoltato il suo nuovo disco, secondo me ha fatto un grande passo in avanti rispetto agli ultimi anni, perché è andata veramente verso la sua parte migliore, con una soglia di autocensura verso di sé altissima, cosa sempre più rara ma necessaria al giorno d’oggi. “Per essere felici” è un disco molto bello, inizialmente lo avevo sottovalutato, ma riascoltandolo una volta finito mi sono ricreduto, è un capolavoro che meriterebbe la Targa Tenco l’anno prossimo. Raramente in Italia le donne parlano così, non da interprete. Marina per me rappresenta il centro esatto tra Marlene Dietrich e Anna Magnani, averla sul palco al mio fianco era come girare un film, m’immaginavo De Sica che ci dirigeva, lavorare con lei è stato bellissimo».

La tua è una vita dedicata completamente all’arte, la musica ti ha dato tanto, ma pensi ti abbia anche tolto qualcosa?

«No, ognuno di noi cerca un suo mondo di evasione, più riesci a farlo collimare con il mondo reale meglio è. Non recito il ruolo del musicista o del padre, sono un essere che fa coscientemente, profondamente e in maniera concentrata entrambe le cose. Quello che faccio io è cercare disperatamente di aspirare a diventare altro, diventare silenzio, diventare aria, diventare molto più leggero di quanto, ad esempio, non sia stato prima parlando del cane del signor Premio Tenco».

Per concludere, che ruolo pensi possano avere la musica e l’arte in generale in questa fase di ripartenza?

«Dovrebbe portare conforto, dovrebbe essere qualcosa che ti fa diventare altro da te, però contemporaneamente fartici restare, qualcosa che non ti compri dal punto di vista della fidelizzazione ma che ti convinca emotivamente, dal punto di vista dell’umanità che traspare».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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