Parole in circolo

Raccontiamo l’attualità con una canzone

La parola del mese di febbraio è lavorare, deriva dal latino labor, fatica. La parola lavoro, nella lingua francese (travaillè) e nello spagnolo (trabajo), invece, hanno la medesima radice, il cui significato è dolore. Come è possibile che sentimenti così spregevoli quali l’affaticamento, il dolore, siano associati all’attività sulla quale si fonda la nostra Repubblica, come evidenziato dal primo articolo della Costituzione?

Che il lavoro nobilita l’uomo lo diceva già Darwin: sopravvive solo l’individuo che più si è adattato all’ambiente, o che lavorando lo ha più adattato alle proprie esigenze.

Nella Costituzione viene tutelato anche il diritto al lavoro, che dunque dovrebbe essere di tutti, eppure ogni giorno, giovani, donne e categorie protette si battono per vedere questo diritto garantito anche a loro.

Il lavoro ci definisce

Questo perchè il lavoro ci definisce, così come i titoli di studio, ci permette di inserirci nella società, di essere qualcuno. Non so se vi capita spesso di iniziare a chiacchierare con uno sconosciuto, dopo “come ti chiami?”, “da dove vieni?” la terza domanda è inevitabilmente “che lavoro fai?” e se qualcuno risponde “niente”, vi pervade quel senso di frustrazione, come se quella persona stesse vivendo a vostre spese.

La verità è che nel nostro mondo non si può non lavorare, o non trovare lavoro, piuttosto ci si accontenta, l’alternativa è solo il fallimento. Il lavoro è così pervasivo, che spesso un commento sulle nostre abilità ci ferisce come fosse un attacco diretto alla nostra persona. Lamentarsi del lavoro, poi, sembra essere quasi una forma di presunzione, eppure siamo circondati da chi ci dice “So che non dovrei lamentarmi, perchè al giorno d’oggi è difficilissimo trovare lavoro, però…”.

La verità è che c’è un’enorme differenza tra avere la possibilità di fare ciò che piace, per cui si ha studiato o per cui ci si sente predisposti, e lavorare per forza. Enorme è anche la differenza tra lavorare in un ambiente di lavoro umano, piacevole, e lavorare in un ambiente logorante, dove gli orari sono così sulla carta ma mai nella realtà.

La storia di Sara Vita Sorge

Appurato che il lavoro è un diritto, andrebbero dunque tutelati sempre i lavoratori, ma continue sono le notizie di morti sul lavoro, lavoratori non pagati, stagisti non tutelati, e non per ultimi, coloro che vanno in depressione per il troppo lavoro, peggio, muoiono.

È il caso di Sara Viva Sorge, che lo scorso 15 febbraio, ha trovato la morte sulla strada che dall’ospedale in cui lavorava la conduceva a casa. La ragazza, di soli 27 anni, stava lavorando dopo anni di studio, come infermiera, con dedizione e una forte passione e propensione per l’aiuto del prossimo. Da soli 20 giorni lavorava nella struttura che l’ha vista fare turni estenuanti, la settimana prima dell’incidente, si è trovata a doversi occupare sola di 28 pazienti, stress che l’ha portata a svenire dalla stanchezza. La mattina dell’incidente, Sara era reduce da un turno di 17 ore filate, caratterizzato da ben due notti di lavoro, una di seguito all’altra.

Come hanno scritto in molti, Sara non è morta sul lavoro ma è morta di lavoro, nel 2022, a due anni da quando medici ed infermieri erano osannati come eroi, forse la situazione è sfuggita di mano, forse ci siamo dimenticati che i supereroi non esistono davvero, che tutti siamo esseri umani e dobbiamo essere tutelati, perchè senza salute non si può nulla.

Una vita in Vacanza

Questa storia mi ha fatto pensare a una frase contenuta in una canzone dello Stato Sociale, dal ritmo travolgente, ricca di significato, che portarono a Sanremo nel 2018, classificandosi al secondo posto: “Vivere per lavorare, o lavorare per vivere?”

E fai il cameriere, l’assicuratore
Il campione del mondo, la baby pensione
Fai il ricco di famiglia, l’eroe nazionale
Il poliziotto di quartiere, il rottamatore
Perché lo fai?

La canzone si apre con una serie di professioni, tra le quali vi sono anche alcuni giudizi impliciti. “Fai il ricco di famiglia” come dicevamo prima, non è concesso non lavorare, e soprattutto non farlo con fatica, godere delle ricchezze dei genitori è oziare, è non avere un posto nel mondo. “La baby pensione”, un insulto a un sistema corrotto. Si conclude con una domanda, che si ripete spesso nel testo “Perchè lo fai?” e rimane qui senza risposta.

E fai il candidato poi l’esodato
Qualche volta fai il ladro o fai il derubato
E fai opposizione e fai il duro e puro
E fai il figlio d’arte, la blogger di moda

La seconda strofa, sulla falsariga della prima, cita una serie di occupazioni, che sembrano essere una serie di contrapposizioni che ci ricordano quanto siamo indefinibili anche dalla nostra posizione lavorativa. Infatti cambiamo continuamente e più giudichiamo o etichettiamo gli altri, meno siamo coerenti e ci sentiamo giudicati.

Perché lo fai?

Perché non te ne vai?

Una vita in vacanza
Una vecchia che balla
Niente nuovo che avanza
Ma tutta la banda che suona e che canta
Per un mondo diverso
Libertà e tempo perso
E nessuno che rompe i coglioni
Nessuno che dice se sbagli sei fuori

Questa volta le domande sono due: perchè lo fai? E perchè non te ne vai una vita in vacanza? Il ritornello, grida il diritto di staccare dalla frenesia del mondo, e sogna un’ipotetica società, in cui la libertà e il tempo perso vengano veramente sponsorizzati e non giudicati. Senza nessuno che ignori la stanchezza, il non trovarsi bene sul luogo di lavoro, senza nessuno che ci tagli fuori, che si senta in dovere di trattarci male poichè siamo gli ultimi arrivati.

Il Paradosso

Le due strofe che seguono mettono in mostra ancora di più le contrapposizioni e i giudizi sulle attività di ognuno, che definendoci, finiscono per diventare giudizi su noi stessi. A colpirmi di più è la frase “e fai il cantautore ma fai soldi col poker”, poichè vi è sempre un’aura intorno agli artisti. Come se dovessero vivere della propria arte senza pensare al guadagno, paradossalmente in un mondo in cui i cantanti che contano sono quelli che vendono di più. “Belli i primi, poi venduto”, cantano anche i Pinguini Tattici Nucleari, come a dire che per essere un vero cantante, dovresti desiderare quasi di piacere a pochi e di non vivere della tua attività.

Vivere per lavorare
O lavorare per vivere
Fare soldi per non pensare
Parlare sempre e non ascoltare

La strofa finale contiene una serie di paradossi in cui il nostro modo di pensare al lavoro, come definizione di noi stessi, ci fa incorrere: viviamo per lavorare o lavoriamo per guadagnarci da vivere?

Esistere con il costante desiderio di essere ricco quanto qualcun altro, per smettere di pensare, come se bastassero i soldi per non pensare più a nulla.

Rinchiuderci in questo loop senza pensare più a nulla, se non a parlare, per non ascoltare una realtà agghiacciante.

La realtà che ha portato paradossalmente una ragazza di 27 anni a morire, lei che voleva salvare la vita degli altri, ha perso la propria, lei che tornava dal lavoro, quel lavoro che le serviva per sentirsi viva, ha trovato la morte.

Sara Viva Sorge e tutte le vittime sul lavoro e del lavoro ci ricordano che noi esseri umani abbiamo la memoria veramente breve, che in un attimo da supereroi si diventa vittime, e che a vivere per lavorare si muore, anche se di secondo nome ci si chiama Vita.

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Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

By Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

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