Parole in circolo

Voglio solamente diventare deficiente

La parola del mese di marzo 2021 è giudicare, dal latino ius: legge e dices: dice, chi giudica è dunque colui che si esprime sulla legge, colui che dice.

Nella società dello spettacolo in cui viviamo, è diventata la normalità che ogni fatto sia sotto giudizio. Giudichiamo continuamente, ci serve a sentirci meno sbagliati o ad avere qualcuno da stimare ed emulare, e così facendo ci sentiamo anche noi schiavi del nostro stesso giudizio.

Ad avermi dato lo spunto per parlare di giudizi è stata la appena trascorsa settimana del Festival di Sanremo, nonostante l’assenza dei figuranti e la presenza di applausi ricostruiti al computer, i giudizi piombati sulla competizione canora sono stati molti. D’altronde davanti al Festival ci si pone come glaciali haters o come focosi appassionati, si riveste un ruolo diverso dall’ordinario, quello di giudici e proprio non si può rimanere tiepidi. Nel flusso infinito di giudizi su outfit, presenza di autotune, livello di comicità, sketch evitabili e  richieste di televoto dai social, la musica rischia sempre di passare un po’ in secondo piano, è stato in grado di distogliere l’attenzione dalla competizione un palloncino di forma fraintendibile, ma cosa ci aspettiamo? Dello scorso anno molti ricordano solo l’uscita di scena di Bugo. Questo è però tipico del mezzo televisivo, che ha un suo linguaggio e Sanremo come tutti i programmi televisivi si adattano allo stesso. Il problema è che noi telespettatori sempre più selezionatori e scostanti, ci ritroviamo davanti alla tv in occasioni speciali, come questa, e non capiamo molto, finendo per crollare nel sonno molto prima della fine della puntata.

Per questo, lontana da qualsiasi polemica, voglio parlare della mia canzone preferita in gara: “Santa Marinella” di Filippo Uttianacci, in arte Fulminacci, una richiesta di leggerezza e di assenza di giudizi, almeno nello scegliere come amare. Fulminacci ha, in più interviste, affermato che la canzone non racconta di lui ma della storia d’amore di un amico, e penso che questo sia ancora più bello. La capacità di parlare di un altro, pazzo d’amore, senza giudicare le sue scelte spregiudicate e folli, accettandolo per come è, traendo ispirazione da lui, essendo felice per lui, in un mondo in cui ci insegnano a invidiare la felicità altrui,  sia rivoluzionario.

Oggi sai è uno di quei giorni che se mi vuoi lasciami stare e non c’è nessuno nei dintorni che dentro me ci sappia guardare.

Quanto è difficile non essere giudicanti davanti a questi primi versi, che esprimono appieno il costante disequilibrio di noi ventenni tra la convinzione di essere soli, incompresi e l’incapacità di valorizzare i rapporti che però abbiamo.

A questo si aggiungono enormi paroloni, momentanei, di chi non sta vivendo emozioni forti e non sa che di lì a poco le proverà, si piange addosso, convinto che la fine di una relazione corrisponda alla fine di ogni disincanto sull’amore:

Tanto non c’è più niente di cui innamorarsi per sempre, per cui valga la pena restare.

Dopo il ghiaccio iniziale, fatto di luoghi comuni che sono corazze pronte a resistere ai giudizi altrui,  ecco che esplode il disperato bisogno d’affetto che è nel cuore di ognuno di noi:

Quindi stanotte abbracciami alle spalle, fammi addrizzare i peli sulla pelle, prendiamoci una scusa sotto casa e poi portiamocela su.

Una proposta di vicinanza, che non teme un rifiuto, che sembra detta in un momento di ubriachezza, come se l’alcool potesse giustificare i nostri sentimenti, più di noi stessi. Ci fingiamo ubriachi e siamo solo innamorati, ma in realtà basterebbe l’innamoramento a giustificare l’improvviso cambiamento del ragazzo, che vuole solo abbandonarsi a tutto ciò, ed è incapace di porsi un freno razionale, finalmente a nudo, senza la sua corazza si dichiara per ciò che è, alla disperata ricerca di lei.

Voglio solamente diventare deficiente e farmi male, citofonare e poi scappare.

All’apoteosi della sua spogliazione, il nostro paladino senza armatura, ammette di desiderare diventare deficiente, accettare il dolore: come Orlando ha perso il senno. Questa frase accompagnata dal ritmo che rimane in testa al primo ascolto, sembra un grido contro la razionalità estrema del mondo giudicante. Quando amiamo non ci importa se stiamo facendo la cosa giusta, al punto tale che a volte forse un occhio esterno serve a rimetterci in riga, ma è affascinante come un sentimento possa completamente cambiarci. Prima di provarlo, pensiamo sempre di sapere quale sia la cosa giusta da fare, la persona giusta da amare, quando ci rendiamo conto che è pura irrazionalità, impariamo anche noi ad essere meno giudicanti, accarezzando per primi noi stessi, nelle nostre fragilità e poi gli altri.

Voglio che mi guardi e poi mi dici che domani è tutto a posto. Quanto vuoi per tutto questo?

Ho la necessità di essere guardato e tranquillizzato da te, anche se non sono giusto, anche se senza armatura probabilmente non sono neppure così bello, così come gli altri mi vogliono, ma forse mi basta che a volermi sia tu. Ecco che torna un barlume di razionalità: “Quanto vuoi per tutto questo?” la legge dello scambio, do ut des, in amore non funziona, si da e si prende al momento opportuno, niente pagamenti anticipati, solo abbandono fedele.

Davvero io non posso più tornare solamente a salutare, a sincerarmi che nessuno piange. Ti prego di raccogliermi la testa, come se fosse l’ultima che resta.

Esasperato da un carattere molto razionale, un estremo senso di giustizia che lo porta a controllare sempre che in sua assenza sia tutto a posto, chiede alla ragazza che ama di essere raccolto, e che si occupi lei di lui, sovraccarico dei problemi altrui.

Io me ne sono accorto a Santa Marinella, io e te siamo un pianeta e una stella.

La mia frase preferita in assoluto è questa perché riporta la mia mente un episodio, in cui mi sono sentita molto vicina a una persona e non c’è stato bisogno di dirglielo, l’ho pensato e mi è bastato, ad oggi riprovo esattamente le stesse emozioni, se ripenso a quel luogo e a quel momento. Lui se n’é accorto a Santa Marinella, mi piace immaginare davanti al mare, si è accorto lì che erano fatti per girarsi intorno un po’come un pianeta e una stella, che condividono lo stesso cielo ma sono diversi nelle fattezze e nelle funzioni. Perché infondo l’amore è questo: lasciarsi illuminare, nelle nostre imperfezioni, quelle che teniamo al buio, esibendo la nostra luccicante corazza che impedisce agli altri di giudicarci e carica noi di tutti i loro possibili giudizi. L’amore ci rende capaci di farci vedere per come siamo, un po’ come ha fatto Fulminacci sul palco dell’Ariston. Presentandosi nell’estrema semplicità di un ragazzo di 23 anni, con la sua chitarra, davanti a una platea vuota, su un palco che, attorno a lui così piccolo, è sembrato ancora più immenso. Fulminacci è stato il meno giudicabile e giudicante, sotto il post su Instagram di presentazione della sua canzone ha scritto parole bellissime “Dicono che sono giovane, dicono che sembro vecchio. Non ho ancora capito quale dei due è il complimento e perché. So solo che sono davvero felice perché sto facendo quello che mi piace”, e non sai quanto siamo felici noi caro Fulminacci, perché da quando lo hai cantato tu, nemmeno “deficiente” sembra più un insulto.

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Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

By Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

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