Parole in circolo

Raccontiamo l’attualità con una canzone

La parola del mese di marzo è catene, l’origine del termine sembrerebbe essere duplice. In un caso deriverebbe da una radice il cui significato è “l’uno dopo l’altro”, dando dunque un’idea di continuità. Nel secondo caso, invece, si rifarebbe al termine “spezzare”. Come spesso cerco di trasmettere, capiamo molte cose delle parole già dalla loro etimologia, in questo caso è  evidente che le catene siano sinonimo di unione, ma anche divisori. Le catene raccontano la libertà di aver scelto un posto nel mondo, di avere un ruolo ben definito e al contempo, l’obbligo di rimanerci, senza poter scappare.

Le catene della guerra

Perché parlo di catene? Perché altrimenti l’unica parola d’attualità da citare, che invade ormai le pagine di ogni quotidiano o notiziario, sarebbe guerra. Le catene rimandano un po’ alla guerra, si incatena il nemico, lo si incatena a scegliere se rimanere o scappare, lo si incatena a una vita precaria, che non ha voluto. Ad essere stati incatenati in questa guerra sono stati anche i giornalisti, obbligati a ritirarsi dalle terre colpite dalla guerra, per sanzioni troppo severe su un conflitto che un dittatore impazzito vuole sia raccontato alla sua maniera.

Le catene del quotidiano

Spesso mi sono domandata se scegliere la quotidianità volesse dire incatenarsi all’infelicità, scegliere di non vivere di emozioni forti, ma della serenità degli amici di sempre, degli amori di sempre, della famiglia, imperfetta, come sempre. Se mi guardo attorno sono piena di catene, che non riesco a spezzare, che a volte sono gli altri a mettermi, quanti rapporti hanno davvero valore? A quanti sono incatenata per il terrore di rimanere sola?

Sapete quante relazioni finiscono per il desiderio di provare un brivido nuovo? Tutte. Eppure il brivido è un attimo, non è per sempre. La gioia infinita di rivedere una persona attraente, interessante, dura un attimo, poi i nostri occhi si puliscono da quella patina dorata che aveva pervaso ogni cosa e ci rendiamo conto che chi ci circonda è imperfetto, come noi, che le sue risposte non ci piacciono, che il suo modo di camminare ci infastidisce, talvolta anche il gesticolare. E allora amare è rimanere nonostante, è incatenarsi.

Oggi ne siamo consapevoli più che mai, orde di donne, uomini, bambini, obbligati ad abbandonare la quotidianità che forse gli stava anche stretta ma che oggi desiderano come mai hanno fatto.

Le catene che salvano

A volte è necessario che qualcuno ci incateni, è necessaria anche la gelosia, di chi ci dice “Svegliati, rimani qui, dove stai cercando di fuggire non sarai mai felice”. Ho trascorso un lungo periodo della mia vita rincorrendo i brividi, ne pago ancora oggi le conseguenze, l’idolatria di ciò che non ho mai potuto avere, o almeno, non come avrei voluto, mi ha portato a cercare di fuggire da qualsiasi tipo di catena. Le amiche che avevano capito molto prima di me, la famiglia, l’università, quella vita che mi sembrava ogni giorno più noiosa. Per fortuna quelle catene le ho ritrovate, qualcuno me le ha ritese a un certo punto e io, anima dilaniata dalla ricerca di un posto nel mondo, mi sono riallacciata, ritrovando la pace.

No, no, no dei Pinguini Tattici Nucleari

E ieri ho fatto un sogno (No, no, no)
E c’eri dentro anche te
Leggevi Piccoli Brividi (No, no, no)
E bevevi un caffè con me
Non riuscivamo a dormire
Ci siamo messi a ridere
Della paura di morire
Della voglia di partire
Della gioia di vivere

La canzone dei Pinguini Tattici Nucleari si apre con un sogno, potremmo dire poco convenzionale. Siamo abituati a pensare ai sogni in ottica di desideri, qualcosa di fantastico e irrealizzabile, lui sogna la quotidianità, lei che legge un libro per bambini, non a caso un libro che dovrebbe fare paura, mentre bevono un caffè e discutono con leggerezza di cose pesanti.

Ti leggevo la mano (No, no, no)
E la imparavo a memoria
E se ho fortuna, ti giuro
Che un giorno ti porto nei libri di storia
E me l’ha detto il pakistano (No, no, no)
Da cui ho comprato le rose
“Capo ricordati che la felicità
Sta dentro alle piccole cose”

Anche questa strofa con quel “l’imparavo a memoria”, ci racconta di un amore di lunga data. Una dichiarazione meravigliosa “se ho fortuna ti porto nei libri di storia”, perché vali, sei importante, hai costruito insieme a me la nostra storia, giorno per giorno. Sei un evento rivoluzionario, che costruisce una quotidianità nuova. E poi la frase del pakistano, “la felicità sta nelle piccole cose”, spesso ce ne scordiamo, abbiamo bisogno di emozioni forti. Oggi possiamo vederlo con i nostri occhi, nelle emozioni forti che sono obbligati a provare Russi e Ucraini, per la smania di chi desidera un posto nella triste storia del nostro mondo, tra abbandono, terrore, angoscia, che la felicità sta davvero nelle piccole cose.

E spettinata resti qua
Perché la più grande libertà
È quella che ti tiene in catene
I pugni in faccia che mi dai
Li conservo nell’anima
Accanto a tutti i “ti voglio bene”

Ecco il fulcro di tutta la canzone, le catene di cui vi ho parlato sin dall’inizio, cerchi emozioni forti, passioni nuove, amori giovani, ma alla fine spettinata, e io qui lo interpreto un po’ come a voler dire “confusa” (l’emblema della pazzia e della genialità nelle rappresentazioni iconografiche sono da sempre i capelli spettinati), resti qua. La più grande forma di libertà ci tiene in catene, e quello che poteva sembrare un ossimoro, libertà e catene nella stessa frase, è  invece rivoluzionario. Lui le sta dicendo che è geloso, è geloso della sua felicità, perchè la ama e non vuole vederla soffrire, sa che lei si è solo persa, ma che il suo posto è lì, per questo accetta i pugni e le sofferenze che un cuore che cerca un nuovo salto infligge a chi ha intorno, e li tieni lì accanto ai ti voglio bene che tornano.

Hai detto: “Impara a vivere da solo” (No, no, no)
Ma solo ci sapevo stare
La mia solitudine era un mondo magico
Che io ti volevo mostrare

E dici: “Ti amo solo perché mi fai pena”

Quando abbiamo un viaggio nel cuore, ripudiamo quelle che erano le nostre catene ed ecco qui, ce la prendiamo con gli altri, sono loro sbagliati, loro non sanno stare senza di noi e per egoismo ci vogliono incatenare, e invece ci stanno solo liberando, dall’idolatria di una felicità fugace o inesistente.

Perché le televendite
Di coltelli a notte fonda
Sui canali di provincia
Mi parlano di te
E dicono che dopo tutto
Sempre il giorno ricomincia, ma
Ti giuro, non lo so

Un nuovo rimando alla quotidianità, alla serenità che proviamo quando qualcosa si rivela sempre identico a se stesso, come le televendite, sempre lì, anche quando non riusciamo a dormire, pronte a dire che tra poco sarà giorno.

La canzone si conclude così.

E spettinata resti qua
Perché la più grande libertà
È quella che non ti lascia andare via

E io voglio lasciarvi con un ultima riflessione, cambiereste la vostra vita saltando nel vuoto, consapevoli che dopo il salto tornerete sulla terra ferma? Prima o poi alla quotidianità ci si interfaccia, tanto vale imparare a conviverci, anche perché si ricomincia a respirare davvero, solo quando il fiatone si calma. Riteniamoci fortunati, a poter scegliere ancora le nostre catene e incateniamoci alla felicità, come ci suggeriscono i Pinguini, prima che sia tardi.

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Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

By Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

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