A tu per tu con il cantautore romano, in uscita con il singolo “Non ho capito cosa mi capita quando mi capita che capita che capiti di qua

Tempo di nuova musica per Pierluigi Siciliani, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Piji, che abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare del suo nuovo singolo “Non ho capito cosa mi capita quando mi capita che capita che capiti di qua”, disponibile in radio e negli store digitali a partire dallo scorso 22 maggio. Approfondiamo la sua conoscenza.

Ciao Pierluigi, benvenuto. Partiamo dal tuo nuovo singolo “Non ho capito cosa mi capita quando mi capita che capita che capiti di qua“, un titolo abbastanza impegnativo e non proprio facilissimo da ricordare. Come lo hai scelto? 

«La scelta è dovuta al fatto che mi divertiva giocare con la stessa parola che, a seconda di come la mettevi, cambiava significato. Capito, capita, mi capita, capiti. Modi diversi per utilizzare lo stesso vocabolo, per cui ogni volta che “capita” quella parola cambia il senso».

Un brano prodotto da Phil Mer e Daniel Bestonzo, come ti sei trovato con loro e che valore hanno aggiunto al pezzo?

«Molto bene, loro sono molto bravi, confabuliamo molto, abbiamo lavorato un po’ insieme a Milano, dopo aver iniziato la pre-produzione con Max Rosati a Civitavecchia. Sono riusciti a trovare una chiave sintetica, rispetto a quelli che sono i miei mille input, è come se fossero riusciti a dare una sintesi a tutto quello che ho realizzato in questi anni di lavoro, una sintesi tra tutte le mie vie e le mie vite sperimentali. Ho maneggiato da sempre la canzone d’autore, mescolandola con tanti elementi diversi, fondatamente il linguaggio jazzistico da un lato e l’elettronica dall’altro, che forse sono tra gli elementi più lontani tra loro. La cosa che mi ha sempre più divertito del mondo che ho provato a ricreare, era di provare a mettere insieme il diavolo con l’acqua santa, ovvero le cose che tecnicamente sembrava che potessero non convivere. Phil e Daniel sono riusciti a trovare un riassunto di tutto questo, inglobandolo in una maniera secondo me straordinaria, meno visibile e più assimilata, talmente tangibile che non necessita di essere dimostrata, poiché completamente interiorizzata».

A livello visivo, cosa aggiungono le immagini del videoclip diretto da Marco Fausti e impreziosito dalla presenza femminile di Roberta Giarrusso?

«Guarda, il divertimento del videoclip è una cosa strana. Non so se sia stato mai fatto prima, magari sì, anche se in realtà non mi risulta. L’idea era di immaginare la storia del video come se fosse il sequel della storia dell’audio, una sorta di “Non ho capito cosa mi capita quando mi capita che capita che capiti di qua 2″».

La canzone racconta un rapporto d’amore vissuto in maniera intima tra le mura di casa, cosa ti ha ispirato questa riflessione e questo tipo di narrazione?

«Mi ha ispirato la mia vita vera. Questa canzone è proprio una specie di trasfigurazione fedele della mia esistenza. E’ una cosa che non faccio spesso, anzi sono un po’ contrario al “diarismo” in canzone, ma questa è una canzone che parte da una propria esperienza è ed allargabile a un racconto sociale per questo trova il suo senso. In questo caso, penso che questo tipo di mie faccende private possano riguardare un po’ tutti, l’amore è un effetto doping benigno che riesce a modificare la realtà fino al punto di trasfigurarla e renderla magica».

A proposito di mura domestiche, in questo ultimo periodo abbiamo riassaporato questo tipo di quotidianità, più per costrizione che per scelta. Tu, personalmente, come hai affrontato questa inedita situazione?

«La mia salvezza assoluta è stata l’arte, mi sono reso conto che le persone che hanno sofferto di più sono quelle che non hanno una grande abitudine a fruire l’arte in generale. Personalmente ho visto un miliardo di film, letto libri e scritto tantissimo. Sai, gli autori sono abituati ad un lockdown autoimposto, conoscono perfettamente il significato della parola smart-working. Lo faccio da tutta una vita e, devo dire, non è stato così distante da un periodo intenso di scrittura».

Anche se è prematuro trarre delle conclusioni precise, come pensi ne potrà uscire l’industria musicale da tutto questo?

«Non so risponderti, è un periodo veramente duro per tutti, alcune aziende stanno chiudendo, i locali non stanno ancora tutti riaprendo. Per come la vedo io, l’industria musicale sta cominciando a fare dei piccoli passi, ma è come se non fossimo ancora fuori dal periodo del virus. La musica è il luogo dell’assembramento e della collettività. In più, negli ultimi anni, i social network e il digitale sono stati lavorati talmente male dagli addetti ai lavori che oggi ci ritroviamo ad avere come unica fonte di introito quella dei live. Se la stessa cosa fosse successa trenta o venti anni fa, l’industria avrebbe potuto continuare tranquillamente a vivere con l’acquisto dei dischi, anzi avrebbero avuto sicuramente un ruolo centrale in questo difficile momento, perché naturalmente esistono le consegne a domicilio. Invece la maledetta gratuità a cui siamo arrivati ci hanno portato ad un comparto musicale in cui gli unici guadagni provengono dai concerti, quindi tutto ripartirà ma con un po’ di lentezza».

Per concludere, secondo te, che ruolo possono avere la musica e l’arte in generale in questa fase di ripartenza?

«Questa, in realtà, è ancora una ripartenza a metà, nel senso che c’è ancora tanta casa nelle nostre vite. Quello che importa è seguire tutte le precauzioni del caso, perché a nessuno piace indossare le mascherine, mantenere le distanze di sicurezza e attenerci a questo tipo di regole, ma più riusciamo a farlo e prima riusciremo a rivivere una collettività serena. L’arte può rivivere fortemente nelle case, nella fruizione di musica, film o libri, ma lentamente deve ripartire anche dal vivo, per far sì che non sparisca una filiera economica che, oltre a noi artisti, da vita e lavoro a milioni di persone. Tutto questo deve essere fatto bene, non c***o di cane come direbbe il regista Renè Ferretti, perché comporterebbe soltanto una falsa ripartenza».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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