PIJI

A tu per tu con il cantautore romano, in uscita con il singolo “Sara e le altre“, un inno a favore della parità di genere

A due anni di distanza dalla nostra precedente intervista, ritroviamo con piacere Pierluigi Siciliani, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Piji, per parlare del suo nuovo singolo “Sara e le altre”, realizzato insieme alle NO WAGS, gruppo teatrale composto dalle attrici Cristina Chinaglia, Giada Lorusso, Roberta Pompili e Claudia Campagnola. Il brano, prodotto da Paolo Mazziotti per l’etichetta T-recs music di Tony Puja, riflette sulla rivoluzione del calcio femminile e su quanto questo sport è riuscito a conquistare in questi ultimi anni.

Ciao Piji, bentrovato. Partiamo da “Sara e le altre”, una canzone dedicata a Sara Gama e in qualche modo a tutte le atlete del calcio femminile. Ci racconti quali riflessioni ti hanno ispirato questo brano?

«C’è una riflessione che più di tutte mi ha guidato, sia per il brano che per lo spettacolo che stiamo appunto provando in questi giorni in teatro. Ho studiato un po’ la storia del calcio femminile, il concetto di rivoluzione pratico e poetico che si lega a questa disciplina sportiva. Una grande rivincita, dopo secoli di ostracismi, derisioni, estromissioni, delegittimazioni e tanti portoni sbarrati. Siamo giunti ad un cambio di paradigma, perché finalmente si è arrivati a stipulare dei contratti professionistici alle atlete, perché si parte da una concezione profondamente maschilista e sessista. Calcola che negli anni ’30 il calcio femminile in Italia era addirittura proibito, il fascismo decideva quali fossero gli sport leggiadri adatti alle donne e quali no. Nel corso dei decenni le donne si sono rimboccate le maniche e hanno iniziato a lottare, manifestare fuori e dentro dal campo il loro disagio, questa ingiusta disparità».

Lo sport e la musica arrivano dove forse altre forme di espressione considerate magari all’apparenza più rivoluzionarie non sono riuscite ad arrivare….

«Sapere che siamo sulla via di un cambiamento epocale mi ha appassionato a questa vicenda, alla storia di Sara Gama e di altre tantissime atlete. Non è soltanto una questione sportiva, anche se nel frattempo mi sono appassionato al calcio femminile e proprio in questi giorni sto seguendo gli europei, ma tutto è partito da uno spunto sociale. È veramente assurdo assistere ancora oggi a certe disparità di genere, tra le tante che ci sono in giuro forse è la più assurda, perché è tutto ciò dovrebbe essere alla base della nostra società, invece stiamo ancora lottando per questo tipo di riconoscimenti. Uso il plurale perché mi fa piacere unirmi a questa battaglia che non può essere più soltanto femminile, ma di entrambi i sessi».

In che modo confluiscono le immagini e i suoni, la musica e il cinema, nella tua visione di arte?

«Da tanti anni il teatro è diventato per me centrale, l’idea di arte che ho è assolutamente multiforme, adesso a maggior ragione. In questo momento, appunto, mi sto dedicando ad una regia, poi sto scrivendo delle poesie e poi sto realizzando una direzione artistica al Colosseo. L’arte è un è un mondo unico, in cui il pensiero abbraccia un po’ tutte le modalità di espressione. In fondo l’arte non è altro che un modo per comunicare quello che hai voglia di dire. Penso sempre che l’avere qualcosa da dire sia il primo passo per un artista, quindi, quando mi viene voglia di esprimere qualcosa non mi preoccupo della forma, seguo il flusso. In questo caso del calcio femminile, nel mio cervello tutto è partito dall’idea di una rappresentazione teatrale, la canzone è arrivata dopo. Alla fine, però, mi accorgo che si tratta di un insieme, questo progetto mi sta permettendo di mischiare i campi e non posso che esserne felice».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver tratto dalla musica fino ad oggi?

«Questa è una domanda da un milione di dollari! Credo di averne tratto veramente tanti, tantissimi. La musica mi abbia cambiato la vita, mi ha permesso di misurarmi in maniera sostanziale col mondo. Sia l’arte che la musica sono per me un confronto costante con la realtà, così come una fuga costante dal quella stessa realtà. Negli ultimi anni segnati dalla Pandemia e da tante difficoltà, tra cui recentemente anche dalla guerra, credo che l’arte abbia la grandissima capacità di inventare un mondo diverso, una dimensione parallela a quelle reali, in cui si può realmente vivere. Quindi, la principale lezione che ho avuto è quella che esiste un altrove dove si può passare non solo le vacanze, ma la vita stessa».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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