A tu per tu con con la cantautrice catanese, fuori dal 5 giugno con l’album “Save lives with the rhythm

A circa un anno e mezzo dalla nostra precedente chiacchierata, ritroviamo con piacere Roberta Finocchiaro per parlare del suo nuovo album intitolato Save lives with the rhythm“, prodotto da Steve Jordan e anticipato dal singolo “Future”. Il disco, disponibile negli store digitali a partire dallo scorso 5 giugno, mette a nudo l’anima e la sensibilità artistica della cantautrice e chitarrista catanese, fedele al proprio istinto e al proprio groove.

Ciao Roberta, bentrovata. Partiamo da “Future”, ovvero il singolo che accompagna l’uscita del tuo ultimo progetto discografico “Save lives with the rhythm“. Come nasce e come si sviluppa nel tempo questo questo lavoro?

«Ho cominciato a scrivere questo disco nell’estate del 2018 e l’ho finito esattamente un anno fa. Personalmente ho sempre amato il genere americano, ho ascoltato molto jazz e parecchio funky, con l’aiuto della mia produttrice Simona Virlinzi e della sua etichetta Tillie Records, ho avuto la possibilità di registrarlo a New York, con un musicista del calibro di Steve Jordan che è stato per me fonte di ispirazione fin da piccolissima, con lui ho scoperto il significato del groove. Lavorare al suo fianco è stato pazzesco».

Quali stati d’animo hanno accompagnato e ispirato la fase di stesura di questi brani?

«In queste canzoni c’e molta vita, le ho scritte in base alle esperienze che ho vissuto, giorno dopo giorno, dai momenti di speranza ai momenti di tristezza, cuori spezzati ma soprattutto i sogni. Situazioni che viviamo un po’ una viviamo tutti, questo credo sia il potere della musica, ci unisce e ci aiuta ad andare avanti superando gli ostacoli».

Dal punto di vista musicale, pensi di aver trovato il sound che più ti rappresenta e che mette in risalto tutti i colori della tua voce?

«Sì, con questo disco sono riuscita a centrare ancora di più la mia identità musicale, soprattutto rispetto ai miei due precedenti lavori. “Save lives with the rhythm” è un ritratto della mia anima al cento per cento».

Cosa ti ha spinto a fare le valigie e attraversare l’oceano per cercare qualcosa che qui, probabilmente, non ritrovi o che poco ti identifica?

«A me piace tantissimo lavorare anche in Italia, ho avuto la possibilità di collaborare con questi musicisti che mi hanno accompagnato nella mia crescita musicale. A livello di produzione, ho notato delle differenze in studio, in questo disco i suoni sono registrati direttamente dallo strumento, in modo naturale, mentre nel nostro Paese, secondo me, c’è più attenzione nel perfezionare il risultato finale con il computer».

Per concludere, qual è l’insegnamento più importante che senti di aver appreso dalla musica in questi anni di attività?

«La lezione più importante è rimanere sé stessi, mantenere sempre la propria sincerità, con la musica e con l’arte. Facendo questo si possono raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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