Sanremo 2026, le pagelle: come suonano al primo ascolto le canzoni in gara?
In occasione delle audizioni dei brani di Sanremo 2026 in anteprima per la stampa, ecco le pagelle delle trenta canzoni in concorso. A cura di Nico Donvito
Il primo ascolto non si scorda mai. E no, non è solo un modo di dire, è proprio una legge non scritta del Festival. Perché Sanremo, prima ancora di diventare un evento televisivo, un rito collettivo nazionale e una gigantesca macchina mediatica, è questo: un incontro improvviso con trenta motivetti che, nel giro di tre minuti ciascuno, provano a conquistarti, a spiazzarti, a emozionarti o semplicemente a farsi ricordare. Il problema è che le canzoni, un po’ come certe storie d’amore, non sempre fanno colpo subito. Alcune ti restano addosso lentamente, altre sembrano irresistibili al primo impatto, ma poi rischiano di stancare già al secondo giro. Eh sì… forse le canzoni sono proprio come le storie d’amore. E l’ascolto in anteprima di queste ultime riservato alla stampa, somiglia sempre più a uno speed date.
Detto questo, mi sono ripromesso una cosa fondamentale: lasciare fuori da questo articolo tutto il resto. Niente aspettative, niente pregiudizi costruiti sul cast o sulle classifiche immaginarie prima ancora di ascoltare una nota. Perché questo momento, il famoso “primo ascolto”, deve rimanere una fotografia istantanea, imperfetta sì, ma sincera. È la prima impressione, quella che non puoi replicare. Ed è proprio qui che entrano in gioco le pagelle. Ogni anno ci si chiede: a cosa servono davvero? La risposta è più che mai personale, ciascuno ha la sua. Dal mio punto di vista, potrebbero servire per due ragioni complementari. Da una parte per dare qualche coordinata oggettiva, perché chi legge vuole capire subito che atmosfera avrà questo Festival, quali brani colpiscono, quali sorprendono, quali rischiano di perdersi nel mucchio. Spoiler? Inevitabilmente sì. Dall’altra, però, le pagelle sono anche qualcosa di molto soggettivo: un’impressione a caldo, un giudizio umano, che può mutare nel tempo. Quindi, nella mia testa, prima ti introduco il brano e poi ti spiego che ne penso io. Seppur su due binari differenti, le due cose devono viaggiare in parallelo.
Il lavoro di selezione del direttore artistico Carlo Conti, va detto, non delude. L’asticella resta alta, e questo lo dico soprattutto rivolgendomi a chi ha sentenziato dopo l’annuncio del cast, giudicando il Festival, come si fa solitamente con i libri, dalla copertina. Erroraccio da penna rossa. Perché il vero motore di Sanremo sono le canzoni, da sempre. E quest’anno c’è varietà, c’è voglia di non ripetere formule già sentire in passato, c’è persino il coraggio di sparigliare le carte. Molte proposte sorprendono proprio perché non sono scontate. Forse ci sono un po’ troppe ballate, ma nell’insieme poco si sovrappone. Le canzoni non inseguono lo stesso algoritmo, né emotivo né sonoro. Alcune sembrano nate per il palco dell’Ariston, mentre altre ci sono finite probabilmente per sbaglio. Quelle più emotive ci uniranno, quelle più divisive ci faranno discutere. Insomma, Sanremo è come sempre fedele a se stesso, ma ogni volta sempre un po’ diverso. È un po’ questa la sua magia. Ma ora basta con le analisi generiche, veniamo al nocciolo della questione. Vi lasciamo alle prime impressioni dei 30 brani in concorso della 76esima edizione del Festival della Canzone Italiana.
Sanremo 2026, le pagelle delle canzoni in gara
Tommaso Paradiso – “I romantici”
testo: Tommaso Paradiso, Davide Petrella
musica: Tommaso Paradiso, Davide Simonetta, Davide Petrella
Tommaso Paradiso riporta i romantici a Sanremo, quarantaquattro anni dopo Viola Valentino. Questa volta, però, la dimensione è perfettamente coerente con una produzione più recente: un brano che porta la sua firma riconoscibile, costruito insieme a un team autorale di peso, con Davide Petrella e Davide Simonetta, veri hitmaker della musica italiana contemporanea. Ed è forse proprio per questo che mi aspettavo qualcosa in più. Non tanto una rivoluzione, quanto un guizzo inatteso, una svolta capace di sorprendere. Invece la canzone fa esattamente ciò che promette: resta dentro i confini del Paradiso che conosciamo, senza rischiare davvero. Il che, va detto, è comunque fatto molto bene. C’è verità in questo debutto sanremese atteso da anni e finalmente diventato realtà. Il risultato è una dedica d’amore sincera, molto cantautorale, che non brilla per originalità ma colpisce per mestiere e per cuore. Una dose piena di scuola romana, con qualche eco che rimanda a Dalla e qualche intuizione melodica che strizza l’occhio a “Le tasche piene di sassi” di Jovanotti. Non è un brano che spiazza, ma è uno di quelli che funzionano. Voto 7
Malika Ayane – “Animali notturni”
testo: Malika Ayane, Edwyn Roberts, Stefano Marletta
musica: Giordano Cremona, Luca Faraone, Stefano Marletta, Federico Mercuri, Edwyn Roberts
E qui, invece, c’è sia guizzo che gusto. Una Malika nuova, sorprendente, quella che torna a fare capolino sul palco dell’Ariston. E lo dico con sincerità: da un’artista che ha già attraversato diversi Sanremo, mi sarei aspettato tutt’altro. Qualcosa di più prevedibile, magari più “comodo”. E per fortuna non è affatto così. Malika osa. Si mette in discussione con la naturalezza di chi, tecnicamente, non ha più nulla da dimostrare. Proprio per questo può permettersi il lusso più raro: mostrarci un lato inedito di sé. Pesca a piene mani dagli anni ’70, ma ci innesta sopra un’eleganza tutta french touch anni ’90, costruendo un universo sonoro che, francamente, non ricordo di aver mai sentito davvero rappresentato su questo palco. Addirittura il brano si apre con un ululato, che ritorna anche a metà canzone. Il ritmo c’è, ma in salsa slow, quasi ipnotico, perché no, non esiste solo la cassa dritta. In Italia spesso sembra l’unica soluzione possibile, ma questo pezzo dimostra che c’è molto altro. Forse anche perché da tempo Malika vive a Berlino, e si sente: la sua musica non è mai stata anglo-americana nel senso classico, è sempre stata più europea, più continentale, più raffinata nella ricerca delle influenze. La sua evoluzione resta coerente, è un passo avanti naturale. E in un contesto dove spesso si gioca sul sicuro, il coraggio va riconosciuto. Ecco a voi una nuova Malika. Una Malika più libera e decisamente più cool. Voto 7.5
Sayf – “Tu mi piaci tanto”
testo: Adam Viacava (Sayf)
musica: Luca Di Biasi, Giorgio De Lauri
Quella che porta in gara Sayf è una fotografia nitida di un momento: un brano che usa l’amore non come fine ultimo, ma come lente per raccontare situazioni, inquietudini, stati d’animo. È una canzone che parla anche dell’Italia, osservata di sbieco, con uno sguardo giovane ma tutt’altro che superficiale. Le strofe si muovono su un terreno curioso, a metà strada tra il gusto narrativo di Paolo Conte e le geometrie eccentriche di Max Gazzè, mentre il ritornello sembra sospeso in un limbo più contemporaneo, tra il linguaggio crudo di Ghali e quello più provocatorio di Rosa Chemical. Reference a parte, ciò che colpisce davvero è la coerenza del mondo musicale che Sayf mette in scena: definirlo semplicemente rapper sarebbe riduttivo. C’è scrittura, c’è visione, c’è un’identità che va oltre le etichette. E poi c’è quel ritornello: uno dei più martellanti e immediati di questa edizione, di quelli che ti restano addosso già dal primo ascolto. Ci sarà tempo per analizzare e metabolizzare le strofe, cariche di concetti più profondi. Al primo ascolto arriva decisamente l’inciso. Voto 6.5
Patty Pravo – “Opera”
Testo e musica: Giovanni Caccamo
Canzone nata da un sogno, come avrà ripetuto già almeno un centinaio di volte la stessa Patty Pravo. Il messaggio è chiaro e universale: siamo tutti opere d’arte. E chi meglio di lei, musa eterna e icona fuori dal tempo, può incarnare e trasmettere un’idea del genere? “Opera” è un brano orchestrale e melodico, elegante nella sua linearità, senza particolari complicazioni concettuali. Testo e musica portano entrambi la firma di Giovanni Caccamo, e forse è proprio per questo che tutto aderisce con una certa armonia magnetica: parole e note sembrano procedere a braccetto nella stessa direzione. L’eterna Ragazza del Piper celebra così sessant’anni di carriera: semplicemente, proprio come canta lei stessa nel ritornello. Eppure resta un unico appunto: oggi non è più l’epoca delle canzoni che si limitano a essere belle da ascoltare. Serve qualcosa che resti, che si possa canticchiare il giorno dopo, che sappia incidere davvero nella memoria. Proprio per questo, l’Opera appare al primo ascolto incompiuta. Voto 6
Luchè – “Labirinto”
testo: Luca Imprudente (Luchè), Davide Petrella
musica: Stefano Tognini, Davide Petrella, Rosario Castagnola
Voce roca nelle strofe, quasi parlata, a tracciare un’intimità ruvida e urbana, mentre l’inciso si apre giocando con effetti e linee melodiche più ampie. La parte rappata entra dalla seconda strofa, secondo una dinamica ormai tipica della migliore tradizione italiana contemporanea: costruzione lenta, poi esplosione controllata. Il ritornello, ripetuto e ben calibrato, funziona: resta in testa senza forzature, sostenuto da una produzione che tiene insieme tensione e accessibilità. “Labirinto” è un compromesso riuscito tra melodia e ritmo, tra anima e corpo, tra introspezione e immediatezza. Luchè debutta al Festival con un brano che punta più a smuovere qualcosa dentro che a far ballare: emotivo, notturno, coerente con il suo mondo. Voto 7
Mara Sattei – “Le cose che non sai di me”
testo: Sara Mattei (Mara Sattei)
produttori: Davide Mattei, Alessandro Donadei, Enrico Brun
Flusso naturale, senza artifici. Mara Sattei porta al Festival una dedica d’amore intima e raccolta, interpretata con quella dolcezza sospesa che richiama lo zucchero filato evocato nel testo. Non a caso, le parole sono interamente farina del suo sacco: un racconto personale, scritto di suo pugno, come suggerisce il titolo. Il problema è che la scrittura tende forse a indulgere troppo nel romanticismo più zuccheroso, mentre la musica guarda con nostalgia agli anni ’90, nell’accezione più positiva della considerazione. Le due componenti, però, insieme non sprigionano davvero una scintilla, restano piacevoli, ma non sorprendono. Non si può certo parlare di un brano debole o sbagliato, anche perché chi invia le canzoni non sa mica tutti gli altri cosa proporranno, se la tendenza di quell’anno sono più ballad o uptempo. “Le cose che non sai di me” è una canzone onesta e delicata, che forse arriva nell’anno sbagliato, ma che merita la sufficienza in questo primo giro di giostra, in attesa di capire se crescerà con gli ascolti. Voto 6
Francesco Renga – “Il meglio di me”
testo: Stefano Tartaglino, Antonio Caputo, Simone Enrico Reo, Mattai Davì, Francesco Renga, Davide Sartore
musica: Stefano Tartaglino, Antonio Caputo, Simone Enrico Reo, Mattai Davì, Francesco Renga
Altro giro, altra ballatona. Ma qui la differenza si sente subito: Renga fa Renga, anzi, torna finalmente a farlo in grande spolvero. Un ritorno convincente, dopo un paio di passaggi festivalieri meno centrati, in cui sembrava mancare quella scintilla che invece qui riaffiora con naturalezza. Il brano racconta una nuova consapevolezza, il coraggio necessario per riconoscerla e per abitarla davvero. Un tema che per anagrafica è nelle sue corde, restituito con sincerità e mestiere. Sono curioso di ascoltarlo dal vivo, perché è proprio lì che l’ugola di “Angelo” riesce a dare il meglio di sì. Per ora, però, paga inevitabilmente lo scotto della “sovrattassa” sulle melodie di quest’edizione. In un Festival pieno di ballad, anche una buona canzone rischia di dover sgomitare per emergere. Ebbene sì, anche queste pagelle risentono dei dazi alla Trump. Voto 6.5
Ditonellapiaga – “Che fastidio!”
testo: Ditonellapiaga, Davide Castroni
musica: Ditonellapiaga, Davide Castroni, Edoardo Ruzzi, Alessandro Casagni
Ditonellapiaga qui sembra quasi trasformarsi in Miss Keta: invece di togliere la maschera, se la mette. Il brano gioca sull’ironia, sull’impertinenza, su una sfacciataggine volutamente provocatoria. Sulla carta è tutto abbastanza chiaro: un pezzo che vuole essere leggero, pungente, divertito. A ‘sto giro, più che di chimica, é una questione di sopportazione. Il messaggio arriva, sì, ma musicalmente l’effetto è quello di un fastidio che non resta solo raccontato: si trasferisce direttamente all’ascolto. L’umorismo non basta a rendere il tutto davvero irresistibile, e il tutto rischia di diventare ripetitivo più che brillante. Voto 4
Leo Gassmann – “Naturale”
testo: Francesco Savini, Mattia Davì
musica: Alessandro Casali, Leo Gassmann
Un altro grido d’amore, l’ennesimo di questa edizione. Leo Gassmann ha un timbro che ho sempre trovato bello, pulito, graduale nella sua potenzialità. Ma proprio per far emergere davvero la sua identità ha bisogno di brani più personali, di canzoni che siano scritte addosso a lui, non di pezzi che potrebbero tranquillamente finire in bocca a qualunque altro collega. Quella che propone quest’anno non è affatto una canzone da buttare: è corretta, ben costruita, funziona nei suoi meccanismi. Però la combinazione tra voce e proposta musicale lascia qualche perplessità, perché manca quel dettaglio distintivo, quel tratto che faccia dire: “questo è Leo”. Se passasse in radio, onestamente, non sono sicuro che riconoscerei l’interprete. E questo è tutto fuorché naturale. Voto 5
Sal Da Vinci – “Per sempre sì”
testo: Federica Abbate, Alessandro La Cava, Alessandro Da Vinci
musica: Sal Da Vinci, Federico Mercuri, Giordano Cremona, Eugenio Maimone, Federica Abbate, Alessandro La Cava
E qui casca l’Ariston! Sal Da Vinci torna a Sanremo e lo fa senza mezze misure: ritmo e melodramma, proponendo un pezzo a metà strada tra Ricky Martin e Nino D’angelo, quello con il caschetto biondo platino degli anni ’80. In altre parole, orgogliosamente neomelodico. Preparatevi, perché questo pezzo lo sentiremo ovunque da qui ai prossimi due o tre anni, un po’ come è successo con “Rossetto e caffè”. Lo trasmetteranno persino le lavatrici. Sarà la colonna sonora di qualsiasi falò di confronto a Temptation Island, e i matrimoni, dopo questo, non saranno più gli stessi. Battute a parte, Sal non è nuovo a certe imprese: nel 2009 sfiorò la vittoria arrivando terzo con “Non riesco a farti innamorare”. Erano altri tempi, altri Festival, certo. Ma non metterei la mano sul fuoco che qualcosa di clamoroso non possa accadere il prossimo 28 febbraio. Nel dubbio, io inizierei già a compilare il modulo per l’Eurovision. La verità è che “Per sempre sì” sarà la scheggia impazzita di questo Sanremo, perché giocherà un campionato tutto suo. Se dovessi giudicarla solo per impatto e potenziale popolare, il voto sarebbe altissimo. Nell’insieme, però, non me la sento al momento di andare oltre la sufficienza piena. Voto 6, ma con lode
Levante – “Sei tu”
testo e musica: Levante
Un brano molto fisico, quasi epidermico, che trasforma lo stato d’animo in materia: l’amore che diventa corpo, il dolore che si fa pelle, la nostalgia che pesa nello stomaco. Levante torna a Sanremo per la terza volta con una canzone costruita su un arrangiamento dal sapore analogico, capace di rendere tutto più organico e umano. Proprio come l’amore stesso. È un pezzo coerente in ogni sua scelta: per come è pensato, scritto, cantato e suonato. Racconta il bisogno di dare un nome alle emozioni attraverso un elenco di sensazioni fisiche, come se il linguaggio del corpo fosse l’unico davvero sincero quando le parole non bastano più. Non è una canzone che urla, ma resta addosso con discrezione, e nel suo equilibrio trova la sua forza. Voto 6.5
Tredici Pietro – “Uomo che cade”
testo: Pietro Morandi (Tredici Pietro), Antonio Di Martino
musica: Antonio Di Martino, Marco Spaggiari
Debutto sanremese per Tredici Pietro, che arriva all’Ariston con un brano costruito in modo graduale, senza ansia da effetto immediato. L’inizio è rappato, con atmosfere che richiamano un certo immaginario anni ’90, e un andamento che cresce passo dopo passo, come se la canzone si prendesse il suo tempo per rivelarsi davvero. Il ritornello, più aperto e cantabile, è la chiave che le dà slancio: senza quella svolta melodica probabilmente il pezzo avrebbe avuto meno impatto. La cosa interessante, però, è che non somiglia a molto altro in gara, e proprio questa sua diversità lo rende originale, fuori dai binari più prevedibili. Gli archi sono un dettaglio elegante e riuscito, mentre il resto, al primo ascolto, resta un po’ più annebbiato. Ma è uno di quei brani che sembrano fatti apposta per crescere con il tempo, e non vedo l’ora di riascoltarlo dal vivo, dove potrebbe acquistare un’altra luce. Il fatto che non arrivi subito non è necessariamente un limite: potrebbe essere il diesel di questa edizione. Voto 6
Enrico Nigiotti – “Ogni volta che non so volare”
testo: Enrico Nigiotti, Pacifico
musica: Enrico Nigiotti, Fabiano Pagnozzi
Si apre con un bel fischio il brano che segna ritorno a Sanremo di Enrico Nigiotti. Un dettaglio sonoro semplice ma efficace, quasi cinematografico, che avrei voluto ritrovare anche più avanti, come filo conduttore emotivo dentro la canzone. “Ogni volta che non so volare” suona subito come un pezzo importante, una ballata molto cantautorale, dalla struttura atipica, che riflette sul tempo. Il testo, scritto in collaborazione con Pacifico, un nome una garanzia, promette di emozionare dal vivo, quando sia il Nigio che l’orchestra potranno sbizzarrirsi all’unisono. Voto 7
Samurai Jay – “Ossessione”
testo: Gennaro Amatore (Samurai Jay), Salvatore Sellitti
musica: Luca Stocco, Vittorio Coppola
J Balvin in salsa vesuviana. Spopolerà su TikTok. Ve la ricordate “Halo”? Quella che faceva: “è tutto sbagliato sta andando tutto al contrario? Ebbene sì, niente di nuovo sul fronte occidentale. Voto 6
Serena Brancale – “Qui con me”
testo: Serena Brancale, Noemi Bruno, Fiat 131, Salvatore Mineo
musica: Carlo Avarello, Fabio Barnaba, Serena Brancale, Fiat 131
È una lettera aperta, intensa, dedicata a quella che la stessa Serena Brancale definisce la persona più importante della sua vita: sua madre, scomparsa nel 2020. E si sente. Si sente tutto. Un’emozione piena, autentica, che non ha bisogno di artifici per arrivare. Dopo l’energia travolgente di “Anema e core” e “Serenata”, qui Serena cambia registro e ci mostra qualcosa di completamente diverso rispetto alle sue uscite più recenti. La “zia” irriverente e brillante si fa da parte, lasciando spazio semplicemente a Serena: una figlia, prima ancora che un’artista, con l’urgenza di dire qualcosa a chi non c’è più… e inevitabilmente anche a tutti noi. È un lato nuovo, soprattutto per il grande pubblico, che forse fino ad ora aveva intravisto solo una parte del suo mondo. Qui invece emerge tutta la profondità, la fragilità, la verità. E soprattutto la voce: uno strumento fuori scala, che finalmente smette di essere un segreto per pochi. Che a cantare non la batta nessuno, lo sapevamo in pochi. Ora lo saprà tutta Italia. E forse non solo. Voto 9
Arisa – “Magica favola”
testo e musica: Arisa, Giuseppe Anastasi, Marco Cantagalli, Carlo Frigerio, Fabio Dalè
Arisa è Arisa, e su questo non si discute: una presenza che a Sanremo ha sempre senso, perché porta con sé voce, intensità e un modo unico di stare dentro le parole. Il suo ritorno è cosa buona e giusta, anche se il brano vive di luci e ombre. Sul piano del testo, c’è poco da dire: è un racconto vero, quasi un bilancio esistenziale, scritto con delicatezza e misura. C’è qualcosa di fiabesco nel modo in cui si snoda, e nel finale arriva persino un respiro più epico, come se la canzone provasse ad alzarsi in volo. Musicalmente, però, resta un po’ trattenuta nella versione in studio. Non esplode davvero, non affonda il colpo fino in fondo, e finisce per pagare lo scotto di un’edizione particolarmente affollata di ballad emotive, dove distinguersi sarà più difficile del solito. Resta comunque una prova solida, elegante, da interprete vera. Voto 7.5
Nayt – “Prima che”
testo: William Mezzanotte (Nayt)
musica: Stefano Tognini
Bel flow. Nayt debutta al Festival con una prova di maturità, approdando al mainstream senza snaturarsi, senza annacquare il suo linguaggio, portandosi dietro tutto il suo mondo. Il risultato è una sorta de “Il ritmo delle cose”, ma non cantata in corsivo. Qui le parole sono scandite e ben comprensibili. Il testo è importante, tutt’altro che banale, e si incastra alla perfezione in una produzione asciutta, essenziale e impeccabile firmata Zef. È uno di quei brani che al primo ascolto sembrano trattenuti, ma che hanno tutte le carte per crescere col tempo, ascolto dopo ascolto. Voto 6.5
Dargen D’Amico – “Ai Ai”
testo: Dargen D’Amico
musica: Dargen D’Amico, Edwyn Roberts, Pietro Bagni, Gianluigi Fazio
È un pezzo “matrioska” quello che Dargen D’Amico porta al suo terzo Sanremo: una canzone che si apre a strati, che non si concede tutta subito, ma che sembra destinata a rivelarsi ascolto dopo ascolto. Il testo è un dialogo tra tempi diversi, tra presente e futuro, tra leggerezza e inquietudine. Già al primo sguardo si riconoscono i binari tipici di Dargen: da una parte l’ironia tagliente, quasi giocosa, dall’altra una consapevolezza più profonda, fatta di messaggi che si insinuano piano, tra le righe, come sempre. I giochi di parole sono ovunque, è il suo marchio di fabbrica. Musicalmente però questa volta cambia leggermente passo: meno cassa dritta, un arrangiamento più morbido, quasi dolce, pur restando dentro coordinate pop. Resta interessante, ma al momento mi convince meno rispetto alle sue precedenti incursioni sanremesi. Forse ha bisogno di tempo. E le canzoni di Dargen, spesso, il tempo se lo prendono da sole. Voto 6
Raf – “Ora e per sempre”
testo e musica: Raf, Samuele Riefoli
Classica, forse fin troppo, soprattutto se si considera che il brano è stato scritto da Raf a quattro mani con il figlio Samuele, classe 2000. Proprio per questo ci si sarebbe potuti aspettare un vero incontro tra generazioni, un dialogo musicale capace di mescolare sensibilità diverse, presente e memoria, passato e futuro. E invece no: il pezzo sceglie una strada senza compromessi, guardando quasi esclusivamente al secolo scorso, tra sonorità e soluzioni che sanno più di nostalgia che di evoluzione. È una canzone gradevole, ben confezionata, persino tenera, ma anche prevedibile. E per un ritorno che poteva essere un ponte verso qualcosa di nuovo, finisce per sembrare un passo indietro. Voto 6.5
LDA & Aka 7even – “Poesie clandestine”
testo: LDA, Aka 7even, Alessandro Caiazza, Vito Petrozzino
musica: LDA, Aka 7even, Mattia Villano, Riccardo Romito, Francesco D’Alessio
È un amore viscerale, carnale, quello che LDA e Aka 7even portano in gara: entrambi al loro secondo Sanremo, ma questa volta insieme, in una coppia che incuriosisce. Qualcuno parlerà subito di una nuova “Anema e core”, ma il paragone è ingombrante e forse anche un po’ frettoloso. Perché i due Luca’s hanno personalità ben definite, e soprattutto un modo diverso di stare dentro il pezzo. Il ritmo c’è, l’energia pure, e in mezzo a un’edizione piena di ballatone emotive, è una boccata d’aria sentire Napoli che torna a smuovere gli animi e a riportare il corpo dentro la musica, non solo il cuore. Non sarà originalissimo, ma il brano funziona e potrebbe crescere molto dal vivo. Voto 6.5
Bambole di pezza – “Resta con me”
testo: Andrea Spigaroli, Nesli, Martina Ungarelli, Lisa Cerri
musica: Andrea Spigaroli, Nesli, Simone Borrelli, Federica Rossi, Caterina Alessandra Dolci, Daniela Piccirillo
L’unica band di quest’anno, la prima tutta al femminile della storia del Festival. Queste sono le Bambole di Pezza. Forse da loro ci si aspettava qualcosa di più strong, come “Favole”, che ricordava per arrangiamento “Sk8er Boi” di Avril Lavigne. Ecco, per rimanere nell’ambito della stessa discografia, questo brano sanremese si avvicina più a “When You’re Gone”. Pezzo classic rock con passaggi pop molto forti, tra cui il ritornello. L’impatto visivo farà sicuramente la differenza, il contrasto tra ciò che si vede e ciò che si sente, diciamo. La performance farà sicuramente parte dell’immaginario della canzone. Per il momento è un po’ come giudicare un film avendo sentito solo l’audio. Fa riflettere anche un’altra cosa: quando il rock si è affacciato all’Ariston, spesso lo ha fatto con brani poco radiofonici, quasi di rottura. Questo invece è un compromesso intelligente, capace di parlare anche al pubblico generalista. Una buona canzone, che avrebbero potuto inserire anche Emma o Alessandra Amoroso in uno dei loro primi dischi. Tornando alle Bambole, il pubblico mainstream non le conosce o ne ha sentito vagamente parlare. Effetto sorpresa su effetto sorpresa, insomma. Potrebbero fare molto bene. Voto 7