Sanremo 2026, le pagelle delle canzoni dopo la prova generale
Dopo le audizioni dei brani di Sanremo 2026 riservate in anteprima per la stampa, ecco le pagelle delle trenta canzoni in concorso ascoltate dal vivo nella prova generale dall’Ariston. A cura di Nico Donvito
Il dado è tratto: a poche ore dalla partenza di Sanremo 2026 arrivano le pagelle delle canzoni dopo le prove generali al Teatro Ariston che si sono svolte nel pomeriggio di lunedì 23 febbraio.
Ecco il nostro aggiornamento delle pagelle del primo ascolto riguardante le versioni in studio. Ecco come suonano le canzoni dopo il secondo l’ascolto il giorno prima del debutto ufficiale.
Sanremo 2026, le pagelle delle canzoni dopo la prova generale
Arisa – “Magica favola”
testo e musica: Arisa, Giuseppe Anastasi, Marco Cantagalli, Carlo Frigerio, Fabio Dalè
Dirige l’orchestra Giuseppe Barbera
Arisa è Arisa, e su questo non si discute. Inaugura lei la sessione di prove generali. Una presenza che a Sanremo ha sempre senso, perché porta con sé voce, intensità e un modo unico di stare dentro le parole. Il suo ritorno è cosa buona e giusta, anche se il brano vive di luci e ombre. Sul piano del testo, c’è poco da dire: è un racconto vero, quasi un bilancio esistenziale, scritto con delicatezza e misura. C’è qualcosa di fiabesco nel modo in cui si snoda, e nel finale arriva persino un respiro più epico, come se la canzone provasse ad alzarsi in volo. Le strofe sono più forti del ritornello. La resa sul palco conferma le sensazioni della vigilia, anzi per un certo senso il guizzo che ci aspettavamo nella trasposizione orchestrale, non c’è. Il pezzo non esplode davvero, non affonda il colpo fino in fondo, e finisce per pagare lo scotto di un’edizione particolarmente affollata di ballad, dove distinguersi sarà più difficile del solito. Resta comunque una prova solida, elegante, da interprete vera. Voto 7
Dargen D’Amico – “Ai Ai”
testo: Dargen D’Amico
musica: Dargen D’Amico, Edwyn Roberts, Pietro Bagni, Gianluigi Fazio
Dirige l’orchestra il Maestro Enzo Campagnoli
È un pezzo “matrioska” quello che Dargen D’Amico porta al suo terzo Sanremo: una canzone che si apre a strati, che non si concede tutta subito, ma che sembra destinata a rivelarsi ascolto dopo ascolto. Il testo è un dialogo tra tempi diversi, tra presente e futuro, tra leggerezza e inquietudine. Il problema è che “Ai Ai” non è “Onda alta”, che a sua volta non era “Dove si balla”. Meno cassa dritta, un arrangiamento più morbido, pur restando dentro coordinate pop. Al momento continua a non convincermi meno Forse ha bisogno di tempo. Basterà una settimana? Voto 5
Francesco Renga – “Il meglio di me”
testo: Stefano Tartaglino, Antonio Caputo, Simone Enrico Reo, Mattai Davì, Francesco Renga, Davide Sartore
musica: Stefano Tartaglino, Antonio Caputo, Simone Enrico Reo, Mattai Davì, Francesco Renga
Dirige l’orchestra il Maestro Valeriano Chiaravalle
Renga fa Renga, anzi, torna finalmente a farlo in grande spolvero. Un ritorno convincente, dopo un paio di passaggi festivalieri meno centrati, in cui sembrava mancare quella scintilla che invece qui riaffiora con naturalezza. Il brano racconta una nuova consapevolezza, il coraggio necessario per riconoscerla e per abitarla davvero. Un tema che, sia per sensibilità che per anagrafica, è nelle sue corde, restituito con sincerità e mestiere. Cresce ascolto dopo ascolto. Voto 7.5
Ditonellapiaga – “Che fastidio!”
testo: Ditonellapiaga, Davide Castroni
musica: Ditonellapiaga, Davide Castroni, Edoardo Ruzzi, Alessandro Casagni
Dirige l’orchestra il Maestro Carolina Bubico
Arriva la prima coreografia. Ballerini in scena dall’inizio. Ditonellapiaga qui sembra quasi trasformarsi in Miss Keta: invece di togliere la maschera, se la mette. Il brano gioca sull’ironia, sull’impertinenza, su una sfacciataggine volutamente provocatoria. Sulla carta è tutto abbastanza chiaro: un pezzo che vuole essere leggero, pungente, divertito, adatto per le radio. Il punto è uno solo: con i cori dal vivo perde rispetto alla versione in studio. Bello l’arrangiamento, bella la messa in scena, ma non ci siamo per un pezzo sovraprodotto che dal vivo subisce un’inevitabile modifica di intenti. Francamente non ho capito le parole, così come non continuo a capire le parole… il punto è che non siamo all’Eurovision. Conta la canzone e non solo lo staging. Non a caso la ripete due volte. E la seconda la volta si sente meglio e si capisce qualche parola in più. Voto 5
Eddie Brock – “Avvoltoi”
testo: Edoardo Iaschi (Eddie Brock), Lorenzo Iaschi, Vincenzo Leone
musica: Edoardo Iaschi (Eddie Brock), Vincenzo Leone
Dirige l’orchestra il Maestro Valeriano Chiaravalle
Sbaglieranno pure la pronuncia del suo nome d’arte, ma il cantautore romano è senz’altro una delle sorprese di questo Festival. Il pezzo c’è, compresa l’attenzione e la curiosità del pubblico, già accesa dal successo virale di “Non è mica te”. Ecco, “Avvoltoi” non è mica “Non è mica te”. E questa è stata una scelta più che saggia. L’artista vira verso atmosfere più pop e meno indie, senza scimmiottare un pezzo che abbiamo ancora tutti nelle orecchie. Qui nelle prove ha spinto forse troppo, ma il pezzo c’è, così come la sincerità, la crescita, e anche un dettaglio che resta: il bell’assolo di chitarra sul finale, oltre il “nanananana” che crea sempre la giusta atmosfera. Voto 7.5
Mara Sattei – “Le cose che non sai di me”
testo: Sara Mattei (Mara Sattei)
produttori: Davide Mattei, Alessandro Donadei, Enrico Brun
Dirige l’orchestra il Maestro Enrico Brun
Flusso naturale, senza artifici. Mara Sattei porta al Festival una dedica d’amore intima e raccolta, interpretata con quella dolcezza sospesa che richiama lo zucchero filato evocato nel testo. Non a caso, le parole sono interamente farina del suo sacco: un racconto personale, scritto di suo pugno, come suggerisce il titolo. Non si può certo parlare di un brano debole o sbagliato, anche perché lei lo canta molto bene, forse avrebbe dovuto portare qualcosa di diverso rispetto a quanto proposto nella sua precedente esperienza festivaliera. Ma se la porta a casa, come un compito ben eseguito. Non aggiunge e non toglie nulla. Voto 6
Luchè – “Labirinto”
testo: Luca Imprudente (Luchè), Davide Petrella
musica: Stefano Tognini, Davide Petrella, Rosario Castagnola
Dirige l’orchestra il Maestro Adriano Pennino
La canzone c’è, ma è piuttosto difficilotta per essere intonata da un artista che del canto non ha fatto la propria unica cifra stilistica. C’è del lavoro, c’è un grande impegno di certo. La parte rappata entra dalla seconda strofa, ma il ritornello, ripetuto e ben calibrato, funziona: resta in testa senza forzature. Luchè debutta al Festival con un brano che punta più a smuovere qualcosa dentro che a far ballare: emotivo, melodico notturno, coerente in parte con il suo mondo. Voto 6.5
Enrico Nigiotti – “Ogni volta che non so volare”
testo: Enrico Nigiotti, Pacifico
musica: Enrico Nigiotti, Fabiano Pagnozzi
Dirige l’orchestra il Maestro Enrico Brun
Bello rivedere e risentire Enrico Nigiotti su questo palco. “Ogni volta che non so volare” suona subito come un pezzo importante, una ballata molto cantautorale, dalla struttura atipica, che riflette sul tempo. Il testo, scritto in collaborazione con Pacifico, un nome una garanzia, emoziona dal vivo, anche grazie all’ausilio di un’orchestra che diventa parte integrante della performance. Voto 7
Bambole di Pezza – “Resta con me”
testo: Andrea Spigaroli, Nesli, Martina Ungarelli, Lisa Cerri
musica: Andrea Spigaroli, Nesli, Simone Borrelli, Federica Rossi, Caterina Alessandra Dolci, Daniela Piccirillo
Dirige l’orchestra il Maestro Enrico Melozzi
L’unica band di quest’anno, la prima tutta al femminile della storia del Festival. Queste sono le Bambole di Pezza. Pezzo classic rock con passaggi pop molto forti, tra cui il ritornello. L’impatto visivo fa sicuramente la differenza, il contrasto tra ciò che si vede e ciò che si sente. Il pubblico mainstream non le conosce o ne ha sentito vagamente parlare. Effetto sorpresa su effetto sorpresa, insomma. Meritano questo palco e meritano di fare molto bene. Voto 7
Nayt – “Prima che”
testo: William Mezzanotte (Nayt)
musica: Stefano Tognini
Dirige l’orchestra il Maestro Marco Zangiromali
Bel flow. Nayt debutta al Festival con una prova di maturità, approdando al mainstream senza snaturarsi, senza annacquare il suo linguaggio, portandosi dietro tutto il suo mondo. Il testo è importante, tutt’altro che banale, e si incastra alla perfezione in una produzione asciutta, elegante, essenziale e impeccabile firmata Zef. L’orchestra e i coristi impreziosiscono la performance e rendono il pezzo emotivamente top. Voto 6.5
Tredici Pietro – “Uomo che cade”
testo: Pietro Morandi (Tredici Pietro), Antonio Di Martino
musica: Antonio Di Martino, Marco Spaggiari
Dirige l’orchestra il Maestro Giovanni Pallotti
La performance, seppur non perfettissima, restituisce al pezzo una verità che al primo ascolto in studio non si era riuscita a cogliere nella sua interezza. L’inizio è rappato, con atmosfere che richiamano un certo immaginario anni ’90, e un andamento che cresce piano piano, come se la canzone si prendesse il suo tempo per rivelarsi davvero. Il ritornello, più aperto e cantabile, è la chiave che le dà slancio: senza quella svolta melodica probabilmente il pezzo avrebbe avuto meno impatto. La ripete una seconda volta, a causa di problemi tecnici, e il risultato è decisamente migliore. La cosa interessante, però, è che non somiglia a molto altro in gara, e proprio questa sua diversità lo rende originale, fuori dai binari più prevedibili. Il ritornello è uno dei migliori in gara e gli archi sono un dettaglio elegante e riuscito. Uno su tredici ce la fa. Voto 7
Sal Da Vinci – “Per sempre sì”
testo: Federica Abbate, Alessandro La Cava, Alessandro Da Vinci
musica: Sal Da Vinci, Federico Mercuri, Giordano Cremona, Eugenio Maimone, Federica Abbate, Alessandro La Cava
Dirige l’orchestra il Maestro Valeriano Chiaravalle
E qui casca l’Ariston! Sal Da Vinci torna a Sanremo e lo fa senza mezze misure: ritmo e melodramma, proponendo un pezzo a metà strada tra Ricky Martin e Nino D’Angelo, quello con il caschetto biondo platino degli anni ’80. In altre parole, orgogliosamente neomelodico. Preparatevi, perché questo pezzo lo sentiremo ovunque da qui ai prossimi due o tre anni, un po’ come è successo con “Rossetto e caffè”. Lo trasmetteranno persino le lavatrici, i termosifoni e i rubinetti dei lavandini. Sarà la colonna sonora di qualsiasi falò di confronto a Temptation Island, e i matrimoni, dopo questo, non saranno più gli stessi. Battute a parte, Sal non è nuovo a certe imprese: nel 2009 sfiorò la vittoria arrivando terzo con “Non riesco a farti innamorare”. Erano altri tempi, altri Festival, certo. Ma non metterei la mano sul fuoco che qualcosa di clamoroso non possa accadere il prossimo 28 febbraio. Non succede ma se succede…. Voto 8.5
Malika Ayane – “Animali notturni”
testo: Malika Ayane, Edwyn Roberts, Stefano Marletta
musica: Giordano Cremona, Luca Faraone, Stefano Marletta, Federico Mercuri, Edwyn Roberts
Dirige l’orchestra il Maestro Daniele Parziani
Una Malika nuova, sorprendente, quella che torna a fare capolino sul palco dell’Ariston. E lo dico con sincerità: da un’artista che ha già attraversato diversi Sanremo, mi sarei aspettato tutt’altro. Qualcosa di più prevedibile, magari più “comodo”. E per fortuna non è affatto così. Malika osa. Si mette in discussione con la naturalezza di chi, tecnicamente, non ha più nulla da dimostrare. Proprio per questo può permettersi il lusso più raro: mostrarci un lato inedito di sé. Pesca a piene mani dagli anni ’70, ma ci innesta sopra un’eleganza tutta french touch anni ’90, costruendo un universo sonoro che, francamente, non ricordo di aver mai sentito davvero rappresentato su questo palco. Il brano dal vivo conferma le aspettative del primo ascolto della versione in studio. Bella la scelta di cantare col filo, come si faceva una volta. Il ritmo c’è, ma in salsa slow, quasi ipnotico, perché no, non esiste solo la cassa dritta. In Italia spesso sembra l’unica soluzione possibile, ma questo pezzo dimostra che c’è molto altro. Forse anche perché da tempo Malika vive a Berlino, e si sente: la sua musica non è mai stata anglo-americana nel senso classico, è sempre stata più europea, più continentale, più raffinata nella ricerca delle influenze. La sua evoluzione resta coerente, è un passo avanti naturale. E in un contesto dove spesso si gioca sul sicuro, il coraggio va riconosciuto. Ecco a voi una nuova Malika. Una Malika più libera e decisamente più cool. Un pezzo che omaggia Ornella Vanoni senza scimmiottarla e senza citarla. Voto 8
Fulminacci – “Stupida sfortuna”
testo e musica: Fulminacci, Pietro Paroletti
Dirige l’orchestra il Maestro Golden Years
Classico ma non troppo, serio ma non serioso. Pensieri sul passato e sul futuro, un inventario sincero, personale, che proprio per questo può diventare universale. Fulminacci torna in gara per la seconda volta e si presenta con un brano che guarda avanti… ma con lo specchietto retrovisore ben posizionato verso altre epoche. C’è una citazione festivaliera che suona quasi come una dichiarazione di intenti: “Passeranno, classifiche e Sanremi”. Come a dire che alla fine resta altro: le canzoni e gli artisti veri, per esempio. Il cantautore romano torna sul “luogo del delitto” con un pezzo che questa volta è un po’ meno Daniele Silvestri e un po’ più Stefano Sani: retrò al punto giusto, con quella patina vintage che non scade nella caricatura. E sì, ci sono pure i cori sul finale, che sembrano usciti da una cartolina pop di un Sanremo d’altri tempi. Voto 7
Sayf – “Tu mi piaci tanto”
testo: Adam Viacava (Sayf)
musica: Luca Di Blasi, Giorgio De Lauri
Dirige l’orchestra il Maestro Giovanni Pallotti
Quella che porta in gara Sayf è una fotografia nitida di un momento: un brano che usa l’amore non come fine ultimo, ma come lente per raccontare situazioni, inquietudini, stati d’animo. È una canzone che parla anche dell’Italia, osservata di sbieco, con uno sguardo giovane ma tutt’altro che superficiale. Le strofe si muovono su un terreno curioso, a metà strada tra il gusto narrativo di Paolo Conte e le geometrie eccentriche di Max Gazzè, mentre il ritornello sembra sospeso in un limbo più contemporaneo, tra il linguaggio crudo di Ghali e quello più provocatorio di Rosa Chemical. Reference a parte, ciò che colpisce davvero è la coerenza del mondo musicale che Sayf mette in scena. Se l’è studiata bene la performance, si muove e canta molto bene, tanto che definirlo semplicemente rapper sarebbe riduttivo. C’è scrittura, c’è visione, c’è un’identità che va oltre le etichette. E poi c’è quel ritornello: uno dei più martellanti e immediati di questa edizione, di quelli che ti restano addosso. Voto 7.5
Fedez & Marco Masini – “Male necessario”
autori: Fedez, Marco Masini, Federica Abbate, Alessandro La Cava, Antonio Iammarino
produttori: Federica Abbate, Nicola Lazzarin, Alessandro La Cava
Dirige l’orchestra il Maestro Valeriano Chiaravalle
Fedez apre cantando. E per chi si aspettava solo barre e incastri, è già una piccola sorpresa. Il rap arriva più avanti, nella seconda strofa, con uno dei passaggi più taglienti del pezzo: “La gente pudica giudica, che brutta gente che frequenta Fedez, ma si dimentica sempre che Giuda se la faceva con gente per bene”. Per il resto, Marco fa Masini, e lo fa nei migliori dei modi. Già da mesi si diceva che “Male necessario” fosse uno di quei brani della vita, e in effetti un po’ lo è. Ottima la scelta di non cantare in piedi con l’asta, per non rievocare troppo la loro versione di “Bella stronza” che solo dodici mesi fa aveva fatto tanto bene sullo stesso palco. Il risultato? Un incontro riuscito tra due generazioni. Senza dubbio, rimane il brano da battere. Voto 8.5
Levante – “Sei tu”
testo e musica: Levante
Dirige l’orchestra il Maestro Alessandro Trabace
Un brano molto fisico, quasi epidermico, che trasforma lo stato d’animo in materia: l’amore che diventa corpo, il dolore che si fa pelle, la nostalgia che pesa nello stomaco. Levante torna a Sanremo per la terza volta con una canzone costruita su un arrangiamento dal sapore analogico, capace di rendere tutto più organico e umano. Proprio come l’amore stesso. È un pezzo coerente in ogni sua scelta: per come è pensato, scritto, cantato e suonato. Racconta il bisogno di dare un nome alle emozioni attraverso un elenco di sensazioni fisiche, come se il linguaggio del corpo fosse l’unico davvero sincero quando le parole non bastano più. Non è una canzone che urla, ma resta addosso con discrezione, e nel suo equilibrio trova la sua forza. Claudia tira fuori la voce. E che voce. Voto 6.5
Ermal Meta – “Stella stellina”
testo: Ermal Meta
musica: Ermal Meta, Dardust, Gianni Pollex
Dirige l’orchestra il Maestro Diego Calvetti
L’attualità irrompe sul palco dell’Ariston, e lo fa senza bussare. Ermal Meta porta a Sanremo una storia che inevitabilmente si lega con le cronache del fronte israelo-palestinese. Il cantautore dà voce a un uomo che cammina tra le strade di Gaza e si imbatte in una bambola, oggetto che diventa un detonatore emotivo: apparteneva a una bambina che non c’è più. E da lì parte tutto. A rendere il brano ancora più potente c’è una produzione straordinaria firmata Dardust, che trasforma quella che poteva diventare l’ennesima ballad di questo Sanremo, in un pezzo che si avvicina di parecchio alla world music. “Stella stellina” è scritta con grazia, prodotta con intelligenza, e soprattutto capace di affrontare un tema che non è affatto scontato. Un doppio rischio, perché se sbagli ad affrontare certi argomenti, sbagli due volte. E poi sì: è giusto che Sanremo si confronti con il presente. Perché le canzoni servono anche a questo: a raccontare il tempo che stiamo vivendo, e a farcelo ricordare tra qualche anno, quando sarà già storia. Voto 8
J-Ax – “Italia Starter Pack”
testo e musica: J-Ax, Andrea Bonomo, Lorenzo Buso
Diirige l’orchestra il Maestro Carmelo Patti
E il country puro approdò a Sanremo. J-Ax torna sul palco dell’Ariston, questa volta per la prima volta da solista, dopo la parentesi del 2023 con gli Articolo 31. E lo fa esattamente a modo suo: con “Italia Starter Pack”, un brano che mescola ironia, costume e chitarre da saloon, anticipando l’uscita di un intero progetto a tema country. Il risultato è una potenziale hit: leggera ma non vuota, capace di far sorridere e, sotto sotto, anche riflettere. Un’operazione curiosa, fuori dagli schemi, che funzionerà molto bene sia fuori che dentro il contesto festivaliero. Voto 7
Chiello – “Ti penso sempre”
testo: Rocco Modello (Chiello), Tommaso Ottomano
musica: Fausto Cigarini, Saverio Cigarini, Matteo Rigoni, Tommaso Ottomano
Dirige l’orchestra il Maestro Fausto Cigarini
A me Chiello piace, e anche parecchio. Ha un mondo suo, riconoscibile, fragile e storto al punto giusto. Proprio per questo, però, questo pezzo mi ha lasciato un po’ interdetto. Non ne ho afferrato fino in fondo la direzione: sembra un compromesso tra le sue ballate più intime e la tentazione di spingere su qualcosa di più uptempo, quasi nel tentativo di accontentare tutti senza scontentare nessuno. E quando succede, spesso il rischio è quello di restare in mezzo. Almeno a questo secondo ascolto, il risultato risulta un brano né carne né pesce. Di buono c’è il testo, che ha intenzioni sincere e raccoglie pensieri interessanti, condivisi insieme al talentuoso Tommaso Ottomano, che ricordiamo al fianco di Lucio Corsi lo scorso anno. C’è materiale, c’è sensibilità, ma la canzone sembra chiedere più tempo per essere decifrata. “Ti penso sempre” non arriva né al primo né al secondo colpo. E magari crescerà. Voto 6
Serena Brancale – “Qui con me”
testo: Serena Brancale, Noemi Bruno, Fiat 131, Salvatore Mineo
musica: Carlo Avarello, Fabio Barnaba, Serena Brancale, Fiat 131
Dirige l’orchestra il Maestro Nicole Brancale
È una lettera aperta, intensa, dedicata a quella che la stessa Serena Brancale definisce la persona più importante della sua vita: sua madre, scomparsa nel 2020. E si sente. Si sente tutto. Un’emozione piena, autentica, che non ha bisogno di artifici per arrivare. Dopo l’energia travolgente di “Anema e core” e “Serenata”, qui Serena cambia registro e ci mostra qualcosa di completamente diverso rispetto alle sue uscite più recenti. La “zia” irriverente e brillante si fa da parte, lasciando spazio semplicemente a Serena: una figlia, prima ancora che un’artista, con l’urgenza di dire qualcosa a chi non c’è più… e inevitabilmente anche a tutti noi. È un lato nuovo, soprattutto per il grande pubblico, che forse fino ad ora aveva intravisto solo una parte del suo mondo. Qui invece emerge tutta la profondità, la fragilità, la verità. E soprattutto la voce: uno strumento fuori scala, che finalmente smette di essere un segreto per pochi. Che a cantare non la batta nessuno, lo sapevamo in pochi. Ora lo saprà tutta Italia. E forse non solo. Insomma, un altro livello. Voto 9
LDA & Aka 7even – “Poesie clandestine”
testo: LDA, Aka 7even, Alessandro Caiazza, Vito Petrozzino
musica: LDA, Aka 7even, Mattia Villano, Riccardo Romito, Francesco D’Alessio
Dirige l’orchestra il Maestro Francesco D’Alessio
È un amore viscerale, carnale, quello che LDA e Aka 7even portano in gara: entrambi al loro secondo Sanremo, ma questa volta insieme, in una coppia che incuriosisce. Qualcuno parlerà subito di una nuova “Anema e core”, ma il paragone è ingombrante e forse anche un po’ frettoloso. Perché i due Luca’s hanno personalità ben definite, e soprattutto un modo diverso di stare dentro il pezzo. Insieme si fondono in maniera molto credibile, con ballerini e uno staging che rende l’idea della passione trasmessa nel testo. Intonatissimi e affilatissimi. Voto 6.5
Raf – “Ora e per sempre”
testo e musica: Raf, Samuele Riefoli
Dirige l’orchestra il Maestro Fabio Barnaba
Classica, forse fin troppo, soprattutto se si considera che il brano è stato scritto da Raf a quattro mani con il figlio Samuele, classe 2000. Proprio per questo ci si sarebbe potuti aspettare un vero incontro tra generazioni, un dialogo musicale capace di mescolare sensibilità diverse, presente e memoria, passato e futuro. E invece no: il pezzo sceglie una strada senza compromessi, guardando quasi esclusivamente al secolo scorso, tra sonorità e soluzioni che sanno più di nostalgia che di evoluzione. È una canzone gradevole, ben confezionata, persino tenera, ma anche prevedibile. La prova dal vivo però sorprende, l’esecuzione è impeccabile e merita qualcosa in più rispetto al primo ascolto. Voto 6.5
Maria Antonietta & Colombre – “La felicità e basta”
autori: Maria Antonietta, Colombre
produttori: Maria Antonietta, Colombre, Francesco Catitti
Dirige l’orchestra il Maestro Carmelo Patti
Bel debutto sanremese per Maria Antonietta e Colombre, con una produzione di Katoo davvero interessante, curata e fuori dai binari più prevedibili del Festival. Il loro non è un classico pezzo d’amore, o meglio, lo è, ma in una direzione diversa: un amore rivolto a se stessi, alla propria libertà, alla possibilità di essere felici. È una canzone che parla di felicità come obiettivo da conquistare, non come premio preconfezionato. In un mondo che continua a venderci falsi miti, tipo il benessere personale che equivarrebbe a quello economico, la risposta del duo è tutta in quel ritornello spiazzante e geniale: “Baby, facciamo insieme una rapina”. Una provocazione tenera e ironica, un modo per dire: non aspettiamo che la felicità ci cada addosso dal cielo, prendiamocela noi. Un brano intelligente, fresco, che si distingue. Voto 8
Tommaso Paradiso – “I romantici”
testo: Tommaso Paradiso, Davide Petrella
musica: Tommaso Paradiso, Davide Simonetta, Davide Petrella
Dirige l’orchestra il Maestro Carmelo Patti
Un brano che porta la firma riconoscibile di Paradiso, costruito insieme a un team autorale di peso, con Davide Petrella e Davide Simonetta, veri hitmaker della musica italiana contemporanea. Ed è forse proprio per questo che mi aspettavo qualcosa in più. Non tanto una rivoluzione, quanto un guizzo inatteso, una svolta capace di sorprendere. Invece la canzone fa esattamente ciò che promette: resta dentro i confini del Paradiso che conosciamo, senza rischiare davvero. Il che, va detto, è comunque fatto molto bene. C’è verità in questo debutto sanremese atteso da anni e finalmente diventato realtà. Il risultato è una dedica d’amore sincera, molto cantautorale, che non brilla per originalità ma colpisce per mestiere e per cuore. Una dose piena di scuola romana, con qualche eco che rimanda a Dalla e qualche intuizione melodica che strizza l’occhio a “Le tasche piene di sassi” di Jovanotti. Non è un brano che spiazza, ma è uno di quelli che funzionano. Voto 7
Samurai Jay – “Ossessione”
testo: Gennaro Amatore (Samurai Jay), Salvatore Sellitti
musica: Luca Stocco, Vittorio Coppola
Dirige l’orchestra il Maestro Enzo Campagnoli
Il pezzo racconta il rapporto con la musica come qualcosa che divora e allo stesso tempo può salvare. Dal punto di vista sonoro, il riferimento più immediato è un J Balvin in salsa vesuviana: c’è un’anima latina evidente, contaminata con elettronica e urban. Il ritmo è ipnotico, pulsante, costruito per entrare in testa al primo ascolto. Non è difficile immaginare “Ossessione” trasformarsi in un tormentone social: ha tutte le caratteristiche che potrebbero portarla a spopolare su TikTok. Il richiamo a “Halo”, il singolo che lo ha consacrato con numeri importanti e una certificazione oro, è inevitabile. Anche lì c’era un appeal immediato e un’energia contagiosa. Non tutto sorprende davvero: alcune soluzioni suonano familiari e l’effetto deja-vu è dietro l’angolo. Voto 6
Elettra Lamborghini – “Voilà”
testo e musica: Edwyn Roberts, Andrea Bonomo, Pietro Celona
Dirige l’orchestra il Maestro Enzo Campagnoli
Sottotitolo: “Viva viva viva la Carrà”. Un omaggio leggero, divertito e divertente, proprio come sarebbe piaciuto a Raffaella. Elettra Lamborghini torna a Sanremo dopo l’esordio del 2020 e, in un certo senso, il tempo sembra essersi fermato: stessa attitudine giocosa, stesso desiderio di trasformare l’Ariston in una festa. Buona performance, si nota una crescita. Che altro aggiungere se non “Voilà”? E il resto scompare. Voto 6