Sanremo 2026, le pagelle in diretta della prima serata

Sanremo 2026 Pagelle Prima serata

È ufficialmente partito il Festival di Sanremo 2026, commentiamo in diretta le esibizioni con le nostre pagelle della prima serata in continuo aggiornamento

L’Italia torna a sintonizzarsi con il palco dell’Ariston di Sanremo per l’edizione 2026 del Festival della canzone italiana, ecco dunque le pagelle della prima serata, in onda martedì 24 febbraio.

Sanremo 2026, le pagelle della prima serata

Ditonellapiaga – “Che fastidio!: Rompe il ghiaccio Ditonellapiaga, con tanto di coreografia e sei ballerini al seguito. Se chiudi gli occhi senti Miss Keta, se li apri vedi Francesca Cacace de La Tata. Il brano gioca sull’ironia, sull’impertinenza, su una sfacciataggine volutamente provocatoria. Sulla carta è tutto abbastanza chiaro: un pezzo che vuole essere leggero, pungente, divertito, adatto per le radio. Il punto è uno solo: con i cori dal vivo perde rispetto alla versione in studio. Bello l’arrangiamento, bella la messa in scena, ma non ci siamo per un pezzo sovraprodotto che dal vivo subisce un’inevitabile modifica di intenti. Il punto è che non siamo all’Eurovision. Conta la canzone e non solo lo staging. Voto 5

Michele Bravi – “Prima o poi: Dopo essere stato l’ultimo in ordine di apparizione agli ascolti in Rai e il penultimo alle prove di ieri, finalmente Michele Bravi si esibisce in prima fascia. In questo pezzo, la voce appare come una carezza sull’anima, di quelle che ti riportano subito dentro, anche quando pensavi di essere già altrove. La struttura del brano non annoia, anzi, scorre con eleganza. Il testo, scritto insieme al giovane e talentuoso Rondine (uno di quelli da tenere d’occhio), aggiunge profondità e delicatezza. Tutto si muove in un crescendo emotivo ben dosato e teatrale. Voto 6.5

Sayf – “Tu mi piaci tanto: Quella che porta in gara Sayf è una fotografia nitida di un momento: un brano che usa l’amore non come fine ultimo, ma come lente per raccontare situazioni, inquietudini, stati d’animo. È una canzone che parla anche dell’Italia, osservata di sbieco, con uno sguardo giovane ma tutt’altro che superficiale. Le strofe si muovono su un terreno curioso, a metà strada tra il gusto narrativo di Paolo Conte e le geometrie eccentriche di Max Gazzè, mentre il ritornello sembra sospeso in un limbo più contemporaneo, tra il linguaggio crudo di Ghali e quello più provocatorio di Rosa Chemical. Reference a parte, Sayf se l’è studiata bene la performance, si muove e canta molto bene, tanto che definirlo semplicemente un rapper sarebbe riduttivo. C’è scrittura, c’è visione, c’è un’identità che va oltre le etichette. E poi c’è il ritornello: uno dei più martellanti e immediati di questa edizione. Tutto fatto bene. Voto 7

Mara Sattei – “Le cose che non sai di me: Flusso naturale, senza artifici. Mara Sattei porta al Festival una dedica d’amore intima e autobiografica, ma senza quel guizzo che ci si sarebbe aspettati alla seconda timbratura di cartellino sanremese. Non si può certo parlare di un brano debole o sbagliato, anche perché lei lo canta molto bene, forse avrebbe dovuto puntare su qualcosa di diverso rispetto a quanto proposto nella sua precedente esperienza festivaliera. Ma se la porta a casa, come un compito ben eseguito. Insomma, non aggiunge e non toglie nulla. Voto 6

Dargen D’Amico – “Ai Ai: È un pezzo “matrioska” quello che Dargen D’Amico porta al suo terzo Sanremo: una canzone che si apre a strati, che non si concede tutta subito, ma che sembra destinata a rivelarsi ascolto dopo ascolto. Il problema è che “Ai Ai” non è “Onda alta”, che a sua volta non era “Dove si balla”. Al momento continua a non convincermi meno Forse ha bisogno di tempo. Basterà una settimana? Voto 5

Arisa – “Magica favola: Arisa è Arisa, e su questo non si discute. Una presenza che a Sanremo ha sempre senso, perché porta con sé voce, intensità e un modo unico di stare dentro le parole. Il suo ritorno è cosa buona e giusta, anche se il brano vive di luci e ombre. Sul piano del testo, c’è poco da dire: è un racconto vero, quasi un bilancio esistenziale, scritto con delicatezza e misura. C’è qualcosa di fiabesco nel modo in cui si snoda, e nel finale arriva persino un respiro più epico, come se la canzone provasse ad alzarsi in volo. Ergo, le strofe sono più forti del ritornello. Resta comunque una prova solida, elegante, da interprete vera. Molto meglio che alle prove di ieri. Voto 7.5

Luchè – “Labirinto: La canzone c’è, ma è piuttosto difficilotta per essere intonata da un artista che del canto non ha fatto la propria unica cifra stilistica. C’è del lavoro, c’è un grande impegno di certo. La parte rappata entra dalla seconda strofa, ma il ritornello, ripetuto e ben calibrato, funziona: resta in testa senza forzature. Almeno nella versione in studio. Dal vivo, invece, c’è qualquadra che non cosa. Voto 5.5

Tommaso Paradiso – “I romantici: Un brano che porta la firma riconoscibile di Paradiso, costruito insieme a un team autorale di peso, con Davide Petrella e Davide Simonetta, veri hitmaker della musica italiana contemporanea. Ed è forse proprio per questo che ci si sarebbe potuto aspettare di più. Non tanto una rivoluzione, quanto un guizzo inatteso, una svolta capace di sorprendere. Invece la canzone fa esattamente ciò che promette: resta dentro i confini del Tommy Paradise che conosciamo, senza rischiare davvero. Anche se, va detto, tutto è comunque fatto molto bene. Una dose piena di scuola romana, con qualche eco che rimanda a Dalla e qualche intuizione melodica che strizza l’occhio a “Le tasche piene di sassi” di Jovanotti. Non spiazza, mafunziona. Voto 7

Elettra Lamborghini – “Voilà: Sottotitolo: “Viva viva viva la Carrà”. Un omaggio leggero, divertito e divertente, proprio come sarebbe piaciuto a Raffaella. Elettra Lamborghini torna a Sanremo dopo l’esordio del 2020 e, in un certo senso, il tempo sembra essersi fermato: stessa attitudine giocosa, stesso desiderio di trasformare l’Ariston in una festa. Buona performance, si nota una crescita. Una perfetta via di mezzo tra Dua Lipae Valeria Marini. Voilà. E il resto scompare. Voto 6

Patty Pravo – “Opera: Canzone nata da un sogno, come avrà ripetuto già almeno un centinaio di volte la stessa Patty Pravo. Il messaggio è chiaro e universale: siamo tutti opere d’arte. E chi meglio di lei, musa eterna e icona fuori dal tempo, può incarnare e trasmettere un’idea del genere? “Opera” è un brano orchestrale e melodico, elegante nella sua linearità, senza particolari complicazioni concettuali. L’eterna Ragazza del Piper celebra così sessant’anni di carriera: semplicemente, proprio come canta lei stessa nel ritornello. L’esibizione dal vivo è comunque buona, per lei che negli ultimi anni ci aveva abituato ad esecuzioni in balenese dei suoi pezzi. Un plauso per il coraggio di mettersi in gioco. Per il resto, la canzone appartiene a un’epoca lontana anni luce dai giorni nostri. Voto 6.5

Samurai Jay – “Ossessione: Un J Balvin in salsa vesuviana: c’è un’anima latina evidente, contaminata con elettronica e urban. Il ritmo è ipnotico, pulsante, costruito per entrare in testa al primo ascolto. Non è difficile immaginare “Ossessione” trasformarsi in un tormentone social: ha tutte le caratteristiche che potrebbero portarla a spopolare su TikTok. Il richiamo a “Halo”, il singolo che lo ha consacrato con numeri importanti e una certificazione oro, è inevitabile. Bello il passaggio rallentato che trasforma il ritmo da salsa a bachata. Voto 6

Raf – “Ora e per sempre: Classica, forse fin troppo, soprattutto se si considera che il brano è stato scritto da Raf a quattro mani con il figlio Samuele, classe 2000. Proprio per questo ci si sarebbe potuti aspettare un vero incontro tra generazioni, un dialogo musicale capace di mescolare sensibilità diverse, presente e memoria, passato e futuro. E invece no: il pezzo sceglie una strada senza compromessi, guardando quasi esclusivamente al secolo passato, tra sonorità e soluzioni che sanno più di nostalgia che di evoluzione. È una canzone gradevole, ben confezionata, persino tenera, ma anche prevedibile. La prova dal vivo però è buona, l’esecuzione supera le aspettative e merita un’abbondante sufficienza, in rispetto di una carriera importante e indiscutibile. Voto 6.5

J-Ax – “Italia Starter Pack: E il country puro approdò a Sanremo. J-Ax torna sul palco dell’Ariston, questa volta per la prima volta da solista, dopo la parentesi del 2023 con gli Articolo 31. E lo fa esattamente a modo suo: con “Italia Starter Pack”, un brano che mescola ironia, costume e chitarre da saloon, anticipando l’uscita di un intero progetto a tema country. Il risultato è una potenziale hit: leggera ma non vuota, capace di far sorridere e, sotto sotto, anche riflettere. Un’operazione curiosa, fuori dagli schemi, che funzionerà molto bene fuori dal contesto festivaliero. Voto 6

Fulminacci – “Stupida sfortuna: Classico ma non troppo, serio ma non serioso. Pensieri sul passato e sul futuro, un inventario sincero, personale, che proprio per questo può diventare universale. Fulminacci torna in gara per la seconda volta e si presenta con un brano che guarda avanti… ma con lo specchietto retrovisore ben posizionato verso altre epoche. C’è una citazione festivaliera che suona quasi come una dichiarazione di intenti: “Passeranno, classifiche e Sanremi”. Come a dire che alla fine resta altro: le canzoni e gli artisti veri, per esempio. Il cantautore romano torna sul “luogo del delitto” con un pezzo che questa volta è un po’ meno Daniele Silvestri e un po’ più Stefano Sani: retrò al punto giusto, con quella patina vintage che non scade nella caricatura. E sì, ci sono pure i cori sul finale, che sembrano usciti da una cartolina pop di un Sanremo d’altri tempi, in bianco e nero e in clima natalizio. Alla moda nel suo essere fuori moda. Voto 7

Levante – “Sei tu: Un brano molto fisico, quasi epidermico, che trasforma lo stato d’animo in materia: l’amore che diventa corpo, il dolore che si fa pelle, la nostalgia che pesa nello stomaco. Levante torna a Sanremo per la terza volta con una canzone costruita su un arrangiamento dal sapore analogico, capace di rendere tutto più organico e umano. Proprio come l’amore stesso. È un pezzo coerente in ogni sua scelta: per come è pensato, scritto, cantato e suonato. Racconta il bisogno di dare un nome alle emozioni attraverso un elenco di sensazioni fisiche, come se il linguaggio del corpo fosse l’unico davvero sincero quando le parole non bastano più. Non è una canzone che urla, ma resta addosso con discrezione, e nel suo equilibrio trova la sua forza. Claudia tira fuori la voce. E che voce. Voto 6.5

Fedez & Marco Masini – “Male necessario: Fedez apre cantando. E per chi si aspettava solo barre e incastri, è già una sorpresa. Il rap arriva più avanti, nella seconda strofa, con uno dei passaggi più taglienti del pezzo: “La gente pudica giudica, che brutta gente che frequenta Fedez, ma si dimentica sempre che Giuda se la faceva con gente per bene”. Per il resto, Marco fa Masini, e lo fa nei migliori dei modi. Il risultato? Un incontro riuscito tra due generazioni. Senza dubbio, rimane il brano da battere. Voto 8

Ermal Meta – “Stella stellina: L’attualità irrompe sul palco dell’Ariston, e lo fa senza bussare. Ermal Meta porta a Sanremo una storia che inevitabilmente si lega con le cronache del fronte israelo-palestinese. Il cantautore dà voce a un uomo che cammina tra le strade di Gaza e si imbatte in una bambola, oggetto che diventa un detonatore emotivo: apparteneva a una bambina che non c’è più. E da lì parte tutto. A rendere il brano ancora più potente c’è una produzione straordinaria firmata Dardust, che trasforma quella che poteva diventare l’ennesima ballad di questo Sanremo, in un pezzo che si avvicina di parecchio alla world music. “Stella stellina” è scritta con grazia, prodotta con intelligenza, e soprattutto capace di affrontare un tema che non è affatto scontato. Un doppio rischio, perché se sbagli ad affrontare certi argomenti, sbagli due volte. Quindi, chapeau. Voto 8

Serena Brancale – “Qui con me: È una lettera aperta, intensa, dedicata a quella che la stessa Serena Brancale definisce la persona più importante della sua vita: sua madre, scomparsa nel 2020. E si sente. Si sente tutto. Un’emozione piena, autentica, che non ha bisogno di artifici per arrivare. Dopo l’energia travolgente di “Anema e core” e “Serenata”, qui Serena cambia registro e ci mostra qualcosa di completamente diverso rispetto alle sue uscite più recenti. La “zia” irriverente e brillante si fa da parte, lasciando spazio semplicemente a Serena: una figlia, prima ancora che un’artista, con l’urgenza di dire qualcosa a chi non c’è più… e inevitabilmente anche a tutti noi. È un lato nuovo, soprattutto per il grande pubblico, che forse fino ad ora aveva intravisto solo una parte del suo mondo. Qui invece emerge tutta la profondità, la fragilità, la verità. Serena è talmente brava che sembra fuori gara. Voto 9

Nayt – “Prima che: Bel flow. Nayt debutta al Festival con una prova di maturità, approdando al mainstream senza snaturarsi, senza annacquare il suo linguaggio, portandosi dietro tutto il suo mondo. Il testo è importante, tutt’altro che banale, e si incastra alla perfezione in una produzione asciutta, elegante, essenziale e impeccabile firmata Zef. L’orchestra e i coristi impreziosiscono la performance e rendono il pezzo emotivamente al top. Voto 6.5

Malika Ayane – “Animali notturni: Una Malika nuova, sorprendente, quella che torna a fare capolino sul palco dell’Ariston. E lo dico con sincerità: da un’artista che ha già attraversato diversi Sanremo, mi sarei aspettato tutt’altro. Qualcosa di più prevedibile, magari più “comodo”. E per fortuna non è affatto così. Malika osa. Si mette in discussione con la naturalezza di chi, tecnicamente, non ha più nulla da dimostrare. Proprio per questo può permettersi il lusso più raro: mostrarci un lato inedito di sé. Bella la scelta di cantare con il microfono col filo, come si faceva una volta. La sua evoluzione resta coerente, è un passo avanti naturale. E in un contesto dove spesso si gioca sul sicuro, il coraggio va riconosciuto. Ecco a voi una nuova Malika. Una Malika più libera e decisamente più cool. Un pezzo che omaggia Ornella Vanoni senza scimmiottarla e senza citarla apertamente. Voto 7.5

Eddie Brock – “Avvoltoi: “Avvoltoi” non è mica “Non è mica te”. E questa è stata una scelta più che saggia. Eddie Brock vira verso atmosfere più pop e meno indie, senza scimmiottare il pezzo che abbiamo ancora tutti nelle orecchie. Qui nelle prove ha spinto forse troppo, ma il pezzo c’è, così come la sincerità, la crescita, e anche un dettaglio che resta: il bell’assolo di chitarra sul finale, oltre il “nanananana” che crea sempre la giusta atmosfera e fa sempre la sua porca figura. Voto 7

Sal Da Vinci – “Per sempre sì: E qui casca l’Ariston! Sal Da Vinci torna a Sanremo e lo fa senza mezze misure: ritmo e melodramma, proponendo un pezzo a metà strada tra Ricky Martin e Nino D’Angelo, quello con il caschetto biondo platino degli anni ’80. Questo pezzo lo sentiremo ovunque da qui ai prossimi due o tre anni, un po’ come è successo con “Rossetto e caffè”. Lo trasmetteranno persino le lavatrici, i termosifoni e i rubinetti dei lavandini. Sarà la colonna sonora di qualsiasi falò di confronto a Temptation Island e i matrimoni non saranno più gli stessi. E per un po’ ci toglieremo dalle orecchie “Perfect” di Ed Sheeran. D’altronde, Sal non è nuovo a certe imprese: nel 2009 sfiorò la vittoria arrivando terzo con “Non riesco a farti innamorare”. Erano altri tempi, altri Festival, certo. Ma non metterei la mano sul fuoco che qualcosa di clamoroso non possa accadere il prossimo 28 febbraio. Non succede ma se succede…. Voto 8.5

Enrico Nigiotti – “Ogni volta che non so volare: Il coraggio di portare a Sanremo una canzone senza ritornello. “Ogni volta che non so volare” suona subito come un pezzo importante, una ballata molto cantautorale, dalla struttura atipica, che riflette sul tempo. Il testo, scritto in collaborazione con Pacifico, un nome una garanzia, emoziona dal vivo, anche grazie all’ausilio di un’orchestra che diventa parte integrante della performance. Voto 7

Tredici Pietro – “Uomo che cade: La performance, seppur non perfettissima, restituisce al pezzo una verità che al primo ascolto in studio non si era riuscita a cogliere nella sua interezza. La ripete una seconda volta, a causa di problemi tecnici, e il risultato è decisamente migliore. La cosa interessante, però, è che non somiglia a molto altro in gara, e proprio questa sua diversità lo rende originale, fuori dai binari più prevedibili. Il ritornello è uno dei migliori in gara e gli archi sono un dettaglio elegante e riuscito. In prova l’ha cantata meglio, qualcosa stasera non è andata. Voto 6.5

Chiello – “Ti penso sempre: A me Chiello piace, e anche parecchio. Ha un mondo suo, riconoscibile, fragile e storto al punto giusto. Proprio per questo, però, questo pezzo mi ha lasciato un po’ di stucco. Non ne ho afferrato fino in fondo la direzione, sembra un compromesso tra le sue ballate più intime e la tentazione di spingere su qualcosa di più uptempo, quasi nel tentativo di accontentare tutti senza scontentare nessuno. E quando succede, spesso il rischio è quello di restare in mezzo. Almeno a questo secondo ascolto, il risultato risulta un brano né carne né pesce. C’è materiale, c’è sensibilità, ma la canzone sembra chiedere più tempo per essere decifrata. Magari crescerà. Voto 6

Bambole di Pezza – “Resta con me: L’unica band di quest’anno, la prima tutta al femminile della storia del Festival. Queste sono le Bambole di Pezza. Pezzo classic rock con passaggi pop molto forti, tra cui il ritornello. L’impatto visivo fa sicuramente la differenza, il contrasto tra ciò che si vede e ciò che si sente. Il pubblico mainstream non le conosce o ne ha sentito vagamente parlare. Effetto sorpresa su effetto sorpresa, insomma. Meritano questo palco e meritano di fare molto bene. Voto 7

Leo Gassmann – “Naturale: Un altro grido d’amore, l’ennesimo di questa edizione. Leo Gassmann ha un timbro che ho sempre trovato bello, pulito, graduale nella sua potenzialità. Ma proprio per far emergere davvero la sua identità ha bisogno di brani più personali, di canzoni che siano scritte addosso a lui, non di pezzi che potrebbero tranquillamente finire in bocca a qualunque altro collega. Quella che propone quest’anno non è affatto una canzone da buttare: è corretta, ben costruita, funziona nei suoi meccanismi. Però la combinazione tra vocalità e proposta musicale lascia qualche perplessità, perché manca quel dettaglio distintivo, quel tratto che faccia dire: “questo è Leo”. Se passasse in radio, onestamente, non sono sicuro che riconoscerei l’interprete. E questo è tutto fuorché naturale. La performance, buona intonazione compresa, merita comunque la sufficienza. Voto 6

Francesco Renga – “Il meglio di me: Renga fa Renga, anzi, torna finalmente a farlo in grande spolvero. Un ritorno convincente, dopo un paio di passaggi festivalieri meno centrati, in cui sembrava mancare quella scintilla che invece qui riaffiora con naturalezza. Il brano racconta una nuova consapevolezza, il coraggio necessario per riconoscerla e per abitarla davvero. Un tema che, sia per sensibilità che per anagrafica, è nelle sue corde, restituito con sincerità e mestiere. Cresce ascolto dopo ascolto. Voto 7.5

LDA & Aka 7even – “Poesie clandestine: È un amore viscerale, carnale, quello che LDA e Aka 7even portano in gara: entrambi al loro secondo Sanremo, ma questa volta insieme, in una coppia che incuriosisce. I due Luca’s hanno personalità ben definite, eppure le loro due voci stanno molto bene insieme. Insieme si fondono in maniera molto credibile e si valorizzano a vicenda. Insomma, intonatissimi e affilatissimi. Ultimi ad esibirsi, meritano un bel voto di incoraggiamento anche per questo. Voto 7

Scritto da Nico Donvito
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