Sanremo Reloaded, sulle tracce di “Morirò d’amore” di Giuni Russo
Ogni settimana una canzone da riscoprire, una performance da rivedere e un Festival da riscoprire. Tutto questo e molto altro ancora è Sanremo Reloaded. A cura di Francesco Costa
Sanremo Reloaded è la rubrica settimanale curata da Francesco Costa che invita a guardare il Festival di Sanremo da una prospettiva diversa. Non i vincitori, non i tormentoni più inflazionati, ma quelle canzoni che sono passate sul palco dell’Ariston lasciando tracce più sottili, spesso ignorate o dimenticate troppo in fretta. Oggi parliamo de “Morirò d’amore“, canzone presentata al Festival da Giuni Russo nel 2003.
Ogni settimana un brano e una performance tornano al centro dell’ascolto: pezzi che meritano di essere riascoltati, esibizioni da rivedere con occhi nuovi, canzoni da rivalutare lontano dal rumore della gara e dal peso delle classifiche. Sanremo Reloaded è un viaggio nella memoria del Festival, tra intuizioni rimaste in ombra, esperimenti coraggiosi e momenti che oggi, forse più di ieri, rivelano tutto il loro valore. Un invito a riscoprire Sanremo per quello che è sempre stato: un enorme archivio di storie e canzoni.
Sanremo Reloaded, sulle tracce de “La bottega del caffè” di Alberto Camerini
Giusy Romeo ha solo diciassette anni e una vittoria a Castrocaro alle spalle quando debutta a Sanremo nel ’68 con “No amore” e non arriva nemmeno in finale. Passano gli anni, le case discografiche si accorgono di lei che cambia nome e diventa Giuni Russo. Fresca del successo incredibile di “Un’estate al mare”, tenta il ritorno al Festival nell’84, ma all’ultimo la sostituiscono con Patty Pravo. Nel ’94 ci riprova con la bellezza rara e lucente di “La sua figura”, anche lì viene scartata a un passo dall’Ariston. Cinque anni dopo, le diagnosticano una violenta malattia che non le lascia scampo.
Per anni, combatte con tutta la forza che ha in corpo e quando capisce che quel corpo lo dovrà lasciare andare – anche se ha solo 53 anni – trova il modo per accettarlo. Soltanto in quel frangente, quando manca poco alla fine della sua vita terrena, Pippo Baudo la prende al Festival di Sanremo del 2003. Trentacinque anni dopo la prima volta, quando la malattia galoppa oramai perentoria, torna in gara e si congeda con un’ultima poetica magia: “Morirò d’amore”.
È l’anno di Dolcenera che vince tra le nuove proposte, l’anno di Alexia che trionfa con “Per dire no”, lasciando al secondo posto Alex Britti e il suo tormentone “7000 caffè” e Giuni si classifica settima su venti partecipanti con un brano pop lento e sperimentale scritto e composto da lei, Vania Magelli e la sua storica collaboratrice Maria Antonietta Sisini. Brano che propone anche nell’89 e nel ’97, sempre escluso, ma non in quell’edizione quando realmente sta morendo e non d’amore.
Nonostante lo stadio avanzato della malattia e la testa quasi calva a causa delle cure, Giuni su quel palco brilla grazie a un’interpretazione eterea, quasi sacrale. Il sound del pezzo unisce l’elettronica all’orchestra e si presta al servizio di una voce inarrivabile che dosa perfettamente le tonalità più basse e gli spettacolari vocalizzi di stampo semi-lirico a cui ci ha sempre abituato con il suo stile unico.
Giuni Russo riempie il palco con la sola forza del suo sguardo e dei suoi gesti. Dosa ogni parola con una drammaticità intensa che non lascia indifferente il pubblico e nemmeno la critica. «Il tuo sorriso, l’allegria, quanto mi mancano», canta nel ritornello. Ora a cantarlo siamo noi che abbiamo perso troppo presto una delle nostre più grandi artiste che non abbiamo saputo valorizzare come avrebbe meritato.