Sanremo Reloaded, sulle tracce di “Pitzinnos in sa gherra” dei Tazenda

Pitzinnos in sa gherra Tazenda 

Ogni settimana una canzone da riscoprire, una performance da rivedere e un Festival da riscoprire. Tutto questo e molto altro ancora è Sanremo Reloaded. A cura di Francesco Costa

Sanremo Reloaded è la rubrica settimanale curata da Francesco Costa che invita a guardare il Festival di Sanremo da una prospettiva diversa. Non i vincitori, non i tormentoni più inflazionati, ma quelle canzoni che sono passate sul palco dell’Ariston lasciando tracce più sottili, spesso ignorate o dimenticate troppo in fretta. Oggi parliamo di “Pitzinnos in sa gherra, canzone presentata al Festival dai Tazenda nel 1992.

Ogni settimana un brano e una performance tornano al centro dell’ascolto: pezzi che meritano di essere riascoltati, esibizioni da rivedere con occhi nuovi, canzoni da rivalutare lontano dal rumore della gara e dal peso delle classifiche. Sanremo Reloaded è un viaggio nella memoria del Festival, tra intuizioni rimaste in ombra, esperimenti coraggiosi e momenti che oggi, forse più di ieri, rivelano tutto il loro valore. Un invito a riscoprire Sanremo per quello che è sempre stato: un enorme archivio di storie e canzoni.

Sanremo Reloaded, sulle tracce di “Pitzinnos in sa gherra” dei Tazenda

«Quaranta, cinquanta, cinquantuno ferite di coltello nel cuore. Tutti seduti giù per terra», ma non è il giro giro tondo che fa finire al suolo i bambini in una delle due frasi in italiano scritte dall’immortale Fabrizio De André per questa canzone; sono i colpi di mitra sparati senza ritegno dai padroni del mondo che si fanno la guerra lasciando i civili a morire e spesso quei civili sono bimbi.

Di questo parla “Pitzinnos in sa gherra”, l’inno pacifista dei Tazenda con cui tornano al Festival di Sanremo nel 1992 ottenendo l’ottavo posto dopo lo straordinario exploit dell’anno precedente in duetto con Pierangelo Bertoli sulle note di “Spunta la luna dal monte”, classificatasi al quinto posto.

È l’anno del ritorno di Pippo Baudo alla conduzione con Aragozzini come direttore artistico; l’anno di Aleandro Baldi e Francesca Alotta che vincono tra i giovani con il tormentone “Non amarmi”; di Barbarossa che porta la mamma a ballare e trionfa tra i big lasciando al secondo posto “Gli uomini non cambiano” di Mia Martini; l’anno in cui partecipano alla gara sia Bertoli (quarto con “Italia d’oro”) che i Tazenda, ma questa volta separatamente.

Il celebre gruppo etno-rock torna portando la sua magia sospesa tra tradizione e modernità; torna e rompe gli schemi, spezza il regolamento con una canzone interamente in dialetto sardo. Il dialetto è sempre stato una sorta di tabù al Festival – negli ultimi anni è stato sdoganato con il comasco di Davide Van De Sfroos in “Yanez” e il napoletano di Rocco Hunt nel 2014 con “Nu juorno buono” e di Geolier dieci anni dopo con la medaglia d’argento “I p’ me, tu p’ te” – ma non puoi togliere il sardo ai Tazenda perché è la loro missione: valorizzare la Sardegna, una terra troppo spesso dimenticata ma dotata di una cultura ricchissima calpestata dal turismo di massa.

In “Pitzinnos in sa gherra” (Bambini nella guerra), la voce limpida del compianto Andrea Parodi denuncia l’orrore dei conflitti e lo sfruttamento dei minori in sardo logudorese, una variante della lingua considerata particolarmente poetica e conservativa foneticamente, con un testo scritto dal chitarrista e seconda voce Gino Marielli. Dopo la lunga intro tastiera e batteria; l’arrangiamento si apre sempre di più, sostenuto dall’orchestra diretta dal maestro Lucio Fabbri, e le fitte armonie tipiche del loro stile trovano spazio.

Il punto di forza è l’intreccio vocale e musicale che unisce dinamiche pop rock più consuete al cantu a tenore, l’espressione polifonica sarda più nota, ricreando l’atmosfera mistica e ancestrale dei loro pezzi. Le chitarre acustiche ed elettriche, i fraseggi e le armonizzazioni folkloristiche, il basso e la batteria: l’arrangiamento è sostanzioso, ma lascia la giusta attenzione alla potente narrazione vocale che scuote il pubblico con un messaggio che arriva diretto nonostante lo scoglio linguistico: i bambini dovrebbero giocare con i giocattoli e non con strumenti di morte.

Scritto da Francesco Costa
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