città

Rintracciamo un tema dentro ai testi delle canzoni

Quante sfumature assume il binomio “viaggio e città” in tante, tantissime canzoni? Certamente si tratta di un tema “classico”, se pensiamo al mitico Ulisse e alla sua Itaca, incisi anche dalla penna di Lucio Dalla, “Itaca, Itaca, Itaca La mia casa ce l’ho solo là (…) Ed a casa io voglio tornare“; oppure a Vinicio Capossela che “di casa in casa (…) sono passato E non ti ho trovata“,  con quella preposizione “di” in funzione di complemento di moto per luogo a rendere perfettamente l’idea del movimento nello spazio.

In questo articolo, ragioneremo sul ruolo della città nella musica pop, sul suo essere l’epicentro di terremoti emozionali, sentimentali ed esistenziali in senso lato, stagliandosi sotto l’unico cielo sia di chi la dimora stabilmente sia di chi la incrocia, anche solo di passaggio. Sempre sospira la città, gioisce e soffre, ammicca distratta e scruta, corteggia, ma prima di tutto protegge perché “non piove mai fuori dalla città Sarà per questo che non voglio andare via” come bene esprime il senso figurato di  Mecna e Sick Luke. “In questa città C’è qualcosa che non ti fa mai sentire solo“, pone sulla stessa linea d’onda Max Pezzali, “anche quando vorrei dare un calcio a tutto Sa farsi bella e presentarsi col vestito buono E sussurrarmi nell’orecchio che si aggiusterà“.

Rimane “tutta mia la città” di Maurizio Vandelli, “un deserto che conosco“, pure ora che del mal d’amore “mi sono rassegnato“, perché “non stai correndo qui da me Sei rimasta con lui“. L’uso della terza persona a fine ritornello, “questa notte un uomo piangerà“, crea un effetto di estraniamento, l’allontanamento dal suo stesso sentimento, come se non fosse più lui in quella città, che resta comunque nido “tutta” per intero, nonostante il vuoto dentro, che fuori diventa un deserto.

“Se bruciasse la città“, Massimo Ranieri sa che “da te io correrei, anche il fuoco vincerei per rivedere te che di un altro adesso sei“, diversamente da Alessandra Amoroso che ,”da questa città“, fugge “perché non possa guardarmi Perché non possa fotografare la condizione del mio cuore“, con il pudore di una figlia verso la madre amata, a cui non vuol far sapere della sua sofferenza.

Se l’amore va bene, però, nuovi viaggi ci aspettano, così per Gianni Morandipartiremo insieme per un viaggio Per città che non conosco Quante primavere che verranno Che felici ci faranno Sono già negli occhi tuoi” e magari “una Vespa mi porterà” con Cesare Cremoninifuori città“. I colli bolognesi, da dove tutto è più chiaro, perché alti e lontani dal centro, si trasformano in confusione e dubbio per Coez, che “guarda da qui le luci della città E non capisco dove sia casa mia“; quella casa, in realtà è la sua amata, indistinta in mezzo agli altri; vista da fuori, innesca la gelosia e muove un bisogno di rassicurazione: “hai detto che eri solo mia Mi chiedevo se Vanno via tutti resti con me?“.

La città di Irene Grandi è appellata, invece, all’indifferenza, a sospendere ogni possibile giudizio, o comunque a non guardare, “almeno per un poco, almeno per due ore“, perché quello che ci lega è “altro da noi due“,  e “io non posso che adorare Non posso che leccare Questo tuo profondo amore“, alludendo, con l’uso della perifrasi, alla gioia del sesso orale come gioco intimo e privatissimo.

Sono innumerevoli le metafore a descrivere case, vie, lampioni, marciapiedi, perfino “i tombini invadenti” o “il traffico in centro” di Emma, le chiese, le case, le luci della città, tanto da farla diventare una stanza sconfinata e, certe volte, personificarla con chi si ama. A tal proposito, i Negramaro, con il loro testo dichiarazione, “sei tu la mia città, che mi spaventa quando è sera E mi addormenta la mattina E mi ricorda di esser tanti Uno solo in mezzo a tanti“. Quella città che ci ha visti nascere, sognare e che sa consolarci per un desiderio non realizzato, ricorda Gerardina Trovato, quando “mi dicevi da bambina Guarda sempre quelle stelle Basta sai vederne una Che va giù, tutto s’avvera Quante stelle avro’ contato Quante ne ho viste cadere Ma l’America è lontana“. È il grande sogno americano, ambitissima meta di chi voleva emigrare, con la valigia piena di sogni e di speranze, spesso infrante e irraggiungibili.

Come succede per quei pezzi difficili delle città, non facili da raccontare, di solito periferici, quei luoghi dei margini de “La città vecchia” di Fabrizio De André. “Nei quartieri dove il sole del buon Dio Non da i suoi raggi Ha già troppi impegni per scaldar la gente D’altri paraggi“, la vita diventa sopravvivenza squallida, così “una bimba canta la canzone antica Della donnaccia Quel che ancor non sai tu lo imparerai Solo qui fra le mie braccia“. Tuttavia, anche in questo giro di vite, affiora il sentimento di un nostalgico presente che si chiede “dove sono andati i tempi d’una volta, per Giunone Quando ci voleva per fare il mestiere Anche un po’ di vocazione?“.

La dimensione del tempo passato, delle cose come si facevano un tempo, il senso dell’immobilità di certi posti, ci fa pensare a quanto sia cambiata la possibilità di vivere, di muoverci e di trovarci nel nostro tempo presente. Basti pensare, per esempio, alle occasioni di essere in volo tra varie città “cercando te“, per dirla con Baby K, dove la velocità, quasi l’istantaneità degli spostamenti in un viaggio di oggi, è resa bene da quel gerundio presente che indica l’estemporaneità dell’azione espressa nella principale “volerei da te, da Milano Fino a Hong Kong Passando per Londra, da Roma e fino a Bangkok“, dandoci la sensazione di essere qui e là, nello stesso momento, in luoghi lontanissimi fra loro.

Ogni città è occasione di opportunità, ma anche di rischi, tanto da diventare la loro immagine simbolica. Mietta a “Milano è dove mi sono persa” perché  “Milano è tutta gente perversa“, da intendersi come distorsione delle libertà, di poter essere e poter fare in una città metropolitana, di vero respiro europeo come Milano, e chi la abita una tentazione ipotetica che genera esperienze sconosciute, impensabili, non convenzionali e, financo, peccaminose.

Un testo, apparentemente semplice e discutibile, ci racconta, invece, di una caratteristica specifica del popolo italiano: il suo essere di provincia. Se città piccole e borghi sono, infatti, la culla storica italiana, il boom economico e lo sviluppo edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo,  attuano una radicale trasformazione del territorio nazionale, con molta parte di campagna che lascia il passo a una rapida urbanizzazione. Inaspettato, per proporzioni e per l’espansione dell’economia tricolore, questo fenomeno lo ritroviamo documentato nel testo di Adriano Celentanolà dove c’era l’erba ora c’è Una città, ah E quella casa in mezzo al verde ormai Dove sarà, ah Non so, non so Perché continuano A costruire, le case E non lasciano l’erba“, non senza dubbi sulle prospettive future “eh no Se andiamo avanti così, chissà Come si farà“.

Le rime di Mostro, “e ora la città si spegne, siamo alla periferia Non senti più questa canzone dove ogni frase è una via (…) Io sono arrivato, ora salgo a casa mia” chiudano l’itinerario del nostro viaggio e  ci lascino aperti alle direzioni di Roberto Vecchioni, “dove vado lo sanno Solo le stelle Una città senza donne (…) senza amori E senza fortuna (…) senza tempo senza musica (…) senza luna“; d’accordo con Gianluca Grignani, che “un viaggio ha un senso solo senza ritorno se non il volo” e certi che “io mi metterò al tuo posto e tu seduta lì al mio fianco mi dirai … Destinazione Paradiso, Paradiso città“. Quel Paradiso siano le gioie che sapremo darci insieme all’augurio delle parole di  Zucchero,lascio tracce sulla neve Per tornare fino a te Stanno andando via Tutti i soldati dalla mia città E verranno giorni di sole Nella pioggia che va Come bambini Aggrappati alle spose Torneremo, ragazzi d’estate, oh yeah“. Un messaggio attuale e necessario per molte città vicinissime a noi, che vivono nel buio della guerra.

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Francesco Penta

Appassionato della parola in tutte le sue forme; prediligo, in particolar modo, la poesia a schema metrico libero. Strizzo l'occhio all'ironico, all'onirico e al bizzarro. Insieme alla musica sia la parola. Dopo la musica si ascolti il silenzio. Da quel vuoto sonoro nasca un nuovo concerto.

By Francesco Penta

Appassionato della parola in tutte le sue forme; prediligo, in particolar modo, la poesia a schema metrico libero. Strizzo l'occhio all'ironico, all'onirico e al bizzarro. Insieme alla musica sia la parola. Dopo la musica si ascolti il silenzio. Da quel vuoto sonoro nasca un nuovo concerto.

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