A tu per tu con l’artista veneta, fuori dal 9 ottobre con il nuovo album intitolato “Luci e ombre

A pochi mesi di distanza dalla nostra precedente chiacchierata, ritroviamo con piacere Silvia Nair in occasione dell’uscita del suo terzo progetto discografico, intitolato “Luci e ombre”, disponibile negli store tradizionali e digitali a partire dallo scorso 9 ottobre. Una produzione internazionale curata da Franck Van Der Heijden e Michael La Grouw, impreziosita dalle prestigiose partecipazioni del tenore Vittorio Grigolo e del violinista David Garrett.

Ciao Silvia, bentrovata. Partiamo da “Luci e ombre”, da quali punti sei partita e come si è sviluppato l’intero processo creativo?

«Il disco racconta delle luci e delle ombre che fanno parte del viaggio della vita, ma anche della natura umana. E’ un album importante, sotto tanti aspetti, perchè affronta tematiche forti e perchè è impreziosito da orchestrazioni dense. Il leitmotiv, naturalmente, è la mia voce che mixa la musica classica con il pop e il rock inglese. Un lavoro importante perchè lancia un messaggio di vita, di gioia, di speranza, di coraggio. Nonostante cadute, sofferenze, fallimenti… ci si rialza sempre e si va avanti».

Dal punto di vista tematico, è un album in cui svisceri i chiaroscuri dell’umanità, conflitti sia esteriori che interiori. In che termini è stato terapeutico per te questo lavoro?

«Guarda, lo considero il disco della mia resilienza, perchè è stato scritto in uno dei periodi più brutti della mia vita, in cui ho perso le persone più care. In alcune tracce le sonorità epiche e maestose supportano dei messaggi forti, in altre canzoni ho voluto lasciare soltanto pianoforte e archi, come ad esempio in “Ti rivedrò”, in cui parlo della perdita di mia madre. E’ un disco tutto mio, che mi riflette. C’è chi per tanti anni va dall’analista, mentre io l’ho guardato in faccia il mio lato oscuro, l’ho voluto affrontare».

Bestemmio e prego

Un disco che in questo delicato momento storico arriva dritto al petto. A proposito della pandemia, essendo tu un’attenta osservatrice, cosa speri che questa complicata situazione possa insegnarci?

«Posso dire che ero più positiva prima? Pensavo che avesse insegnato di più. L’essere umano, per fortuna o purtroppo, ha la memoria corta. Non ricordare a volte ci salva, perchè ci consente di andare avanti, costi quel che costi. Altre volte, invece, bisognerebbe fare tesoro delle esperienze, anche quelle più negative. E’ una forma di catarsi, ti vuoi purificare di tanta sofferenza e questa pandemia ce ne ha creata tanta. Dovremmo imparare ad avere più rispetto verso il prossimo, il destino e la natura. L’uomo è al centro del mondo, può arrivare ad un 99% di capacità di controllo degli eventi, ma c’è quell’1% che è sempre dietro l’angolo».

Per concludere, a proposito di insegnamenti, qual è la lezione più importante che pensi di aver appreso dalla musica fino ad oggi?

«Per molti la musica è evanescente, qualcosa di impalpabile: ti diverte, ti fa riflettere, ti fa gioire, ti fa emozionare, ti commuove, ti fa ballare. Ho imparato che la musica è terapia, è arricchimento, è crescita, è cultura, è necessaria per andare avanti. Non potrei concepire un mondo senza musica, provate ad immaginare un mondo solo di parole, gesti e sguardi… in silenzio. La musica è energia, è vita».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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