Tazenda Oro e Cristallo

A tu per tu con il trio sardo, in occasione dell’uscita del loro nuovo singolo intitolato “Oro e cristallo”

Trentaquattro anni di carriera, alle spalle numerosi successi e due memorabili partecipazioni al Festival di Sanremo, nel 1991 con “Spunta la luna dal monte” insieme a Pierangelo Bertoli e nel 1992 con “Pitzinnos in sa gherra”, canzone impreziosita dalla partecipazione autorale di Fabrizio De Andrè. Stiamo parlando naturalmente dei Tazenda, che abbiamo il piacere di ospitare tra le nostre pagine per parlare di “Oro e cristallo”,  realizzato in collaborazione con il tenore sardo Matteo Desole, singolo estratto dal loro ultimo album in studio Antìstasis“, rilasciato lo scorso anno.

Ciao e benvenuti. Partiamo dal vostro nuovo singolo “Oro e cristallo”, quali riflessioni hanno ispirato questo brano?

«Questo singolo ci ha dato e sta dando tante soddisfazioni perché ci abbiamo messo dentro molte cose diverse. Quando esperienze ed emozioni così diverse e che tra loro non si conoscono bene si mescolano, si crea una bellissima energia. Entrare nel mondo della musica classica, di una scrittura particolare che strizza l’occhio alla poesia antica, ci ha dato tante soddisfazioni e, in particolare, ci ha affascinato questo modo un po’ impersonale di trattare l’amore, un po’ come ne “La cura” di Battiato… come dice lui un amore senza un mittente e senza un destinatario. Siamo quindi felicissimi di aver aperto una nuova finestra nel nostro modo di contaminarci e un “grazie” va anche alla rivelazione Matteo Desole, ragazzo giovanissimo che ha espresso un talento e una personalità fuori dal comune». 

A livello musicale le contaminazioni hanno sempre contraddistinto le vostre produzioni, ma che tipo di lavoro c’è stato dietro la ricerca del sound per questo pezzo?

«Il processo è stato molto interessante. Un paio di anni fa io (Gino) ho chiesto a Gigi di scrivere un’introduzione strumentale per lo spettacolo. Gli ho chiesto una cosa un po’ alla Morricone, perché in quel periodo stavamo celebrando la figura del Maestro, e lui ha creato una melodia molto bella, forse un po’ più verdiana. Mentre ascoltavamo il pezzo negli intro dei concerti, gli ho detto: “ma perché non la cantiamo questa?”… e quindi ho scritto un testo solo per l’inciso. L’ho quindi poi spronato a scrivere anche una musica per la strofa e tutto è venuto molto spontaneamente. Ovviamente abbiamo anche pensato a Miserere, con una strofa un po’ canzone d’autore e l’inciso del canto italiano. Quindi è nata così, passo dopo passo».

Tazenda Oro e Cristallo

“Oro e cristallo” è estratto dal vostro ultimo album “Antìstasis”, quali elementi e quali caratteristiche vi rendono orgogliosi di questo lavoro?

«”Antìstasis” è un lavoro che ci rende molto orgogliosi perché, come si dice in certi casi, rappresenta un lavoro della maturità. Oltre ad aver fatto le cose come devono essere fatte in ambito di registrazione, produzione, masterizzazione… abbiamo avuto la gioia di scoprire quanto è bello essere liberi dal mercato discografico. Ci siamo divertiti a mettere dentro le più disparate forme di sperimentazione, che magari ascoltando non si sentono neanche, ma garantiamo che c’è stata una giocosità e una libertà che forse neanche nel passato ci siamo potuti permettere. Quindi “Antìstasis” è veramente “andare oltre la stasi”, andare oltre per esprimere tutto quello che viene in mente».

Il titolo significa “resistenza” in greco classico, un termine che voi intendente in senso filosofico, ma dal punto di vista pratico a cosa assocereste questa parola nella vita di tutti i giorni?

«Oltre la stasi, antìstasis. È molto bello pensare a come lo associamo nella vita pratica. Andare oltre la stasi, nella vita di tutti i giorni, significa vedere le cose per quello che sono, non fermarsi all’apparenza come se fossero una divinità monolitica ferma. Ormai le filosofie ci hanno insegnato che tutto scorre, che è tutto un divenire. Andare oltre non è quasi neanche un compito nostro ma è un semplice accettare il flusso delle cose, perché già di per se vanno oltre la stasi. Non si è mai vista una situazione emozionale, fisica, finanziaria, politica… che rimanesse sempre tale per l’eternità. Tutto è volto a cambiare, a spostarsi e a seguire il flusso. “Antìstasis” per noi apparentemente sembra un “dare una scossa alla staticità”, in realtà è un “andare oltre” perché tanto già le cose vanno di loro oltre. Quindi “seguire il flusso” potrebbe essere l’intelligenza che sta dietro “Antìstasis”».

A trent’anni di distanza dalle vostre due storiche partecipazioni a Sanremo del ’91 e del ’92, come ricordate queste due esperienze festivaliere?

«Quando vediamo Sanremo ci divertiamo a ripensare a quei momenti. Avevamo un background diverso, venivamo dalle piazze, dalla palestra della musica, invece lì eravamo in un contesto dove dovevamo osservare tante regole, quelle del mondo dello spettacolo, della gara. Eravamo tuttavia sufficientemente selvaggi da passare attraverso questo evento in modo divertito e spaventato allo stesso tempo. Chiaramente se andassimo oggi vedremmo tutto in modo più cosciente, lucido e attento ma non per questo ci divertiremmo o spaventeremmo meno. Ci piacerebbe molto tornare infatti, per chiudere un cerchio!».

Non posso non chiedervi un ricordo personale e artistico di Alex Parodi. Nel panorama musicale di oggi, quali sono le caratteristiche che più mancano del suo grande talento?

«Conosciamo meglio di tutti il lato umano, ironico, le debolezze e i pregi di Andrea, siamo stati una famiglia. Il ricordo un po’ ce lo teniamo per noi perché spesso succede che le persone che vanno ad abitare in un altro pianeta vengano descritte in un modo che non è mai quello vero. Se capita ne parliamo ma sempre con allegria e con un modo di fare leggero, com’era il nostro rapporto. Per quanto riguarda il talento più passano gli anni più capiamo quanto sia importante, determinante e allo stesso tempo difficile avere nel proprio progetto un cantante con un timbro di voce così riconoscibile. Non è facile ma è una delle chiavi che ti permettono di avere un suono unico e riconoscibile».

Per concludere, qual è l’insegnamento più importante che sentite di aver appreso dalla musica in tutti questi anni di attività?

«La musica è ciò che ci ha fatto compagnia per tutti questi anni, ci ha preso da ragazzini e ci ha fatto crescere. L’insegnamento credo sia lo stesso per qualsiasi forma di artigianato che diventa lavoro, ovvero i lavori creativi e artistici, i quali nascono da una pulsione misteriosa. Ti fanno compagnia tutta la vita, te la possono rovinare o potenziare, ma in tutti i casi, quando riesci a vivere e mangiare da un lavoro come la musica puoi soltanto ringraziare di averlo incontrato al momento giusto». 

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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