Willie Peyote

A tu per tu con il rapper torinese, in uscita con il suo quinto progetto in studio intitolato “Pornostalgia

A poco più di un anno di distanza dalla nostra precedente chiacchierata sanremese, ritroviamo con piacere Guglielmo Bruno, alias Willie Peyote, per parlare del suo nuovo album “Pornostalgia”, disponibile per Virgin Records / Universal Music Italia a partire dal 6 maggio. In scaletta tredici brani inediti, impreziositi dai featuring con Samuel, Speranza & Jake La Furia, Emanuela Fanelli, Michela Giraud ed Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids. Un lavoro che rimette al centro l’identità dell’artista che, in questo ritorno all’essenzialità e alle origini, ritrova se stesso e quel ruolo che lo ha visto collocarsi con decisione a metà strada tra rap e cantautorato.

Ciao Guglielmo, bentrovato. Partiamo da “Pornostalgia”, a cosa si deve la scelta del titolo?

«C’è una duplice motivazione, da un lato l’idea che questo album rappresenti un po’ l’altra faccia della medaglia del disco precedente “Iodegradabile”. Se in quel caso si affrontava il nostro rapporto col tempo che passa troppo in fretta, in questi ultimi due anni di Pandemia mi sono reso conto che quando non si può andare avanti ci si ritrova a guardarsi un po’ alle spalle, riscoprendo il valore rassicurante e un po’ pornografico della nostalgia che ci eccita attraverso i ricordi. Inoltre, per come posso vederla io, questo lavoro rappresenta per me un po’ un ritorno al passato, sia a livello di scelte musicali che di scrittura. Parlo molto più di come mi sento io che non di come vedo il mondo fuori».

Il disco si apre con il verso “Non sono neanche più incazzato, vecchio sono stufo, un discorso intelligente di sti tempi è un UFO”. Descrivi bene questa situazione condivisibile che, alla fine, non è neanche rassegnazione, è più come un prendere atto di determinate situazioni e cercare di sviluppare un pensiero critico. Questo è ciò che hai voluto trasmettere con questo album?

«Sì, sicuramente questo è il sentimento con cui ho cominciato ad approcciarmi alla scrittura di “Pornostalgia”, lo stesso stato d’animo che mi pervade costantemente. Sai, c’è tanta confusione in giro, su temi anche molto importanti, per cui è faticoso riuscire ad aver voglia di rapportarsi a determinati concetti con la lucidità che in realtà meriterebbero. Questo un po’ mi spaventa, perché nella confusione che si è venuta a creare si perde la capacità di affrontare e di approfondire realmente le tematiche».

Al punto che, nella seconda traccia, arrivi a dire “Fare schifo è una rivoluzione“, quasi come a sottolineare l’importanza del voler giocare un altro campionato in questa società votata all’immagine e alle performance…

«Se da un lato è un mio grido personale, perché soffro molto questa cosa del dover apparire a tutti i costi, penso in generale che sia utile per tutti provare ad affrancaci un po’ da questo costante meccanismo performativo, da questa lente di ingrandimento che ci deve far sembrare sempre belli e giusti o comunque fieri dei nostri difetti. Secondo me, forzare la mano su questo ci mette ulteriormente in difficoltà, perché credo sia giusto ogni tanto incazzarci con noi stessi e non piacerci. Potrebbe essere un buon motore per migliorarci o, per lo meno, per imparare a fare le cose in modo diverso».

Questo disco arriva a poco più di un anno di distanza dalla tua partecipazione a Sanremo, dove hai riscosso successo in termini popolari, ma sei stato anche premiato dalla critica, mettendo d’accordo un po’ tutti e allargando il bacino di utenza del tuo pubblico. Sbaglio o l’impressione è che con questo lavoro tu abbia voluto mettere in ordine le cose e fare anche un passetto indietro rispetto all’esperienza del Festival?

«Sì, il tentativo è quello. Ovviamente un palco come quello di Sanremo ti da la possibilità di arrivare a tanta gente, nel mio caso anche inaspettatamente. “Mai dire mai (la locura)” è un pezzo che è piaciuto ed è stato capito più di quanto potessi immaginare. Altrettanto, però, è vero che in molti si sono avvicinati al mio repertorio e alla mia musica non consapevoli di quello che si sarebbero trovati di fronte. Con questo album cerco di mettere in chiaro e in fila le cose, per non far sì che qualcuno possa rimanere deluso ascoltandomi oggi oppure riandandosi a sentire un disco vecchio. Penso sia giusto che l’ascoltatore sia consapevole del background di un artista, ma per il bene di entrambi. Non voglio denigrare nessuno, né tantomeno rinnegare l’esperienza del Festival, l’obiettivo è semplicemente quello di mettere bene in chiaro di cosa stiamo parlando».

A proprio del mercato discografico, mi è piaciuta molto questa tua allegoria dell’all you can eat, questo concetto di musica da buffet. Chiarissimo e illuminante il discorso, ma la domanda è: come si può pensare di arrestare questo processo di svalutazione? C’è un modo per provare oggi a rieducare il pubblico ad una corretta alimentazione musicale?

«Per proseguire con la tua metafora, secondo me, bisognerebbe proporre qualcosa che sia altrettanto economico e accessibile a tutti, ma magari più buono e nutriente, che possa in realtà offrirti un campionario di ingredienti e di gusti differenti. Se devo scegliere tra andare a mangiare in un all you can eat di sushi oppure farmi un panino al fast food, personalmente preferisco andare in trattoria. Anche se offrono ogni volta gli stessi cinque piatti della tradizione e un bicchiere di vino della casa, per quanto mi riguarda sceglierò sempre la trattoria. Adoro quel tipo di contesto, perché credo che si avvicini molto sia alla nostalgia che alla realtà delle cose. Quindi, la musica per tornare a mostrarsi nel suo valore basterebbe facesse qualcosa di diverso, ma non con la pretesa di essere migliore facendo come gli hamburger gourmet, ma proponendo qualcosa che sia realmente accessibile. Non serve per forza fare gli intellettuali o alzare a tutti i costi il livello per esprimere qualcosa di sensato ed arrivare alla gente».

Per concludere, quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso di un disco come “Pornostalgia”?

«Domanda difficile perché non sono mai orgoglioso di ciò che faccio, ovviamente appena ho finito il disco ho pensato a tutte quelle cose che avrei potuto fare meglio. Mi ritengo soddisfatto per aver dato il massimo e per non aver lasciato nulla di intentato, sono contento di essere riuscito ad andare più in profondità nel mio sentire e nel racconto di come mi sento oggi, includendo le sensazioni di benessere e di malessere che ho vissuto in questi ultimi anni».

Willie Peyote

© foto di Chiara Mirelli

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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