A tu per tu con il cantautore toscano, in uscita con il suo nuovo album di inediti intitolato “Viceversa

Torna a Sanremo per la terza volta Francesco Gabbani, lo fa con la consapevolezza di ben due vittorie consecutive alle spalle, tra le Nuove Proposte nel 2016 con “Amen” e tra i big nel 2017 con “Occidentali’s karma”, e soprattutto con la voglia di vedere cosa succede, di scoprire quali saranno le reazioni da parte del pubblico nazional-popolare che lo sentirà per la prima volta destreggiarsi sulle note di una ballad di grande impatto emotivo. “Viceversa” è il titolo del brano designato per il Festival, ma anche il nome del suo nuovo progetto discografico, in uscita per BMG il prossimo 14 febbraio. A tre anni di distanza dal grande successo di “Magellano”, il cantautore toscano torna sul “luogo del delitto” per tracciare l’inizio di un nuovo percorso.

Ciao Francesco, benvenuto. “Viceversa” è il titolo del tuo nuovo album, ma anche del brano che ti riporta per la terza volta a Sanremo, il pezzo giusto al momento giusto?

«Assolutamente sì. Ho scritto “Viceversa” lo scorso settembre, a disco quasi finito. E’ stata questa canzone che mi ha fatto decidere di provare a tornare al Festival, in precedenza non era tra i miei progetti. E’ stata la spinta giusta per tornare a Sanremo senza il presupposto di provare a bissare quello che ho già fatto, quel successo così inaspettato che mi ha portato a vincere tre anni fa. Non pensavo di tornare così presto sul palco dell’Ariston per il timore di mettermi a paragone con me stesso, mentre questa canzone mostra un modo diverso di fare musica che in me è sempre esistito, ma che forse conoscono solo i miei attuali estimatori. In passato ho già pubblicato delle ballad, ma la percezione del pubblico a livello nazional-popolare è riconducibile a “Occidentali’s karma”.

Con “Viceversa” credo di essere riuscito a tirare fuori il mio lato più intimista ed emozionale, perché è una canzone sincera e non vedo l’ora di poterla cantare sul palco dell’Ariston. Il mio approccio al Festival sarà autentico, semplice e destrutturato, non presenterò alcun tipo di coreografie, non avrò scrimmie, elefanti o robe particolari. La mia curiosità è quella di vedere quale sarà la reazione delle persone da casa, soprattutto per chi magari pensa “chissà cosa si inventa stavolta”, ecco… la sorpresa sarà che non m’inventerò proprio niente (sorride, ndr)».

Qual è stato l’apporto di Pacifico a livello di stesura del brano?

«Con lui è stato un incontro inaspettato, naturalmente conoscevo Gino come autore, lo stimavo da tantissimo. A lavoro del disco quasi ultimato, ho avuto modo di fargli ascoltare diverse cose, in quell’occasione ho conosciuto una bellissima persona di un’intelligenza e di una sensibilità incredibili. Il suo apporto è stato quasi psicoterapeutico, mi ha aiutato a trovare la consapevolezza, a confermare e sottolineare quello che testualmente avevo già “vomitato” in questo ultimo anno e mezzo. Gino è stato un buon ottimizzatore di qualcosa che esisteva già, per cui sono contento di andare al Festival con un brano che porta anche la sua firma, così come accade anche per altri due pezzi del disco, vale a dire “Il sudore ci appiccica” e “Bomba pacifista”».

Dal punto di vista musicale, invece, il pezzo è arrangiato e prodotto da Matteo Cantaluppi, com’è nata questa collaborazione e, soprattutto, di chi è stata l’idea del “fischiettio” presente nel ritornello?

«In realtà l’idea di mettere il fischio l’ho avuta insieme a un mio caro amico, che si chiama Fabrizio Tabitto Deglinnocenti e mi aiuta un po’ come assistente, perché l’abbiamo trovata la cosa più immediata, proprio perché per me il senso dell’intera canzone è andare alla sostanza emotiva. Il fischio credo che sia ancestralmente la cosa più spontanea, senza andare a riprendere chissà quali suoni particolari. Anche nel caso di Matteo Cantaluppi si tratta di una di quelle belle collaborazioni che ho scoperto nel corso dell’ultimo anno, sia lui che Ivan Rossi, con cui collaboro nel disco, provengono da un mondo un po’ più indie rispetto a quanto ho realizzato a livello di produzioni fino a questo momento. Con Matteo abbiamo trovato una sinergia incredibile ed è riuscito a valorizzare delle canzoni che erano già presenti e ben strutturate».

Sempre in “Viceversa” ci sono anche gli archi curati da Matt Sheeran, fratello di Ed. Come ti sei trovato a lavorare con lui?

«Molto bene, a lui il pezzo è piaciuto moltissimo sin da subito, è stato contentissimo di arrangiare gli archi. Naturalmente avrei potuto chiedergli di dirigere l’orchestra a Sanremo, magari ci sarebbe pure venuto e sicuramente sarebbe stato un bel colpo, ma non avevo voglia di sovrastrutture, nel senso che il mio desiderio è quello di far percepire la canzone per il valore che ha in quanto tale, non voglio a tutti i costi essere stupefacente. E poi con me ci sarà Fabio Gurian che è altrettanto bravo, abbiamo fatto le prime prove e devo dire che mi sono emozionato, al punto che ho chiesto ai musicisti di suonare meno bene durante le serate perché altrimenti mi commuovo e piango, perché è un pezzo per me molto sentito e coinvolgente».

Nella prima canzone del disco “Einstein” menzioni Marco Castoldi, a tratti lo ricordi sia per l’utilizzo delle doppie voci che per l’arrangiamento orchestrale. Morgan lo ritroverai a Sanremo, come ti è venuta questa citazione? 

«In realtà l’ho già incrociato un paio di volte, sia durante le prove che per la rituale foto della copertina di Tv Sorrisi e Canzoni, gli ho già detto due volte di questa cosa, non so se lo ricorderà (sorride, ndr). Se devo essere sincero, il fatto di citarlo si riferisce ad un verso della canzone “Soprappensiero” dei Bluvertigo. Stimo molto Marco, fa parte del mio background e mi è venuta in modo spontaneo, un richiamo in qualche modo discorsivo per una canzone che nasce dall’idea di approcciarsi a capire chi sono, non a caso l’ho scelta come prima traccia del disco, perché l’ho concepito come un vero e proprio percorso di analisi».

Ti faccio una provocazione, in caso di “triplete”, l’Eurovision è un’esperienza che rifaresti volentieri se avessi la possibilità? Alla luce della precedente avventura di Kiev che ricordo con particolare sofferenza…

«Guarda, il modo in cui ho vissuto l’Eurovision tre anni fa è falsato e non è realistico perché sono arrivato a Kiev da superfavorito dai bookmakers, ovviamente ho avuto una grandissima pressione da parte di tutti i media internazionali, quindi ho un ricordo di quell’esperienza molto intenso, impegnativo e stancante da questo punto di vista. Al di là del fatto dell’aver disatteso le aspettative, perché credo che la valutazione delle canzoni non sia totalmente obiettiva in quel tipo di circostanza, fa tutto parte di un sistema di votazioni abbastanza complesso, senza scendere troppo nei dettagli. Quindi se devo valutare la risposta basandomi sulla mia precedente esperienza forse ti direi “ma anche no” perché è stato veramente pesante, mentre in senso totale potrei pure dirti di sì, anche per essere coerente con il mio approccio filo-orientale di non escludersi delle possibilità con il pregiudizio, ogni occasione và vissuta per quella che è».

“Duemiladiciannove” è il brano che hai lanciato qualche settimana fa, a cosa si deve la scelta di non farlo uscire come singolo? Visto e considerato che musicalmente aveva tutte le carte in regola per esserlo…

«Ho scelto di distribuire “Duemiladiciannove” come regalo ai miei fan, perché avevo promesso loro intimamente che avrei pubblicato l’album entro la fine dell’anno scorso, ma sono venute fuori altre canzoni e ho prolungato l’uscita al 2020, nel frattempo era anche nata “Viceversa” e, quindi, l’idea di presentarmi al Festival. Avendo disatteso le loro aspettative, ci tenevo a fargli dono di qualcosa, ho scelto di fare questo esperimento, forse un po’ anche da pazzi, volevo sondare quanto la forza di una canzone potesse bastare come strumento per diffonderla alle persone care, partendo sempre dal concetto di condivisione, sulla base del passaparola. Un conto è distribuirla attraverso i canali standard che, secondo me, mettono l’ascoltatore in una condizione talvolta di succubanza, per cui non c’è una scelta totale, anche se oggi abbiamo a disposizione con il web un’audioteca infinita. E poi, in vista di Sanremo non mi andava di buttare fuori un singolo così, perché sapevo che sarei voluto tornare all’Ariston con una canzone diversa, mentre “Duemiladiciannove” segue un po’ la falsariga di alcuni miei precedenti brani, quindi non volevo in qualche modo confondere le acque».

Per concludere, come sarà il tuo 2020?

«Mi auguro che possa arrivare la risposta emozionale da parte delle persone, che accolgano questo mio mood proprio come il precedente, tendenzialmente per avere la possibilità di fare concerti più intensi possibili».

© foto di Isabella Sanfilippo

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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