A tu per tu con il rapper torinese, in uscita con il suo quinto album solista intitolato “Uebe”

Si sente sereno perché ha trovato una propria e riconoscibile identità Federico Palana, meglio noto con lo pseudonimo di Fred De Palma, artista che ha saputo incarnare e tradurre a suo modo il reggaeton, italianizzandolo a livello melodico e personalizzandolo con il proprio linguaggio. D’estate non vale e Una volta ancora non sono stati due singoli episodi, bensì l’inizio di un nuovo percorso che ha portato alla nascita di “Uebe”, disponibile negli store digitali e tradizionali a partire dal 13 settembre. Diverse le collaborazioni presenti, da Ana Mena a Sofia Reyes, passando per Emis Killa, Boro Boro, Shade e Baby K. Scopriamone i dettagli direttamente dalla voce del protagonista.

Ciao Fred, bentrovato. “Uebe” segna la tua evoluzione, a due anni dal tuo precedente lavoro, con quale spirito ti affacci al mercato?

«Con lo spirito di un debuttante, sembrerà assurdo perché è il mio quinto disco, però mi sento all’inizio, perché quando cambi e hai una crescita credo che si riazzeri un po’ tutto. E’ probabile che molti dei miei nuovi fan non conoscano il mio passato, oppure che quelli che c’erano prima adesso non ci sono, questo è inevitabile quando tenti di evolverti, di cercare una tua strada. Chi ascolterà questo disco, ritroverà comunque quella matrice di scrittura che mi caratterizza sin dai miei esordi e che fa parte di me. Di questi tempi, penso che la coerenza paghi più della musica stessa, fare qualcosa che ti identifichi è la chiave per essere riconoscibile».

Sei reduce dal successo di “Una volta ancora”, che ha ottenuto il doppio disco di platino, ha raggiunto per cinque settimane la prima posizione nella classifica Fimi, il primato su Spotify, Itunes, Apple Music, Shazam, insomma ovunque. Ti è mancato giusto il Gran Premio di Monza. Secondo te, cosa ha colpito così tanto di questo pezzo?

«Credo l’unicità, questa sorta di fusione tra reggaeton e bachata può aver avuto un po’ un effetto-novità, molto probabilmente per questo motivo il pubblico lo ha premiato in automatico, perché in tantissimi hanno ascoltato questo brano, anche più volte al giorno, aumentando esponenzialmente la sua viralità. Essendoci stato un precedente lo scorso anno, sempre con Ana Mena, penso che questo abbia contribuito a bissare il successo, rendendo “Una volta ancora” una delle reali hit dell’estate 2019».

Pensi che potrebbe essere una sfida quella di sdoganare un genere, apparentemente legato all’estate, e cercare di renderlo pluristagionale?

«Il reggaeton, almeno per come è stato conosciuto fino a questo momento, è prettamente un genere stagionale, perché in Italia è stato stereotipato in questo modo, ma se guardiamo nel resto del mondo escono di continuo pezzi di questo genere, che ottengono grande successo a prescindere da quando escono. Credo che sia una metamorfosi, un cambiamento che è già avvenuto all’estero e che, spero, possa funzionare anche qui da noi. Legare questi ritmi all’estate è un po’ come pensare che si possa essere leggeri e spensierati solamente da giugno ad agosto, in realtà questo tipo di attitudine c’è sempre, in più il reggaeton può avere diverse sfaccettature e raccontare anche cose più profonde, ad esempio Ozuna ha basato la sua carriera proprio su questo. Credo sia un genere che si possa tranquillamente amalgamare anche con altri tipi di sonorità, per certi versi questa può essere la vera sfida».

Nella scorsa chiacchierata ti ho chiesto un pronostico su come sarebbe andato il “campionato dei tormentoni”, visto che ha portato bene: quali sono le tue aspettative su questo album? 

«Penso che “Uebe” incarni perfettamente il singolo di questa estate, la cosa che più mi piace di questo progetto è la coerenza, il fatto che “Una volta ancora” non sia un capitolo a sé, bensì l’inizio di una nuova storia. Comunque vada il disco, questo è un periodo molto importante per me, ho fatto la scelta di seguire una direzione musicale ben precisa e di farlo buttandomici totalmente, per cui non saprei dirti di preciso. L’aspettativa che ho su questo album è che mi identifichi, tralasciando le classifiche e le certificazioni, vorrei che chi ascoltasse questo lavoro dicesse: “Ok, questo è Fred”, perché negli anni ho molto sperimentato, ho sempre spaziato molto nei miei precedenti dischi, il mio pubblico è stato abituato a sentire un po’ di tutto, mentre con questo progetto le sonorità sono il filo conduttore che lega tra loro le undici tracce presenti».

Onestamente, sei l’unico esponente che mi ha fatto rivalutare positivamente il reggaeton, pensi di aver trovato la giusta formula e raggiunto la giusta quadra per proporlo?

«Ci tengo a precisarlo sempre, io non faccio il reggaeton latino, essendo italiano tendo ad adattarlo alle mie radici e alla nostra musica. La matrice delle melodie e l’attitudine alla scrittura è la mia, non può essere altrimenti per risultare credibile. Limitarmi a prendere dei pezzi originali e cantarli in italiano sarebbe stato irrispettoso, un po’ come quando in Italia si scimmiottava Eminem o 50 Cent, cosa che al tempo era molto meno criticabile perché il mondo non era alla tua portata, non c’era Spotify, non c’era YouTube, la gente ascoltava quello che gli veniva proposto ma non sapeva bene cosa c’era dall’altra parte. Oggi come oggi, credo sia molto importante che la musica sia personale».

Capitolo Sanremo, rientra nei tuoi piani? Ti piacerebbe calcare il palco dell’Ariston? 

«Non saprei, me lo chiedono in tanti. In realtà ho sempre un po’ paura di questo genere di trasmissioni iper-mediatiche, temo che possano trasmetterti false illusioni, che una volta spente le luci dei riflettori l’interesse nei confronti del progetto di un determinato artista possa andare a scemare. A questo tipo di manifestazioni, secondo me, ha senso partecipare quando hai raggiunto un livello tale di notorietà da non rischiare nulla. Ho seguito l’ultima edizione e devo dire che mi ha un po’ stupito, al di là della vittoria mi ha molto colpito Mahmmod, perché si è presentato con una canzone figa ma particolare, di quelle che possono non piacere a tutti, invece è riuscito a convincere un pubblico trasversale. Idem per i Boomdabash e Achille Lauro, forse qualcosa a Sanremo sta cambiando».

Per concludere, quali sono i tuoi obiettivi e desideri per il futuro?

«Nell’immediato vorrei che questo disco facesse capire a tutti chi è oggi Fred De Palma, per il futuro mi piacerebbe poter portare all’estero questo progetto. Tra le mie ambizioni c’è il desiderio di portare la mia musica fuori, senza doverla tradurre necessariamente in un’altra lingua, questa sarebbe la vera vittoria. Dal mio punto di vista, la lingua italiana può funzionare anche in altri Paesi, così come da noi arrivano pezzi in inglese o spagnolo. Nell’album è presente la versione spagnola di “Una volta ancora”, sempre con Ana Mena, paradossalmente ci siamo accorti che all’estero ha funzionato più quella originale nella nostra lingua. Questo mi fa capire che l’italianità nella musica sta tornando ad essere cool, a suscitare l’interesse di altre culture, anche grazie a Spotify che ha globalizzato l’intero mondo musicale».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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